Nessuno è al sicuro finché non siamo tutti al sicuro

Sembra il solito slogan, della serie che chi compie buone azioni fa bene prima di tutto a se stesso e poi a chi riceve la buona azione. La solita raccomandazione intrisa di zucchero e speranza.
La realtà è un po’ più complessa di così. Anzi, è molto più complessa.
Potevo evitare lo slogan (che in realtà è una specie di mantra che l’OMS continua a ripetere da mesi) e andare subito al punto: se non vacciniamo tutta la popolazione mondiale, rischiamo di non uscirne.
Lasciare indietro i paesi che non possono permettersi i vaccini è un errore che può rivelarsi catastrofico. Per tutti.

Le varianti del SARS-Cov-2 in giro per il mondo ci stanno mostrando che più il virus rimane in circolo e maggiori possibilità ci sono di vedere nascere varianti dello stesso.
Il Sudafrica è un paradosso in questo senso: in quel paese circola una delle tre varianti in circolazione, eppure ad oggi le vaccinazioni non sono ancora iniziate.
Se volete rimanere aggiornati sulle vaccinazioni in tempo reale in tutto il mondo, consiglio vivamente il portale “Our World in Data” dell’Università di Oxford.

Se scorrete la lista dei paesi che stanno vaccinando la popolazione scoprirete che nei paesi più poveri le vaccinazioni non sono ancora partire. I paesi ricchi stanno acquistando vaccini contro il coronavirus, lasciando le regioni più povere vulnerabili e terreno fertile per le varianti, come quella trovata in Sudafrica, che potrebbero rendere i vaccini meno efficaci.

Al momento non ci sono evidenze certe sulla maggior pericolosità o letalità di queste mutazioni, le ricerche sono in corso e le aziende farmaceutiche che hanno prodotto vaccini stanno studiando l’efficacia degli stessi su queste nuove mutazioni.
Come ci racconta questo articolo del New York Times, mentre in diversi paesi si sono superate le 110 milioni di dosi somministrate, nel continente africano sono state iniettate, ad oggi, 25 dosi di vaccino. Venticinque.

Se le varianti, come sta succedendo, dai paesi più poveri migrano verso quelli più ricchi, quella che ai malpensanti sembra “solo” una tragedia per i paesi poveri, potrebbe diventare una tragedia globale.

Più il virus si diffonde, più tempo ci vuole per vaccinare le persone e maggiori sono le possibilità che continui a mutare in modi imprevedibili per la popolazione.
La variante sudafricana riguarda il 90% di tutti i casi accertati di Covid in Sudadrica. Ed è comparsa anche in altri paesi, come l’Italia (abbiamo il primo caso a Varese mentre sto finendo di scrivere questo articolo), Regno Unito e Stati Uniti.
I vaccini che si stanno somministrando in questo momento sono stati progettati per la prima forma di SARS-Cov-2: una volta somministrati, il corpo produce anticorpi per questa prima versione del virus, ma con le varianti il patogeno può diventare più resistente a quegli anticorpi.
Nel peggiore dei casi, non riuscire a fermare la diffusione del virus a livello globale (ad esempio, non vaccinando le popolazioni più povere, come sta succedendo) consentirebbe lo sviluppo di più mutazioni che potrebbero rendere i vaccini esistenti meno efficaci, lasciando vulnerabili anche le popolazioni vaccinate.
Anche negli scenari più ottimistici, al ritmo attuale di produzione, non ci saranno abbastanza vaccini per una vera copertura globale fino al 2023. Gli attuali piani di vaccinazione per l’Africa prevedono di vaccinare quest’anno solo il 20-35% della popolazione.
Questa disparità è al centro di ciò che Tedros Adhanom Ghebreyesus, il Direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha definito come un “catastrofico fallimento morale”, poiché le nazioni ricche si affrettano ad acquistare scorte di vaccini lasciando le nazioni povere e a reddito medio a lottare per trovarsele da soli.

Il vaccino di AstraZeneca, sviluppato con l’Università di Oxford, è attualmente l’opzione più conveniente al mondo, sviluppato anche con l’obbiettivo di poterlo diffondere ai paesi a basso reddito. Da lunedì 1 febbraio è arrivato in Sudafrica (un milioni di dosi circa), ma non si sa ancora nulla sua efficacia contro la variante. Altri nove milioni di dosi sono state ordinate per il vaccino di Johnson & Johnson, che però non è stato ancora approvato dall’ente regolatorio paese. Venerdì scorso l’azienda ha annunciato che l’ efficacia del suo vaccino è scesa dal 72% negli studi condotti negli Stati Uniti e al 57% in quelli condotti in Sudafrica.
Gli scienziati sperano che, se necessario, i vaccini possano essere modificati e si possano sviluppare richiami per affrontare nuove varianti, ma ciò richiede tempo.


Nell’ottica di aiutare i Paesi più poveri e fornire loro le dosi di vaccino anti Covid, lo scorso aprile l’Oms ha lanciato l’acceleratore Access to Covid-19 Tools (Act) un programma che riunisce governi, scienziati, imprese, società civile, filantropi e organizzazioni sanitarie globali. Una delle iniziative dell’acceleratore è Covax, un progetto globale guidato dalla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi), Gavi, Vaccine Alliance e Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e che ha partnership con produttori di vaccini di Paesi sviluppati e in via di sviluppo. Al progetto collabora anche l’Unione europea attraverso il programma Coronavirus Global Response, lanciato dalla Commissione europea per raccogliere contributi economici da parte di tutti i Paesi del mondo e facilitare l’accesso alle cure per i paesi più poveri.
Covax ha annunciato di essersi assicurata 2,1 miliardi di dosi per il 2021, ma non è chiaro quante di queste saranno effettivamente consegnate quest’anno.
Purtroppo però Covax da solo può fare ben poco.

Nell’articolo del New York Times che ho citato prima, Orin Levine, direttore dei programmi di consegna globale della Bill and Melinda Gates Foundation, ha affermato: “Entro la fine di quest’anno, probabilmente il 75% della popolazione nei paesi ad alto reddito sarà vaccinato”, rispetto al 25% nei paesi a basso reddito.
Per le nazioni africane, il ritmo lento della programmazione vaccinale non è una sorpresa.
Ai tempi dell’esplosione dell’HIV / AIDS, l’Africa aveva il maggior numero di infezioni e morti. Tuttavia, ci vollero almeno sei anni prima che il trattamento disponibile nelle nazioni ricche fosse reso disponibile per gli africani.
L’AIDS ha ucciso 12 milioni di persone in Africa in un decennio, anche se la mortalità negli Stati Uniti è scesa drasticamente, secondo le analisi dell’Africa Centers for Disease Control and Prevention. Le controversie sui diritti di proprietà internazionale hanno ritardato la produzione di più farmaci antiretrovirali (o generici economici).
Secondo il New York Times, l’India e il Sudafrica stanno facendo pressione sulla World Trade Organization (Organizzazione Mondiale del Commercio) per costringere le aziende farmaceutiche a condividere la loro proprietà intellettuale sui vaccini contro il coronavirus, come hanno fatto alla fine con il trattamento dell’HIV/AIDS.
“Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento è la cooperazione esplicita di ogni singolo governo e di ogni singola azienda farmaceutica. Perché siamo sull’orlo del disastro”. Lo ha detto Fatima Hassan al New York Times. Fatima è avvocato e si occupa di diritti umani. Ha combattuto per l’HIV e i farmaci contro l’AIDS e ora si occupa dei vaccini anti-Covid-19. “Dobbiamo condividere la tecnologia e spendere miliardi per risparmiare trilioni”.

Il punto è proprio questo: per la smania di guadagnare vendendo solo ai pesi più ricchi, le aziende farmaceutiche si mostrano miopi oltre che poco responsabili da un punto di vista sociale: se i vaccini non saranno equamente distribuiti, l’infezione non sarà contenuta e continuerà a diffondersi, generando varianti che potrebbero inficiare l’efficacia dei vaccini in circolazione. Creare vaccini per la variante richiede tempo e soldi, tanti soldi. E mentre si attendono i nuovi vaccini, le varianti circolano e il contagio continua. E il loop potrebbe continuare.
Per fermare il loop bisogna vaccinare tutta la popolazione mondiale in un tempo congruo. Non è il tempo che ci manca, ma la volontà politica di imporre certe scelte anche a chi sta producendo i vaccini.

I paesi poveri non cercano solo aiuti economici e vaccini. Si augurano anche di poter loro stessi fare ricerca.

La Covid-19 Clinical Research Coalition nasce proprio per accelerare la ricerca sull’infezione in quelle aree in cui il virus potrebbe devastare i sistemi sanitari già fragili. I suoi fondatori hanno lanciato un appello ripreso dalla rivista The Lancet per cercare adesioni e diffondere il loro progetto. Quello che rimarcano gli autori è il fatto che la maggior parte degli studi è fatta in Europa, Usa, Cina mentre sono pochi quelli condotti in Africa, Asia meridionale e sudorientale e America centrale e meridionale. Il numero di casi confermati di Covid-19 segnalati in contesti poveri è piccolo non perché in questi Paesi ci si ammali di meno, ma perché i test per la diagnostica non sono sufficienti.
La coalizione punta quindi a ottenere aiuti non solo economici ma anche procedurali, per avviare le sperimentazioni in modo più snello ed efficiente, ad esempio utilizzando medicinali già sviluppati e approvati per altre indicazioni, e tutte le misure di supporto implementabili.

 

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