Businessman hands using cell phone with laptop at office desk.

Smartworking: attenzione alla postura e al tempo passato seduti nella stessa posizione

Ore, anzi giornate intere passate seduti. A lavorare, a guardare la televisione, a leggere. A passare in qualche modo il tempo fra le quattro mura entro cui siamo stati chiusi per due mesi.
Ma tutte queste ore passate seduti potrebbe aver peggiorato la salute della nostra schiena e delle nostre articolazioni e potrebbe avere ripercussioni importanti su tutto l’organismo.
Per fortuna, bastano buone abitudini ed un regolare esercizio fisico per farci stare meglio. Anche perché lavorare da casa in modalità smartworking potrebbe diventare la regola per milioni di italiani. Come affrontare quindi questa nuova stagione lavorativa?
Ne ho parlato con Davide Pelella, fisioterapista specializzato in riabilitazione sportiva che lavora per la squadra di calcio Inter e collabora con la Power Volley di Milano.

Davide Pelella

In questi mesi in cui le persone sono state costrette a lavorare da casa, quali sono stati i disturbi maggiormente riscontrati?

Sicuramente il mal di schiena è stato uno dei disturbi più diffusi. Ho ricevuto diverse chiamate per un supporto anche semplicemente telefonico su come affrontare la problematica.
Doversi “inventare” una postazione di lavoro non proprio ergonomica è stato sicuramente il problema principale. Inoltre, in una città come Milano dove le persone vivono tendenzialmente in appartamenti piccoli o condividono camere, non sempre è facile organizzarsi al meglio.

Visto che lo smartworking diventerà una modalità di lavoro diffusa, che consigli può dare a chi passa molte ore seduto?

Quasi tutti i miei pazienti hanno “incolpato” la sedia come la causa principale dei loro malesseri muscolo-scheletrici. Addirittura un paziente mi ha riferito di aver chiesto il permesso al capo di andare in ufficio a prendere la sua sedia personale. Tendenzialmente, dopo le prime settimane di adattamento, la maggior parte di coloro che hanno lavorato in smartworking hanno investito qualche centinaia di euro per comprare una sedia nuova.

Consideriamo che impiegati e manager trascorrono più di 8 ore seduti ad una scrivania, con una pausa caffè e una pausa pranzo nel migliore dei casi fatta al bar o al ristorante. E il corpo organizza la sua postura e la sua efficienza in funzione dell’ambiente circostante. Passare da una sedia da ufficio ormai quasi su misura ad una classica sedia da cucina o addirittura un divano o un letto richiede sicuramente un adattamento al corpo.

La postura non causa il mal di schiena, bensì sono le posizioni prolungate nel tempo che possono creare dolori e fastidi.
I consigli che mi sento di dare, quindi, sono soprattutto questi:

  • Alzarsi frequentemente

  • Non assumere posizioni che all’apparenza possono sembrare comode ma che in realtà non lo sono

  • Fare attenzione alla posizione della testa, troppo spesso protratta in avanti.

Ci sono due immagini che ci saltano in mente se pensiamo a due persone che lavorano al pc: la prima è quella negativa, di una persona con la testa spinta in avanti, le spalle arrotondate, in posizione di rotazione interna, schiena curva quasi come se non avesse spina dorsale; la seconda immagine è quella positiva, della persona dritta, con lo sguardo dritto e la testa che va verso l’alto più che in avanti.

Ecco, la verità sta nel mezzo.

Se si continua a rimanere seduti in modo errato, quali potrebbero essere le problematiche nel lungo periodo?

Stare seduti su una sedia per molto tempo, senza alzarsi o cambiare posizione, può provocare diversi problemi. A partire dal sistema circolatorio che non è stimolato nel modo corretto in quanto il piede non svolge il suo compito di pompa plantare. Inoltre il carico grava tutto sugli ischi (le ossa che formano la base del bacino) e sui glutei e non si scarica  sulle diverse strutture dell’arto inferiore.
In più, stare seduti a guardare un punto fisso su un monitor genera una sorta di immobilizzazione di tutto il sistema articolare che può comportare una perdita di mobilità a lungo termine o dolore.
Molte persone ricorrono così ai farmaci antidolorifici  senza pensare al fatto che il dolore è solo un campanello di allarme che il nostro cervello ci invia per indicarci che c’è un problema. Il nostro corpo sta cercando di segnalarci che stare seduti in questa posizione per molto tempo non è una cosa confortevole e va cambiata.
Quando siamo al computer,  per lavoro o divertimento, le ore passano senza che ce ne accorgiamo: il corpo si adegua a questa situazione e lavora seguendo il principio dell’efficienza, cioè massima resa e minima spesa. Quando, dopo diverse ore, ci alziamo, le strutture deputate al sostegno sono già stressate dallo stare seduti e nel momento in cui torniamo in posizione eretta, possiamo avvertire un certo dolore nella zona lombare. Inoltre, come scritto precedentemente, da seduti la forza di gravità si scarica maggiormente sugli ischi e sui glutei e anche sulla zona lombare in caso di posizione protratta in avanti o floscia.

E’ utile alternare esercizio fisico alle ore passate seduti? 

Assolutamente, il mio consiglio va oltre il semplice esercizio che si trova su Youtube o il dogma di andare in palestra 3 volte a settimana. Bisogna parlare di stile di vita sano.
Occorre prevedere delle pause frequenti, anche semplicemente per sgranchirsi, e organizzare al meglio la postazione di lavoro in modo che sia il più ergonomica possibile. Può essere utile praticare attività olistiche quali YOGA o TAI-CHI per migliorare le proprie capacità motorie.
Inoltre, è importante concentrarsi anche sulla consapevolezza corporea: da seduti, iniziare a scoprire il proprio corpo e le diverse sensazioni, ad esempio facendo caso al peso del corpo (su quale lato carica di più, se è più poggiato sul gluteo destro o sul sinistro). E la testa? Che percezione si ha della testa? La si sente pesante? Spostata in avanti? Indietro? Questi semplici esercizi ci offrono la possibilità di esplorare il nostro corpo e sentire le diverse sensazioni.

In generale, il consiglio che mi sento di dare è quello di diversificare le attività motorie, crearsi un’ambiente di lavoro comodo e cercare di avere uno stile di vita sano a 360° senza tralasciare nessun dettaglio.


Ecco un’immagine che può chiarire meglio la corretta postura da assumere quando si lavora seduti a una scrivania ( a casa o in ufficio).

Begin

COVID-19: sarà la svolta per il benessere sul posto di lavoro?

Il benessere sul posto di lavoro potrebbe diventare presto un benefit per tutte le aziende. Perché a quanto pare non hanno molta scelta: la pandemia da coronavirus ha portato i dipendenti a vivere e lavorare con maggiori difficoltà e alcuni datori di lavoro si stanno impegnando per salvare il benessere e la salute mentale dei propri dipendenti. Come affermano diverse ricerche sul tema, molti lavoratori affermano di avere a che fare con un qualche tipo di problema di salute mentale o disturbo come ansia, stress, insonnia.

Le cause sono da ricercare nella paura di ammalarsi (propria o dei famigliari), nel timore per le nuove regole di distanziamento sociale, l’utilizzo costante delle mascherine e per il lavoro a distanza. Ci sono aziende che si stanno impegnando per il benessere degli impiegati, puntando non solo sulle lezione di yoga in sede, ma proponendo anche attività che puntano al benessere emotivo e sociale.

Ma siamo solo all’inizio di questa rivoluzione: molti HR Manager ancora non si occupano di benessere sul posto di lavoro in concreto e il 65% dei lavoratori afferma di non ricevere nessun benefit in questo senso. Ne ho parlato con Matteo Piazzi, giovane imprenditore responsabile del progetto Moonly, una startup nata nel cuore delle Dolomiti, all’indomani della tempesta Vaia, che si batte contro stress, ansia, depressione, obesità e insonnia.

Matteo Piazzi

Che cosa sta succedendo tra i lavoratori italiani?

“Ci troviamo in un momento estremamente delicato. Da una parte abbiamo i lavoratori che si sentono depressi e stressati, dall’altra abbiamo i datori di lavoro e i responsabili del personale che sono così indaffarati dalle pratiche amministrative da non avere il tempo per intervenire sul benessere aziendale. È un momento difficile, e lo stiamo notando ogni giorno.”

 Come si stanno muovendo le aziende in questo senso? 

Questa pandemia sta accelerando la nostra previsione sul benessere aziendale: non sono solo le aziende più grandi ad investire sul benessere aziendale, ma anche le più piccole stanno muovendo i primi passi. Le aziende stanno puntando al benessere emotivo, a quello fisico e persino a quello sociale. Ci stiamo rendendo conto che il benessere in azienda è molto più ampio della semplice lezione di yoga che alcune aziende hanno iniziato ad integrare nelle loro sedi.

La ricerca del benessere per i dipendenti potrebbe diventare un benefit permanente?

Ci sono aziende che negli ultimi anni hanno mosso i primi passi nel campo del corporate wellness offrendo massaggi in azienda, lezioni di yoga e persino meditazioni. ma questo non basta per per risolvere il calo della produttività e l’elevato turnover del personale.
Finché approcceremo il benessere aziendale con la stessa filosofia del benessere in generale non potremo mai rivoluzionare l’esperienza lavorativa in azienda. Non saranno lezioni di yoga, sessioni di meditazione, massaggi o consulenze psicologiche a risolvere il problema del burnout che sta letteralmente divorando i lavoratori.
C’è bisogno di un lavoro completo che unisca tutte le aree del benessere, comprese le soft skills tanto ricercate al giorno d’oggi. È da questa unione che possiamo rendere il mondo del lavoro più sano e più produttivo. Bisogna affrontare il benessere aziendale con il doppio dell’efficienza rispetto al classico benessere che troviamo in palestra o alle lezioni di pilates.

È giunto il momento di cambiare la cultura sul posto di lavoro?

Una cosa è certa: i dipartimenti delle risorse umane hanno sulle proprie spalle la più grande responsabilità degli ultimi anni. La ripresa dell’economia è anche nelle loro mani.

Medicina Narrativa

Medicina narrativa: la nuova frontiera della cura

Ascoltare le storie dei pazienti, accogliere le loro emozioni e poi trascriverle, in modo che ne resti traccia. E che questa testimonianza diventi parte integrante del percorso di cura.

Ludovica Brofferio

Ludovica Brofferio

Questa è la Medicina Narrativa in cui il professionista sanitario mette al centro della diagnosi e della terapia il vissuto del paziente e, al tempo stesso, integra questa storia con le sensazioni, i dubbi e le emozioni che ha provato lui stesso nel prendersi cura del prossimo.
Ludovica Brofferio, infermiera professionista presso l’Oncologia Ginecologica e Breast Unit dell’Ospedale Sant’Anna di Torino, ha scritto il libro Il tumore della mammella – storie narrate ed evidenze cliniche, edito da Springer Healthcare Italia.
Nel testo si immedesima in Minerva, la paziente protagonista, fornendo un esempio di cosa sia la Medicina Narrativa, attraverso il racconto della protagonista che deve affrontare il cancro al seno.In questa intervista, Ludovica Brofferio ci spiega che cosa sia la Medicina Narrativa e quale può essere il suo potenziale nella cura delle persone.

La Medicina Narrativa può essere la via per un nuovo rapporto tra medico e paziente. Ma in cosa consiste esattamente?

La Medicina Narrativa è stata definita dalla sua teorica Rita Charon nel libro Narrative Medicine, Honoring the stories of illness come la medicina praticata con competenze narrative per riconoscere, assorbire, interpretare ed essere (com)mossi dalle storie di malattia. 
Quando le persone vogliono comprendere o descrivere una particolare situazione raccontano una storia. Quando si cerca di capire il motivo per cui alcuni eventi accadono, li si mette in ordine temporale, stabilendo quale sia stato l’inizio, lo svolgimento, la fine, costruendo una trama intorno agli accadimenti che, altrimenti, rimarrebbero caotici e privi di senso.
La storia di malattia non può essere solo un’anamnesi, intesa come raccolta di eventi e dati, seguita poi da referti e diagnosi. Occorre un passo in avanti, una riconciliazione.
La storia di malattia deve lasciare spazio ai pensieri del paziente, ai suoi sentimenti, alla sua visione della malattia e della vita stessa, al suo modo di comunicare la sofferenza.
La rivoluzione della Medicina praticata con competenze narrative sta in questo: ricongiungere due storie di malattia che all’inizio della relazione di cura sono lontane (la malattia vissuta dal paziente e l’anamnesi fatta dal medico).

La Medicina Narrativa come potrebbe cambiare, in concreto, il percorso clinico del paziente e l’approccio clinico del medico?

La Medicina Narrativa non è solo teoria. Si tratta di interpretare la storia di malattia del paziente secondo la storia della sua vita. Una volta che abbiamo ascoltato il paziente ed il suo punto di vista dobbiamo sempre fermarci e chiedergli conferma di quanto ci ha detto, per valutare se abbiamo compreso il messaggio.
L’interpretazione evolve sempre in azione. Il professionista sanitario deve sempre chiedersi cosa può fare per il paziente, cosa il paziente abbia voluto davvero comunicare, quali siano i suoi obbiettivi.

Un esercizio di ascolto costante

La Medicina Narrativa è un esercizio di attenzione e di ascolto. I nostri colloqui con i pazienti peccano incredibilmente in questo senso. Corriamo, abbiamo fretta e il paziente non sa come trattenerci e come comunicare con noi in quel poco tempo che gli dedichiamo.
Anche se il tempo è limitato, lo sforzo è di dedicarlo al paziente. Senza altre distrazioni.
Provare a ricordare (anche prendendo appunti) le parole esatte che il paziente ha utilizzato, le metafore, le immagini evocative di cui si è servito per spiegarci come si sente.

Trasformare la pratica clinica

L’esercizio alla narrazione è utile anche per il professionista stesso perché lo aiuta a riflettere sulla consapevolezza della propria finitezza. Sul fatto che la vita è intrinsecamente legata alla malattia e che le persone reagiscono davanti alla malattia in modi che non sempre corrispondono al proprio modo di vedere.
La medicina narrativa apre porte, esattamente come la malattia fa con la vita, al senso più autentico della nostra professione: l’incontro con l’altro.
Le competenze narrative possono fortificare e trasformare la nostra pratica clinica e renderla più efficace perché il paziente si sentirà ascoltato, compreso e riconosciuto come persona e non come diagnosi.
Come scrive il sociologo Frank la narrazione “non è un atto terapeutico, ma è dare dignità a quella voce ed onorarla”. In questo modo il sanitario che si prende cura del paziente non si pone come osservatore esterno, ma come partecipante attivo. E, allo stesso modo, al paziente si restituisce un ruolo da protagonista.
Senza una comprensione autentica dell’individualità del malato, la medicina potrà raggiungere obiettivi di tipo tecnico, ma le mancherà sempre qualcosa: personalizzazione, empatia, umanizzazione.

Come è utilizzata la medicina narrativa in altri paesi? 

La Medicina Narrativa è utilizzata in tutto il mondo in svariati ambiti. In particolar modo, la letteratura scientifica offre esempi di esperienze di Medicina Narrativa nei contesti in cui l’affiliazione professionista sanitario-paziente riveste un’importanza fondamentale:

  • Scrittura autobiografica, sotto forma di diario, per i pazienti in cure palliative sugli aspetti felici della loro vita, in modo da ridurre l’ansia e l’angoscia e aumentare il senso di dignità;
  • L’impiego dello storytelling  nel miglioramento del dolore e del senso di generale benessere;
  • Raccolta di esperienze scritte in forma di diario o epistolare dei pazienti e dei caregiver afferenti ad un’unità di terapia intensiva e messa a disposizione del personale sanitario:
  • Interviste narrative rivolte alla riduzione dei fattori di rischio, come il fumo, nelle patologie respiratorie e cardiovascolari; in ambiti specifici come la gravidanza o interviste autobiografiche per coppie che si rivolgono alla procreazione assistita, per ridurre il senso di stress e incertezza verso il futuro;
  • Il racconto della propria storia attraverso il teatro nei pazienti affetti da malattia mentale;
  • Gruppi di storytelling rivolti a bambini e adolescenti diabetici per migliorare la consapevolezza sulla loro gestione autonoma della malattia.

In Italia ci sono esperienze virtuose da prendere come esempio?

La formazione alla Medicina Narrativa si svolge soprattutto in ambito infermieristico che, per sua natura, gode di un rapporto privilegiato con il paziente in termini di vicinanza e di confidenza.
Le Medical Humanities sono una risorsa di formazione per gli studenti italiani: ci si esercita all’empatia attraverso le storie vere, autobiografiche, o di finzione attingendo alla letteratura, al cinema e alle arti figurative. Esse stimolano il futuro professionista alla presa di consapevolezza della dimensione antropologica e sociale della malattia e della cura.
Nel 2015 è stato prodotto un documento di Consenso sulla Medicina Narrativa nell’ambito delle malattie rare e cronico-degenerative in cui la narrazione è stata considerata un elemento costitutivo del percorso di cura: dalla diagnosi alla terapia, dalla riabilitazione ai trattamenti palliativi.

Medicina Narrativa ed Evidence Based Medicine

La Medicina Narrativa non si sostituisce all’Evidence Based Medicine, ma la integra e la arricchisce. La narrazione deve sempre essere finalizzata ad un risvolto operativo nelle cure: aderenza al trattamento, efficienza dell’équipe medica, consapevolezza del proprio posto e del ruolo che le emozioni giocano all’interno delle relazioni di cura.
Rita Charon ha coniato il termine Parallel Chart per identificare la pratica di scrivere una cartella clinica “parallela” a quella ufficiale, nel quale il medico/infermiere scrive l’altra storia del paziente, quella parallela appunto, in cui:

  • Lo stile è narrativo e non tecnico;
  • Emergono riflessioni su cosa quel paziente o quella determinata situazione ha insegnato al professionista. In altre parole, in che modo lo ha arricchito;
  • Si possono far trapelare le proprie emozioni per l’inevitabilità della morte o per il coraggio che la relazione con il paziente ha suscitato;
  • Scopo principale è scavare più a fondo nell’esperienza di malattia dei pazienti e l’esperienza di cura del professionista sanitario;
  • Condividere le storie con i colleghi per percepire altri punti di vista, perché non esiste un unico e giusto modo di leggerli.

Nel 2018 è stato pubblicato un interessante studio italiano sull’utilizzo delle Parallel Chart in pneumologia e le cui conclusioni hanno suggerito di inserire questi strumenti di medicina narrativa nei protocolli ufficiali di cura della broncopneumopatia cronica ostruttiva.

Nel suo libro lei racconta la storia di Minerva, affetta dal tumore al seno, attraverso il punto di vista della protagonista. Cosa le ha lasciato questa esperienza?

Minerva è una donna che racchiude in sé tutte le donne che ho incontrato fino ad ora in corsia. Ho scritto quindi di donne vere, reazioni vere alla malattia, dialoghi veri.
La scrittura mi ha concesso una seconda possibilità: se per la vita reale non ci sono copioni da seguire, tutto si svolge lì davanti a te e puoi solo improvvisare, cercando di fare bene da subito, la scrittura invece concede la calma per ritornare sull’episodio, sviscerarlo, dispiegarlo. La scrittura permette di trarre riflessioni sul nostro modo di prendersi cura e sul modo del paziente di vivere la malattia.
Scrivere questo libro è stato intenso. L’esperienza di scrivere su Minerva ed in Minerva è stata intimamente legata all’esperienza di scrivere su di me, sul mio essere infermiera. È stata una pratica riflessiva prima ancora di essere narrativa.
È stata un’occasione per meditare sulle relazioni che costruiamo con i nostri pazienti.
Meditare su quanto i nostri atteggiamenti risuonino nei nostri pazienti e quanto quelli dei nostri pazienti risuonino in noi. Meditare su come e in che misura il percorso di cura migliora quando le nostre storie si incontrano.

“Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle

Madame Bovary

 

Il tumore della mammella: storie narrate ed evidenze cliniche è un testo edito da Springer Healthcare Italia, parte del Gruppo Springer Nature. Consente di acquisire anche 15 crediti ECM.

Per maggiori informazioni visitate questo sito.

 

 

 

 

Questo articolo è uscito anche su “Medici Oggi”, rivista di Springer Healthcare Italia con cui collaboro da diverso tempo.

Obesity concept

Diabete e obesità: la pandemia del ventunesimo secolo

Il diabete mellito nel mondo interessa oltre 460 milioni di persone. Nel 2045 questo numero salirà a 700. La causa principale del diabete di tipo 2 è l’obesità, una condizione (o una malattia?) che interessa sempre più persone, adulti e bambini. Si tratta di una pandemia a tutti gli effetti, ma non essendo causata da un virus ed essendo meno immediata, riceve poca attenzione, soprattutto nel nostro paese. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Cristina Parrino, Specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo.

Dottoressa Parrino, quanto è diffuso il diabete mellito in Italia e nel mondo?

È da diversi decenni che gli esperti associano le parole “epidemia” e “pandemia” a malattie croniche come il diabete mellito tipo 2 e l’obesità, malattie diffuse a livello globale che non risparmiano neanche i paesi in via di sviluppo.
Secondo l’International Diabetes Federation nel 2019 nel mondo erano 463 milioni le persone affette da diabete mellito tipo 1 e tipo 2, di cui 59 milioni in Europa. E secondo le previsioni nel 2045 saranno 700 milioni.  Il nuovo Rapporto ARNO Diabete 2019, realizzato da Cineca, in collaborazione con la Società Italiana di Diabetologia, ha stimato che in Italia vi siano oltre 4 milioni di casi noti di diabete mellito e circa 1 milione di casi misconosciuti.
Il diabete mellito di tipo 1 è dovuto a processi autoimmunitari diretti contro le cellule pancreatiche, che determinano un danno al pancreas e ne compromettono la capacità di produrre di insulina. Il diabete mellito di tipo 2, invece, si sviluppa dopo una fase di insulino-resistenza causata da sovrappeso e obesità, e inizialmente si osserva un deficit solo parziale della produzione di insulina. L’obesità ha un ruolo chiave nell’insorgenza del diabete mellito di tipo 2.

Quante persone, in Italia e nel mondo, soffrono di obesità?

In Italia il rapporto Osservasalute del 2018 ha indicato la presenza di obesità nel 10.5% della popolazione adulta e di sovrappeso o obesità nel 45.9% degli italiani. A livello mondiale, negli ultimi 40 anni, il numero di casi di obesità è triplicato. Nel 2016, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le persone di età superiore a 18 anni con obesità erano 650 milioni (circa il 13% della popolazione adulta mondiale).
Le regioni italiane con il maggior numero di persone con obesità sono Puglia (13.5%), Molise (12.8%), Sicilia (12.6%) e Marche (12.4%), mentre le regioni con le minori percentuali sono Lazio (7.6%), PA di Bolzano (8.4%), PA di Treno (8.7%) e Toscana (8.8%).
A differenza delle pandemie sostenute da malattie infettive acute, le pandemie silenti da malattie croniche non generano la stessa attenzione e preoccupazione, lasciando così a queste patologie tutto il tempo necessario per creare gravi danni alla salute delle persone.

Queste malattie croniche colpiscono anche i bambini?

Oggi sì. In passato queste patologie erano tipiche dell’età adulta, ma secondo i dati scientifici che abbiamo  oggi a disposizione possiamo affermare che il diabete mellito di tipo 2 e l’obesità interessino sempre di più anche i più piccoli. L’OMS ha dichiarato che l’obesità infantile e adolescenziale rappresenta una delle più grosse sfide per la sanità pubblica del XXI secolo, con 40 milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni con sovrappeso o obesità nel 2018 e più di 340 milioni di bambini e adolescenti di età compresa tra i 5 e i 19 anni con sovrappeso o obesità nel 2016. La maggior parte di questi bambini vive in paesi in via di sviluppo, dove si è registrato un aumento di più del 30% di queste patologie. In Italia, gli ultimi dati ministeriali del sistema di sorveglianza “OKkio alla Salute” hanno riscontrato la presenza di obesità nel 9.3% e di sovrappeso nel 21.3% dei bambini in età scolare (8-9 anni). È stato osservato un maggior numero di casi nelle regioni del Sud rispetto al Centro e al Nord dell’Italia.
Già nel 2012, in uno studio condotto in Sicilia con i colleghi dell’Università di Catania, avevamo evidenziato come l’obesità fosse aumentata significativamente rispetto ai 10 anni precedenti nei ragazzi di età compresa tra 11 e 13 anni (7.9% nel 1999-2001 e 13.7% nel 2009-2010).
Purtroppo, di pari passo con l’aumento dell’obesità, anche il pre-diabete (condizione di rischio per sviluppare il diabete mellito di tipo 2) e il diabete mellito di tipo 2 sono stati riscontrati con maggiore frequenza tra i più giovani. Altri fattori di rischio per l’insorgenza di alterazioni della glicemia e diabete mellito tipo 2 sono rappresentati da fattori genetici, etnia, familiarità e influenze intra-uterine.
La presenza di queste malattie croniche già in età precoce si associa ad un rischio maggiore di persistenza della malattia e complicanze croniche in età adulta.

Quali sono le complicanze croniche e le aspettative di vita per chi vive con queste malattie?

Il diabete mellito (tipo 1 e 2), può determinare l’insorgenza di complicanze croniche in diversi organi e apparati, tra cui:

  • occhi (retinopatia);
  • reni (nefropatia)
  • cervello e apparato cardiovascolare (ictus cerebrale, ipertensione, infarto del miocardio);
  • sistema nervoso (neuropatia);
  • arti inferiori (vasculopatia periferica e piede diabetico)

Nello specifico, le patologie cerebro e cardiovascolari rappresentano la maggiore causa di morbilità (la frequenza percentuale di una malattia in una collettività) e mortalità nei pazienti con diabete mellito. Purtroppo c’è ancora molto da fare per diffondere la conoscenza e la consapevolezza del rischio cardiovascolare tra le persone con diabete mellito.

L’obesità si associa all’insorgenza di numerose complicanze:

  • metaboliche (diabete mellito di tipo 2, ipercolesterolemia e ipertrigliceridemia, steatosi epatica);
  • cerebro e cardiovascolari (ipertensione arteriosa, infarto del miocardio, ictus);
  • oncologiche (endometrio, mammella, fegato, colon);
  • osteoarticolari (osteoartrite);
  • psicologiche (sindrome depressiva);
  • riproduttive (PCOS, infertilità).

Le persone con obesità, inoltre, possono subire gli effetti dello stigma sociale a causa della loro condizione.
Tre tra le principali complicanze dell’obesità, come l’infarto del miocardio, l’ictus e il diabete mellito  sono tra le principali cause di morte in tutto il mondo. 

Quali sono, al momento, le terapie più efficaci?

Sia per l’obesità sia per il diabete mellito di tipo 2 oggi sono disponibili numerose opzioni terapeutiche.
Il primo approccio è rappresentato dalle modifiche dello stile di vita, a cominciare dalle scelte alimentari fino all’esercizio fisico.
Per entrambe le patologie sono disponibili diverse terapie farmacologiche, alcune delle quali in grado di ridurre il rischio cardiovascolare. E può essere preso in considerazione l’approccio chirurgico con la chirurgia metabolica.
È fondamentale scegliere la terapia adatta ad ogni singolo paziente, in base alla storia clinica, alla possibilità di seguire le istruzioni fornite e alla previsione di aderenza alla terapia scelta.

Da diabete e obesità si può guarire?

Il concetto di “guarigione”, in linea generale, è applicabile alle malattie acute, mentre risulta più complesso per le malattie croniche. I medici che si occupano di obesità e diabete mellito non hanno ancora a disposizione strumenti in grado di fare guarire i propri pazienti. In ogni caso, è importante ribadire che oggi le possibilità di trattamento sono numerose e che la ricerca scientifica fornisce opzioni innovative.
La buona notizia è che numerosi studi clinici hanno documentato che è possibile ottenere in sicurezza:

  • una riduzione del peso corporeo;
  • un notevole miglioramento del compenso glicemico;
  • una riduzione del rischio cardiovascolare;
  • una remissione del diabete mellito di tipo 2 con una importante perdita di peso [3] o con la chirurgia metabolica.

Le persone con malattie croniche che tipo di routine devono seguire e quale assistenza possono ricevere?

Per le persone con diabete mellito e obesità la gestione della malattia è una maratona, non uno sprint. È fondamentale avviare tempestivamente un percorso di cura con uno specialista di riferimento e i risultati migliori si ottengono quando si instaura un’alleanza tra il medico e il paziente e si cercano insieme le soluzioni per trovare un nuovo equilibrio. La corretta informazione e l’educazione terapeutica rivestono un ruolo fondamentale per ottenere dei risultati sul piano clinico e per mantenere l’aderenza dei pazienti alle terapie.

Vede criticità nel nostro SSN nel gestire questi pazienti e nel fare prevenzione?

Da medico specialista posso sottolineare che, probabilmente, l’attenzione per malattie croniche come l’obesità e il diabete mellito è inferiore rispetto ad altri paesi in cui ho lavorato, come per esempio gli Stati Uniti d’America e la Danimarca.
Un altro aspetto da considerare è che spesso per i clinici esperti in diabetologia e obesità non è facile poter mettere a disposizione del SSN le proprie competenze specialistiche e il proprio entusiasmo.

Che cosa si potrebbe fare per migliorare sensibilmente le cose?

Tutto parte dalla consapevolezza delle persone con obesità e diabete che devono essere informate sui rischi a cui vanno incontro e devono essere guidate lungo un percorso che può essere caratterizzato da momenti di difficoltà.
La prevenzione è fondamentale e momenti di crisi sanitaria come quello in atto lo evidenziano ancora di più. Dati recenti di letteratura indicano, infatti, che i pazienti con infezione da nuovo coronavirus che accedono alla terapia intensiva sono persone con malattie croniche come l’ipertensione, le malattie cerebro e cardiovascolari, il diabete mellito e l’obesità.

Di fronte all’emergenza nella richiesta di medici, ha ancora valore competenza specialistica del professionista?

I medici specialisti sono una risorsa per la cura della popolazione e per la sanità pubblica e, a mio avviso, dovrebbero essere impiegati in maniera razionale e utile per la collettività. L’attuale ricerca urgente di medici per l’emergenza sanitaria in corso ha messo in luce come in determinate situazioni i medici specialisti siano indispensabili. Ogni medico ha il dovere di contribuire al benessere della collettività facendo riferimento alle proprie conoscenze e alle specifiche competenze professionali.

Questa intervista è stata pubblicata anche sulla testata “Medici Oggi” di Springer Healthcare Italia, con cui collaboro da diversi anni.

Referenze

Parrino C, Rossetti P, Baratta R, La Spina N, La Delfa L, et al. (2012) Secular Trends in the Prevalence of Overweight and Obesity in Sicilian Schoolchildren Aged 11–13 Years During the Last Decade. PLoS ONE 7(4): e34551. doi:10.1371/journal.pone.0034551
Valerio G. at al. Giornale Italiano di Diabetologia e Metabolismo 2017;37:213-230
Lean, Michael EJ et al.Primary care-led weight management for remission of type 2 diabetes (DiRECT): an open-label, cluster-randomised trial The Lancet, Volume 391, Issue 10120, 541 – 551
Fang L, Karakiulakis G, Roth M. Are patients with hypertension and diabetes mellitus at increased risk for COVID-19 infection? Lancet Respir Med. 2020 Apr;8(4):e21.
Ryan DHRavussin EHeymsfield S COVID 19 and the Patient with Obesity – The Editors Speak Out. Obesity (Silver Spring). 2020 Apr 1. doi: 10.1002/oby.22808.

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Il dottor Enrico Finale

to) del virus SARS-CoV-2, il patogeno che causa la malattia COVID-19. Alcuni autori hanno analizzato il liquido amniotico e il sangue neonatale prelevato dal cordone al momento della nascita in donne che avevano sviluppato la sintomatologia clinica da COVID-19 in gravidanza, senza rilevarne la presenza. Anche l’analisi istopatologica della placenta di donne con infezione da nuovo coronavirus non ha evidenziato la presenza del virus nei tessuti placentari e nei neonati. Molte informazioni in nostro possesso si basano anche sui dati emersi da altre infezioni legate al coronavirus (SARS-CoV e MERS-CoV). In questo contesto sono stati riportati casi di aborto spontaneo, di parto prematuro o di basso peso alla nascita, che al momento sono in esame per le infezioni da SARS-CoV-2.

All’inizio di questa epidemia si diceva che le donne in gravidanza erano poco colpite e chi lo era aveva sintomi blandi, è ancora così?

Sulla base di dati su casi di coronavirus precedenti (SARS-CoV e MERS-CoV) e un piccolo numero di casi COVID-19, ma anche per l’influenza stagionale, si ritiene che le donne in gravidanza possano essere a maggior rischio rispetto alla popolazione generale per le infezioni respiratorie a causa dei cambiamenti che occorrono al loro corpo e al loro sistema immunitario, specialmente nel terzo trimestre di gravidanza.
Le donne in gravidanza non sembrano però avere maggiori probabilità di contrarre l’infezione rispetto alla popolazione generale. I dati raccolti sinora hanno evidenziato che le donne in gravidanza con infezione sospetta o confermata presentano gli stessi sintomi della popolazione generale. Non è possibile al momento collegare gli esiti avversi della gravidanza, ad esempio aborto, parto prematuro o basso peso neonatale direttamente alla COVID-19.

Coronavirus in gravidanza: una madre cosa deve fare?

Partirei da quello che una donna in gravidanza deve fare per evitare il contagio. Non avendo allo stato attuale strumenti come un vaccino per contrastare SARS-CoV-2, per le donne in gravidanza e le persone che le circondano è necessario far riferimento alle comuni norme igieniche di prevenzione primaria: lavarsi spesso e accuratamente le mani con acqua e sapone o con un gel a base alcolica, evitare contatti con persone malate o che presentino sintomi riconducibili ad affezioni respiratorie, mantenere la distanza di almeno un metro durante le inevitabili ed improcrastinabili interazioni sociali (visite specialistiche o di routine), praticare una scrupolosa igiene respiratoria (tossire e starnutire nella piega del gomito oppure in fazzoletto da smaltire subito dopo) e delle superfici.
Per le donne in gravidanza lavoratrici è bene richiamare le leggi che tutelano la maternità, valutando il caso di una astensione precauzionale dal lavoro o di un cambio di mansione con il proprio datore di lavoro. Le donne che hanno un sospetto o una diagnosi certa di infezione devono seguire scrupolosamente le indicazioni dello staff medico ed ostetrico che le prende in cura. Le indicazioni cliniche ed assistenziali, che dipendono esclusivamente dal quadro sintomatologico, possono andare dall’isolamento domiciliare al ricovero in ospedale.

Il mese di gravidanza in cui si contrae il virus può fare la differenza nella sintomatologia?

Sono attualmente in corso ricerche per meglio comprendere l’impatto dell’infezione COVID-19 su donne in gravidanza e nello specifico nei vari trimestri. L’Organizzazione Mondiale della Sanità monitora da vicino la produzione scientifica e aggiorna costantemente le informazioni. Ad oggi però, con le informazioni in nostro possesso, non è possibile rispondere dettagliatamente a questa domanda.

Quanti neonati sono nati positivi da madre positiva?

I dati relativi ai contagi sono in continua evoluzione. In letteratura sono stati riportati casi di neonati affetti da COVID-19, ma al momento non vi è evidenza di una trasmissione verticale o di una infezione intrapartum (durante il parto). Secondo la Società Italiana di Neonatologia (SIN) allo stato attuale un’eventuale infezione neonatale da SARS-CoV-2 potrebbe essere il risultato di una trasmissione acquisita per via respiratoria dalla madre nel post partum piuttosto che per via transplacentare.

Come viene gestita una donna in gravidanza positiva al COID-19 in ospedale?

 I reparti di ostetricia italiani stanno affrontando una riorganizzazione per garantire percorsi dedicati alle donne gravide o puerpere affette da COVID-19. Le attuali indicazioni nazionali e internazionali prevedono l’isolamento in camere singole e percorsi fisici e logistici dedicati per il travaglio e il parto. La programmazione assistenziale dipenderà molto da come evolveranno i sintomi nel caso specifico.

Durante il parto, quali precauzioni sono prese dal personale sanitario?

Il rispetto della fisiologia della nascita e la protezione individuale dei singoli operatori presenti al parto sono elementi entrambi importanti e che vanno tutelati. A questo scopo il personale dedicato all’assistenza di una gravida ricoverata per travaglio e parto con sospetto o conferma di COVID-19 applica le indicazioni nazionali ed internazionali mediante l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuali idonei e specifici.

Come è trattato il bambino nato da madre con coronavirus?

Secondo la Società Italiana di Neonatologia, sulla base dei pochi dati disponibili in letteratura, l’infezione postnatale da SARS-CoV-2 sembrerebbe non essere grave o risultare addirittura asintomatica rispetto a quanto avviene nelle età successive. Il tema non trova comunque univoco consenso internazionale e non è stata dimostra la presenza del virus nel latte materno anche a due, cinque e sette dalla nascita. Secondo la Società di Pediatria cinese, per precauzione i bambini andrebbero separati dalla madre sospetta o positiva per COVID-19 e nutriti con latte in formula.
Le indicazioni non prendono in considerazione i rischi e i benefici di questa separazione. Per il Centers for Disease Control and prevention (CDC) nei casi di infezione sospetta o confermata per SARS-CoV-2 si dovrebbe prendere in considerazione come prima scelta l’opzione di una gestione del bambino separata da quella della madre. Le implicazioni sul non avvio, la prosecuzione o l’interruzione dell’allattamento al seno andrebbero discussi e condivisi con la famiglia.
Nei casi in cui non ci fosse la separazione dei bambini dalle madri, occorre garantire tutte le procedure atte ad evitare la trasmissione aerea dell’infezione come l’uso della mascherina durante le poppate e l’igiene delle mani. Qualora il bambino resti in ospedale insieme alla madre in regime di rooming-in, si provvederà a farlo dormire nella propria culletta, a distanza di almeno 2 metri dalla mamma.
L’UNICEF e l’OMS, invece, non prendono in considerazione la separazione di mamma e bambini/e e consigliano di applicare le indicazioni di igiene delle mani e respiratoria.
In Italia, secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), se le condizioni cliniche lo consentono madre e bambino non andrebbero separati e l’avvio e la prosecuzione dell’allattamento dovrebbe essere garantita direttamente al seno, utilizzando le precauzioni contestuali di igiene delle mani e respiratoria. Invece, nei casi in cui madre e bambini/e debbano essere temporaneamente separati, bisognerebbe aiutare le madri a mantenere la produzione di latte attraverso la spremitura manuale o meccanica del seno, da effettuare utilizzando le stesse precauzioni igieniche. La compatibilità dell’allattamento al seno con farmaci eventualmente somministrati alla donna con COVID-19 deve essere valutata caso per caso.

Che consigli si sente di dare ai suoi colleghi?

Tutte le comunità scientifiche e professionali nazionali e internazionali stanno producendo uno sforzo straordinario, sia per l’assistenza diretta sia per la ricerca scientifica, ma il momento storico che stiamo vivendo è complesso e in continua evoluzione e quindi i consigli dati oggi potrebbero non valere domani. Quest’anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità celebra il ruolo sanitario e sociale delle Ostetriche/ci e degli Infermieri, mi sento quindi di rivolgere un plauso e un grazie sincero a tutte le colleghe/i e agli infermieri che ogni giorno portano avanti con professionalità,  dedizione e sacrificio il loro lavoro, soprattutto in un momento di estrema emergenza sanitaria come questo.

Questa intervista è stata pubblicata anche sul magazine online Medici Oggi, rivista fondata da Springer  con cui collaboro.

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Il mondo dopo l’epidemia

Oggi mi sono svegliata di corsa. Alle 7:30 ero giù dal letto solo grazie alle urla strazianti di Alessandro dettate dalla fame. “Attone!!! Attone!!!” Lattone, come lo chiamiamo noi affettuosamente. E lui ripete.

Lo prendo in braccio e vado giù in cucina a preparargli il “lattone”. Un biberon colmo di latte fresco, scaldato al microonde, che Ale si beve come se non avesse mai bevuto in vita sua. In estasi.

Guardo l’orologio. Mancano venti minuti alle otto. Devo prepararmi velocemente. Oggi mi tocca uscire, ho un appuntamento di lavoro a cui non posso proprio mancare.

Andrea nel frattempo si alza, sveglia Leonardo, il mio figlio maggiore di 6 anni, e si prende cura di lui, mentre io faccio le corse per prepararmi.

Vesto Ale, io mi preparo in 20 secondi. Giacca di jeans per me, giacchino per Ale. Siamo a giugno, inizia a fare caldo. Prima di uscire controllo il telefonino e mi assicuro che la app “MiMuovo” sia accesa. Da quando sono calate le restrizioni a stare in casa, nessuno può uscire senza aver attivato la app. La mia vicina Giada una volta se l’è dimenticata, l’hanno fermata e le hanno fatto 1000€ di multa.

Mi sincero quindi due volte di averla attivata. Il tampone l’ho fatto ieri, in un’ora è arrivato il riscontro: negativo. Per cui non sono un pericolo per nessuno. Ma là fuori qualcuno potrebbe essere pericoloso per me. Guardo fuori dalla finestra che dà su un canale, colmo di alberi rigogliosamente verdi, nonostante tutto. Nonostante il virus la primavera non si è fermata e beffarda, ha continuato a far sbocciare la vita sotto i nostri occhi che invece vedevano morte ovunque. Il melo bonsai sul nostro terrazzo sta cominciando a dare i suoi primi frutti. Piccole mele, lucide e orgogliose di avercela fatta, anche quest’anno. La Natura è andata avanti, nonostante noi. E continuerebbe ad andare avanti, se dovessimo sparire.

“Uccio, uccio!!”. Ale mi ridesta dai pensieri mentre mi tira per i pantaloni: vuole il ciuccio.

Glielo prendo, insieme alla mascherina per me e per lui.

Ne ho ordinate un pacco da duecento, siamo a metà scatola. Stasera quando torno dovrò ricordarmi di fare un altro ordine. Ci mettono anche un mese ad arrivare. Sono sincera, alle volte uso la stessa per due giorni. So che è inutile a quel punto, ma almeno me le faccio durare un po’ di più.

Sto per uscire di casa. Ma Andrea mi ferma: “Dove stai andando?”. Mi blocco, smarrita. Poi realizzo: devo portare Leonardo all’asilo. Lo posso portare solo io da quando hanno riaperto le scuole.

Le regole sono queste e non ci possiamo fare nulla. Sempre la stessa persona che lo porta e lo riprende. Niente nonni.

Sospiro, pensando che arriverò in ritardo al mio appuntamento in centro a Milano. Ci sarà un traffico pazzesco. Da quando hanno bloccato i mezzi pubblici, a Milano si può andare solo in macchina e per ragioni di lavoro. Se sei un dipendente e non puoi lavorare in smartworking o sei un lavoratore autonomo come me, allora ti lasciano passare. Altrimenti stai a casa. Per fortuna hanno sospeso l’Area C. E i parcheggi sono gratuiti. Per il momento, ma non so fino a quando durerà.

Andrea una volta ci ha provato ad andare a Milano. Doveva incontrare il suo capo. Lo hanno fermato: lavorando come consulente, aveva l’obbligo di stare a casa. Non è che le aziende possono scegliere di farti lavorare in modalità smartworking. Se lo possono fare, lo devono fare. Altrimenti scattano le sanzioni.

Così sia lui, sia la sua azienda, si sono beccati una bella multa da 500€.

Da allora sta a casa piantato. E io giro come una trottola.

Salgo in macchina e sistemo i bambini nei sedili posteriori, sugli appositi seggiolini. Indossano le mascherine, sembrano due piccoli alieni.

Io sembro Alien.

Capelli legati, sguardo stravolto e niente trucco perché tanto la faccia è sempre coperta dalla mascherina e il fondotinta la sporcherebbe. E poi a giugno fa un caldo bestiale, sudo solo a indossarla.

Do un’occhiata nello specchietto retrovisore all’alieno che sono diventata. Quanto durerà? Quanto dureremo? Il virus ha cambiato tutto. Per sempre. Migliaia di morti, migliaia di persone che hanno perso gli affetti da un giorno all’altro. Città intere diventate epicentro di questa catastrofe senza ancora una spiegazione scientifica valida. Ricercatori, medici, scienziati stanno ancora cercando spasmodicamente il vaccino. Ma a maggio, due mesi circa dopo lo scoppio dell’epidemia, ci si è resi conto che i tempi sarebbero stati biblici e che non si poteva chiudere in casa la gente per sempre.

Da qui queste misure draconiane. Mi sembra di vivere in un film di fantascienza, un episodio di Black Mirror ambientato durante un’epidemia. Gli autori di quella serie non avranno difficoltà a sceneggiare nuovi episodi, la realtà intorno a loro è colma di esempi. Purtroppo.

Un “bip” mi segnala che “MiMuovo” si è accorto che mi sto, appunto, muovendo. Questa app segnala tutti i miei spostamenti e rileva le persone con cui sono stata a contatto. Se parlo attivamente con qualcuno (familiare, collega, amico, etc..) entrambi lo dobbiamo segnalare agganciando i nostri dispositivi con il Bluetooth. La tecnologia oggi sarebbe in grado di rintracciare i miei movimenti anche senza queste app, ma così ci responsabilizziamo tutti e diamo comunque informazioni più dettagliate. Questa app può inoltre consentire facilmente di risalire alle persone che sono state in contatto con me, nel caso fossi positiva. E se fossi positiva, le autorità sanitarie lo segnalerebbero subito alla app. Così se me ne vado in giro con il virus, in poco tempo le autorità lo saprebbero. Si rischiano 20 anni di carcere.

La privacy è morta, insieme alle migliaia di morti che si è portato via il virus. Questa è una libertà di cui per un po’ dovremo fare a meno, anche se mi domando se prima del virus ne godessimo davvero.

Metto in moto la macchina, non prima di aver dato un’occhiata ai miei due piccoli alieni: anche se hanno la mascherina, si intuisce che stanno sorridendo. Hanno passato due mesi reclusi in casa, uscire anche solo per andare all’asilo o dalla nonna, per loro è motivo di gioia immensa.

Alessandro e Leonardo sono stati le nostre ancore di salvezza. Per me e Andrea. Nei due mesi di reclusione forzata in casa, tra mille faccende da fare e il lavoro da portare avanti, mi sono spesso chiesta come avrebbero potuto resistere le persone sole a casa.

Giovani e vecchi, non importa: se sei segregato tra quattro mura e puoi parlare con il resto del mondo solo tramite video, come vai avanti? Niente baci, abbracci, niente guerra dei cuscini, niente cucina sporca per sfamare un esercito, niente giochi per terra e acquerelli che ti colorano tutte le pareti di casa. Niente liti con nessuno, niente risate. Solo la tua eco che riecheggia in quelle mura.

E una videochiamata è solo un timido palliativo.

Siamo essere umani fatti per le relazioni, per toccarsi, abbracciarsi, parlarsi da vicino, guardarsi negli occhi. Io sono stata chiusa in casa con Andrea e i miei due figli, un delirio assoluto, ma mi sono sentita viva, sempre. E Alessandro e Leonardo, portatori sani di gioia, capaci di ridere per aver visto una pianta fiorire o aver sentito gli uccellini cantare al mattino, ci hanno aiutato a capire che la vita è più del virus, che la speranza deve per forza vincere, che noi esseri umani siamo altro oltre alla paura. I bimbi ci hanno salvato.

Mentre mi immetto sulla strada principale faccio mente locale: i nonni hanno fatto il tampone lunedì e sono negativi. Devono farlo una volta a settimana se rimangono in casa e ogni volta che escono, se devono recarsi in posti affollati (per motivi eccezionali). Questa regola vale per tutti.  Al momento non si è trovato un altro modo per controllare l’evoluzione del contagio.

Approfitto del semaforo rosso per controllare se in borsa ho il kit per il tampone. È un dispositivo tecnologico che permette di avere il risultato in un’ora: si passa il cotton fioc in bocca e poi si inserisce in questa sorta di scatoletta che, immagino, al suo interno analizzi il campione. Sul piccolo display compare un unico agghiacciante simbolo: più o meno. Stasera a casa lo userò.

Arrivo da mia suocera. È il momento di lasciare il piccolo Ale, che sprizza gioia dai suoi occhioni che spuntano dalla mascherina. Giocare nell’orto della nonna per lui è il paradiso.

Saluto mia suocera con un cenno della mano, ci scambiamo un paio di battute. A distanza.

La distanza di sicurezza è il modo più sicuro per proteggerci. Ce lo hanno ripetuto nei mesi di reclusione, ma il mantra vale anche adesso e varrà ancora per chissà quanto tempo.

Non so più cosa vuol dire abbracciare qualcuno. A parte i miei figli e Andrea, ho messo tra me e il resto dell’umanità un buon metro di distanza.

Mentre salgo in macchina per accompagnare Leo all’asilo, mi cade lo sguardo su un sassolino colorato che giace solo sul sedile del passeggero. E’ rosso scuro, intenso. L’ho raccolto con Leo l’ultima volta che siamo andati a Genova dai nonni, il sabato prima.

Siamo andati al mare. Il mare. C’è qualcosa di più bello da vedere dopo mesi di “Prigionia”? No. Nulla è più liberatorio del mio mar ligure. Nulla. Una distesa blu, con il suono delle onde che riecheggia intermittente, il vento salato che scompiglia i capelli. E le lacrime che scendono copiose dai miei occhi. Perché per molto tempo ho creduto che non lo avrei potuto rivedere mai più.

Il mare, la mia città, la mia famiglia. Mai più.

Prendo in mano quel sassolino, me lo porto al naso. Sento ancora l’odore del mare e del sale.

“Dammelo! Dammelo!”, Leo si agita appena vede quello che ho in mano. Mi tende la mano per prenderlo. Quelle poche volte che andiamo dai nonni, ne prende qualcuno in riva al mare e li mette in un contenitore di vetro che tiene in camera sua. Un ricordo costante dei nonni e del mare, che vede troppo poco.

Ripenso a quando andiamo a trovare i miei in Liguria, facendo sempre attenzione a non abbandonarci a effusioni. Con i nipotini i miei genitori infrangono qualche regola, tenendoli per mano.  E qualche volta scappa un bacio, sulla testa.
Ma io rimango a distanza. Vorrei abbracciarli entrambi, ma non posso. Loro mi guardano sperando di incontrare un moto di cedimento, ma io resisto. Per me e per loro. Il vaccino ci libererà da questo tormento?

Smetto di pensare, sono in ritardo. Rimetto in moto la macchina, saluto con la mano Alessandro e mia suocera e riparto per portare Leonardo all’asilo.

Altro inferno. Fuori dalla scuola c’è il solito cartello:

“Disinfettare le mani del bambino prima di entrare. Fare indossare le ciabattine”.

Le ciabattine. Eh già, visto che non si sa bene se il virus rimanga o meno sotto la suola delle scarpe, per sicurezza i bimbi devono lasciare a chi li porta le loro scarpe e indossare le ciabattine di gomma fornite dall’asilo, sterilizzate ogni giorno. Siamo tornati anche a indossare il grembiule, anche quello lavato e sterilizzato ogni giorno e indossato a scuola. Gesti ripetitivi e stancanti, a cui mio figlio comunque si sottopone ormai con rassegnazione, ridendo e scherzando con gli altri compagni che affrontano la stessa routine, più stoici di noi genitori.

Do un bacio a mio figlio che scappa via verso la sua classe. Per lui è tornata un po’ di normalità. I bimbi a scuola non indossano mascherine. Le maestre e le bidelle sì. Nessuna prende in braccio i bimbi come succedeva prima. Nessuna li prende per mano. E loro, i bimbi, si adeguano. Perché hanno una capacità di adattamento molto superiore a quella di noi adulti.

Vedo Leo che si mette in fila, rigorosamente a “cinque passi” di distanza dai suoi compagni, un modo per provare a segnare un metro di distanza, ma non credo sia davvero un metro. Tra poco, in questa fila indiana distanziata, entreranno in classe. Dove, su banchi anche questi distanziati, faranno le loro attività.

Scappo via e mi rimetto in macchina. Più tardi dovrò venire a prenderlo, devo sbrigarmi. I nonni ovviamente alle scuole non si possono avvicinare. Le persone over 60 devono rimanere in casa e uscire solo ed esclusivamente per ragioni di salute o per emergenze, tutte da certificare. La spesa devono demandarla a figli o parenti o a una rete di volontari gestita dal Comune e che ha come compito quello di assistere gli anziani soli a casa per tutte le faccende.

Non è facile vivere così. Noi “giovani” iperattivi, loro, che vorrebbero essere iperattivi, vivono invece isolati.

Mia suocera mi tiene il bambino, sottoponendosi a un certo rischio. Ha un sistema immunitario che credo potrebbe vaporizzare il virus ancora prima che questo entri nei suoi polmoni, ma in ogni caso mi rendo conto che si sta esponendo. Come lei, altri nonni in Italia si stanno in un certo modo sacrificando. Ma sono monitorati costantemente dai loro medici di famiglia. Quindi siamo sereni. Per il momento. Mio suocero è un po’ più delicato e infatti cerca di non prendere in braccio mio figlio, anche se è dura non toccare un pargoletto di 20 mesi che ti gira intorno e ti tende le braccia continuamente.

È un inferno anche per loro. Ma è meno inferno rispetto a prima, quando eravamo tutti costretti a rimanere in casa senza vedersi per settimane.

Mentre mi immetto nella strada principale verso Milano, penso, come faccio ormai costantemente, a quando tutto questo finirà. Ci sarà un “giorno zero”, da cui potremo ripartire, senza timore della vicinanza?

La radio non la sento più. Fa troppo male. Ho smesso anche di leggere i quotidiani. Leggo solo riviste scientifiche. I contagi stanno calando, ma le morti continuano, seppur in diminuzione. Esperti, virologi e ricercatori fanno a gara a chi azzecca la previsione di quando tutto finirà, e io onestamente non ho più voglia di ascoltarli. Dovrei farlo, perché sono giornalista e scrivo di medicina, ma ultimamente preferisco concentrarmi sui fatti, lasciando fuori elucubrazioni ed esercizi di stile che non servono a nessuno.

Ferma in coda guardo la gente che cammina sul marciapiede. Un nugolo di umanità che prova a riprendere in mano la propria vita. Mascherine a passeggio, fantasmi delle persone che sono state. Chissà se qualcuno sorride o piange dietro quelle mascherine. Tutti a testa bassa, si ha paura persino a incrociare lo sguardo altrui. I negozi finalmente sono aperti, fuori si forma un capannello di tre o quattro persone che devono aspettare per poter entrare.

Soldati dell’esercito vigilano per evitare che si formino assembramenti in qualsiasi luogo.

Domenica scorsa avrei voluto andare al parco, ma ho desistito ancora prima di arrivarci. Un soldato ci è venuto incontro e ci ha fatto segno di no con la testa. Ok, anche per questa domenica ce ne stiamo in terrazza a casa.

L’estate è alle porte e credo che sarà un inferno avvicinarsi a una spiaggia. Ci faremo l’estate a casa e magari ad agosto, quando le città comunque un po’ si svuoteranno, avremo i parchi tutti per noi. Lo spero.

Entro finalmente a Milano, il traffico è pazzesco. Ho appuntamento vicino Cadorna. Trovo facilmente parcheggio grazie a una signora che prontamente mi lascia il posto. Un miracolo.

Mi dirigo verso un bar della zona. Anche quelli hanno riaperto, con le solite restrizioni.

Una guardia all’entrata ( di quelle private però, non un soldato) mi fa cenno di aspettare. Attendo un paio di minuti, escono due persone. Posso entrare.

Il mio appuntamento, un medico che ha voglia di raccontarmi la sua storia nel reparto di terapia intensiva di una grande ospedale milanese, mi sta aspettando seduto ad un tavolino, in fondo al bar.

Di tavolini ce ne sono pochi e sono tutti distanziati di almeno un paio di metri. Al bancone non c’è nessun cliente. Non si può servire al bancone, ma si può prendere il caffè messo sul bancone e berlo ai tavoli “mangia in piedi” o ai tavolini dove ci si può sedere. Massimo due per tavolo. Sempre a distanza.

La matematica della socialità ai tempi del coronavirus è snervante. Sempre a fare i conti con i metri, con i coperti massimi da poter occupare, con il numero delle persone in coda al supermercato.

Prima di sedermi ordino un caffè. La ragazza dietro al bancone, armata di mascherina in tinta blu come il cappellino (ma dove l’ha trovata??) mi sorride e si gira subito verso la macchinetta del caffè. Dieci secondi dopo mi porge la calda tazzina. Direttamente dalle mani. Le faccio cenno di metterla sul bancone.  Mi chiede scusa e mette il caffè sul bancone. Riprende il suo lavoro, girandomi le spalle.

La distanza è snervante. Se poi sei abituato a lavorare con il pubblico, in un locale pubblico, credo che sia inconcepibile. E allora ogni tanto porgi il caffè al cliente facendo finta di dimenticarti che non puoi farlo, sperando che anche il cliente si dimentichi che non deve prenderlo dalle mani, e che in quella confusione ci possa essere un minimo contatto, una scintilla. A confermare che siamo vivi, che non siamo automi.

Perché il contatto è tutto. Ci definisce come animali sociali, ci tempra, ci dà le energie giuste per continuare. Ci fa sentire vivi, in questa epoca di post coronavirus dove siamo tutti un po’ morti.

Porto il mio caffè al tavolino, dove siede il medico che ha già consumato il suo e mi guarda indossando la solita mascherina. Qualche battuta per sciogliere la tensione, poi abbasso il mio bavaglio per bere il caffè, mentre lui intanto mi racconta la sua storia.

Avrei potuto chiamarlo al telefono, ma oggi ho deciso di rischiare. Ho deciso di prendere la macchina e mettere la testa fuori dal triangolo della mia vita che è diventato il tragitto casa-suocera-asilo. Se non troviamo il coraggio di mettere la testa fuori e rimaniamo impauriti davanti allo schermo di un pc, avrà vinto Lui, il virus.
Siamo in guerra contro un nemico potente e invisibile che non aspetta altro che un momento di debolezza per annientarci. L’umanità si risolleverà, i giovani riusciranno a tenerlo a bada mentre gli anziani saranno salvaguardati. Me lo ripeto ogni giorno.

Anche adesso provo a ripetermelo, ma un bip dalla mia borsa mi desta dai miei pensieri: la app “MiMuovo” mi sollecita a mettere in connessione il mio dispositivo con quello del medico che sto intervistando. Mi accingo a farlo, ma il telefono inizia subito a emettere un suono diverso, più forte. E sento anche altri telefoni suonare allo stesso modo. Guardo lo schermo, dove compare  il nome e la foto di una persona che non conosco, con un’indicazione in rosso che mi segnala che si trova a due metri da me.

A due metri da me ci sono altre persone. Rimaniamo tutti immobili, perché sappiamo cosa significa quel messaggio. Alzo lo sguardo dallo schermo e vedo un uomo, vicino al bancone del bar mentre, incurante dei bip che stanno assordando tutta la sala, e molto somigliante al tizio della foto, prende dalle mani della barista un cappuccino fumante. In un attimo arrivano nel locale due poliziotti che circondano l’uomo.

La barista scappa nel retro, l’uomo si abbassa e mette le mani dietro la schiena. I poliziotti lo portano via. Succede tutto in silenzio. Quell’uomo è positivo al coronavirus. Se lo sa la app, lo sa anche lui. E non dovrebbe trovarsi in un bar.

Metto giù la tazzina di caffè che stavo bevendo. Non mi va più.

Mi alzo, saluto il medico e gli dico che lo chiamerò più tardi al telefono. Anche lui si alza per andarsene, così come tutti gli avventori del bar.

Scappo in macchina. Faccio il tragitto inverso per tornare a casa, molto lentamente perché le braccia mi tremano e non riesco né a guidare né a respirare. Mi fermo a metà strada, parcheggio in un’area di sosta.

Mando un messaggio ad Andrea dicendogli che farò tardi. Poi, con le mani che non smettono di tremare, tiro fuori dalla borsa il kit con il tampone.

Lo eseguo. Poi lo rimetto in borsa. Ho un’ora di tempo prima di vedere il risultato.

Prendo il telefono e il pc portatile e chiamo il medico che avevo lasciato poco tempo prima al bar per terminare l’intervista. Cerco di calmarmi, ma anche la voce trema. Il medico mi rassicura.

Ero distante da quell’uomo, non può essere successo nulla.

Vero, ma io continuo a tremare lo stesso. E realizzo che tutti i miei propositi di uscire, andare a Milano e rischiare, sono evaporati. Sono di nuovo davanti lo schermo di un pc. Chiusa in macchina, con le mani tremanti, il terrore di tornare a casa e un tampone in attesa di analisi chiuso nella borsa.

Anche oggi ha vinto Lui.

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Questo è un racconto di fantasia. Ho provato a immaginarmi come potrebbe cambiare la nostra vita nell’epoca post virus. Perché di certo, almeno all’inizio, non potrà essere la normale vita di sempre.

 

 

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Artrosi e artrite: l’attività fisica può fare la differenza?

Artrosi e artrite sono due patologie distinte che riguardano le nostre articolazioni e che possono portare dolore e difficoltà nei movimenti. l’attività fisica può aiutare a potenziare le articolazioni, a diminuire la perdita di osso e può essere utile nel controllare il dolore. Non si può però improvvisare, ma occorre effettuare esercizi mirati di “ginnastica adattata”. Ne abbiamo parlato con Carmelo Giuffrida, Dottore in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate.

Il Dottor Carmelo Giuffrida

Artrosi e artrite, quali sono le differenze?

Artrosi e artrite  sono malattie reumatiche  molto comuni  comportano limitazioni dei movimenti e dolore, a volte in via temporanea, altre volte in modo permanente. Interessano uomini e donne di tutte le età, anche se sono più frequenti nelle persone anziane.

La forma più frequente è l’osteoartrosi, una patologia infiammatoria cronica e progressiva che interessa tipicamente le articolazioni come ginocchio, anca, caviglia, rachide, spalla e le piccole articolazioni delle mani. E’ caratterizzata da degenerazione della cartilagine, dolore articolare, e può peggiorare la qualità della vita.

L’artrite reumatoide è una malattia cronica a carattere erosivo che genera la distruzione della cartilagine articolare e interessa soprattutto le articolazioni mobili. Colpisce le donne tre volte di più rispetto agli uomini ed esordisce tra i 40 e i 60 anni.

I sintomi principali sono:

  • dolore generale

  • rigidità e dolore articolare

  • debolezza

  • stanchezza

  • rossore della cute

  • tumefazione

  • anemia

A questi segnali si possono associare anche positività del fattore reumatoide ( un indicatore di laboratorio, utile per determinare la presenza di un’ infiammazione  o di un’alterazione nel sistema immunitario) e degli anticorpi anti-citrullina per capire se si ha l’artrite reumatoide o altri tipi di artrite. Ci sono poi diversi esami utili per capire di che tipo di malattia reumatica soffre il soggetto.

Artrosi e artrite si possono prevenire con l’attività fisica?

Negli ultimi 30 anni, sia la ricerche scientifiche sia le conoscenze acquisite sul campo hanno attribuito grande valore  all’esercizio fisico usato come trattamento  di parecchie malattie croniche oltre alle patologie dell’apparato locomotore. L’attività fisica adattata è compresa tra i “farmaci equivalenti”, e ha assunto il ruolo di “farmaco” nei disturbi correlati a parecchie sindromi metaboliche (insulino-resistenza, diabete di tipo 2, diabete di tipo 1, ipertensione, obesità), malattie cardiache e polmonari (asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, cardiopatia ischemica, cronica insufficienza cardiaca, claudicatio intermittente), malattie muscolari, ossee e articolari (artrosi, artrite reumatoide, osteoporosi, fibromialgia, sindrome da stanchezza cronica), cancro, depressione, solo per citarne alcuni.

L’esercizio fisico regolare e appropriatamente somministrato potenzia le capacità articolari, diminuisce la perdita di osso e può essere utile nel controllo del dolore. Nei soggetti che hanno artrosi e sono in sovrappeso, l’attività motoria aiuta a dimagrire e quindi a diminuire il peso sulle articolazioni. Per chi soffre di artrite invece sono importanti anche i momenti di riposo, per cui in questo caso è giusto affidarsi a specialisti dell’attività fisica adattata che sappiano bilanciare movimento e riposo nel modo giusto.

Cosa intende per attività fisica adattata (A.F.A)?

Se sostituiamo la parola “adattata” con “modificata” si intende già subito di cosa stiamo parlando: si tratta di una valida modalità didattica che adatta (cioè, modifica) il programma, i compiti e/o l’ambiente, in modo che TUTTI i soggetti possono partecipare pienamente all’attività motoria.

In pratica, in questo tipo di attività, si dà un’enfasi particolare agli interessi e alle capacità degli individui caratterizzati da condizioni fisiche svantaggiate, quali diversamente abili, malati o anziani. E’ quindi un tipo di attività dedicata a persone affette da malattie, menomazioni, disabilità o deficit tali da limitare le capacità di tali individui di praticare le attività fisiche loro congeniali.

E’ importante però ribadire che l‘attività fisica ha come obbiettivo mantenere in salute il paziente, non curare la malattia. 

 L’Attività Fisica Adattata (A.F.A.)  è stata introdotta per la prima volta nel 1973 dall’IFAPA – Federazione Internazionale Attività Fisica Adattata  ed è strettamente legata alla figura professionale del Laureato in Scienze Motorie Specializzato in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate. 

L’A.F.A. quanto può aiutare chi soffre di artrite o artrosi?

L’esercizio fisico svolto regolarmente appropriatamente mira a evitare i sovraccarichi articolari e l’improprio uso delle strutture articolari. L’obbiettivo principale è potenziare le articolazioni: il movimento diminuisce la perdita di sostanza ossea e può essere utile nel controllo del dolore. 

Nei pazienti con artrosi in sovrappeso, l’attività fisica può aiutare a perdere peso  e quindi a fare diminuire progressivamente il sovraccarico e l’usura delle articolazioni.

Nei pazienti con artrite l’attività motoria riveste un ruolo di primaria importanza durante gli attacchi acuti (ma, in questo caso, la competenza operativa è del Dottore in Fisioterapia!).

La totale assenza di esercizio fisico può far aumentare la debolezza muscolare e il dolore articolare. occorre quindi bilanciare le attività di movimento a quelle di riposo. Gli effetti dell’attività fisica sull’organismo umano condizionano la’adattamento fisico del corpo nel corso del tempo. più ci si allena, ,più ci si adatta allo sforzo. Questo, a lungo termine, porta a un importante aumento del massimo consumo di ossigeno. Ciò avviene a qualsiasi età pur variando quantitativamente in funzione delle caratteristiche genetiche soggettive, della situazione di sedentarietà iniziale e del tipo di allenamento programmato.

Uno degli effetti principali dell’allenamento aerobico è la capillarizzazione muscolare. Con l’attività motoria si può incrementare il flusso sanguigno muscolare da 50 a 100 volte i valori riscontrabili a riposo e, in ultima analisi, si possono migliorare i movimenti ed aumentare la forza dei soggetti che vi si sottopongono. Nello specifico l’attività fisica regolare:

  • Riduce o normalizza la disfunzione endoteliale (l’endotelio è il rivestimento cellulare interno dei vasi sanguigni), responsabile dei fenomeni di aterosclerosi.

  • Migliora il movimento delle articolazioni

  • Migliora la coordinazione neuro-muscolare. Ciò va a maggior vantaggio dell’anziano in presenza di patologie disabilitanti.

Per chi volesse intraprendere questo percorso di Attività Fisica Adattata, quali sono i passi da compiere?

Le persone con artrosi o artrite che desiderano intensificare l’attività fisica devono prima di tutto parlare con il proprio medico e con lo specialista, in questo caso i dottore in scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate. Bisogna quindi tenere conto di una valutazione della gravità della patologia articolare e dell’eventuale presenza di malattie concomitanti.

Gli aspetti che devono essere chiariti con chi vuole fare esercizio fisico sono essenzialmente questi:

  • Il ruolo che riveste l’attività fisica all’interno del percorso speciale redatto per il soggetto;

  • La sicurezza nella pratica dell’esercizio fisico: il soggetto deve essere in grado di riconoscere i possibili segni che gli indicano quando è necessario interrompere l’allenamento;

  • La gestione delle aspettative derivanti dall’attività fisica adattata: benefici possibili e limiti;

  • L’importanza di scegliere l’esercizio sulla base delle proprie preferenze e dello stile di vita;

  • la consapevolezza che “attività fisica” non è necessariamente sinonimo di “esercizio ad alto livello o vigoroso”. L’attività motoria è cosa ben diversa dallo “sport” ma include un ampio raggio di occupazioni come il giardinaggio, una lunga passeggiata, salire le scale, ….

Quello che mi sento di dire è che il rapporto con l’attività fisica deve essere incoraggiato. Fare attività fisica fa bene anche per chi soffre di artrosi o di artrite. Ovviamente l’attività andrà svolta sotto stretta osservazione, con controlli mirati su intensità e frequenza e si dovrà modulare secondo le eventuali manifestazioni di dolore dei soggetti. Ci vogliono quindi informazioni corrette, perché svolgere un’attività fisica adattata non può che far bene a chi soffre di artrosi o artrite.

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Incubi: quando i brutti sogno possono diventare un disturbo

Oggi voglio trattare una tematica particolare. Gli incubi.

Li avete mai avuti? Se capitano qualche volta, non devono destare preoccupazione. Quando invece diventano ricorrenti, è bene approfondire quale potrebbe essere la causa.

Perché tutti sogniamo, anche se sempre non ricordiamo di averlo fatto. Quello che invece di sicuro di ricordiamo è un brutto sogno.

Gli incubi possono essere causati da stati emotivi particolari vissuti nell’arco della giornata o possono essere spia di disturbi specifici, originati da traumi, periodi stressanti, privazione del sonno o abuso di alcol o particolari medicinali. Quando gli incubi sono ricorrenti, non correlati a patologie specifiche e inficiano la vita quotidiana, si parla di “disturbo da incubi”.

Vediamo nel dettaglio che cosa sono gli incubi e perché facciamo brutti sogni.

Perché sogniamo?

Sognare è un’azione normale e naturale per gli esseri umani, ma gli scienziati ancora oggi si dividono sull’utilità dei sogni. Per alcuni sono inutili, come sostenne lo psichiatra statunitense John Allan Hobson, che nel 1977 pubblicò lo studio The neurobiological origins of psychoanalytic dream theory, secondo cui le deduzioni di Freud circa i sogni erano sbagliate; per altri sono invece molto utili, come ammise lo stesso Sigmund Freud nel 1895, secondo cui i sogni rappresentano i desideri inconsci e, più recentemente, Ernest Hartmann, direttore dello “Sleep Disorders Center di Boston” la cui Teoria Contemporanea del sogno ci dice che i sogni, nel tempo, aiutano a mitigare le emozioni, soprattutto quelle conseguenti a traumi. Per Hartmann il sogno potrebbe avere quasi un’azione lenitiva delle esperienza traumatiche che viviamo nella realtà. La scienza ancora oggi si divide tra chi crede che sognare non abbia nessun significato e chi invece attribuisce ai sogni funzioni fondamentali per i nostri equilibri emotivi, mentali e fisici.

Il motivo per cui sogniamo è tutt’oggi oggetto di investigazioni.

Secondo le varie ricerche fino a oggi effettuate, i sogni agiscono su diversi livelli:

  • Sono una componente importante dei processi mnemonici, perché aiutano l’attività cerebrale nel consolidamento di quanto si è appreso nel corso della giornata;

  • Sono un’estensione della coscienza “sveglia” e riflettono l’esperienza che viviamo durante il giorno;

  • Aiutano la mente a districarsi tra pensieri difficili, emozioni ed esperienze, e a raggiungere l’equilibrio psichico ed emotivo;

  • Proteggono il cervello e lo preparano ad affrontare minacce, pericoli e sfide: vivendo ( e superando) l’incubo, l’individuo impara ad affrontare problemi e pericoli nella vita reale.

Non esiste quindi una risposta univoca e universale sul perché gli esseri umani (e non solo) sognino. I sogni aiutano a livello biologico, cognitivo e psicologico, ma i meccanismi che ne sono alla base e che li generano sono ancora avvolti, in parte, dal mistero.

Così come il sonno può essere interrotto e disturbato, possono esserlo i sogni. Quando generano ansia, terrore e angoscia, i sogni si trasformano in incubi.

Cosa sono gli incubi?

Gli incubi sono sogni che possono essere così terrificanti da interrompere il sonno. Colpiscono occasionalmente il 47% della popolazione adulta e sono ricorrenti nel 5-8% dei casi.
I bambini ne sono più colpiti, ma il fenomeno tende a decrescere con l’avanzare dell’età. Cadere nel vuoto, essere inseguiti da qualcuno di cui abbiamo paura o trovarsi in altre situazioni che generano emozioni disforiche come rabbia, ansia o disgusto può addirittura farci svegliare. Questo tipo di risveglio non va confuso con il pavor nocturnus, il terrore notturno che colpisce prevalentemente durante l’infanzia interrompendo il sonno dei bambini e causandone il risveglio. In questo risveglio, il bimbo non è pienamente cosciente, non risponde ai richiami degli adulti, ha gli occhi sbarrati, ma riesce a riaddormentarsi e in genere, il mattino dopo, non ha memoria di quanto successo. Il risveglio generato dagli incubi, invece, è diverso: si è pienamente coscienti quando ci si sveglia e si ha difficoltà a riaddormentarsi. Gli incubi, di solito, durano tra i 4 e i 15 minuti, si manifestano a notte inoltrata o prima dell’alba e i soggetti al risveglio si ricordano quanto appena sognato.

I principali segnali che ci permettono di capire se siamo di fronte a un incubo sono:

  • il sogno sembra reale ed è sconvolgente: spesso diventa più inquietante man mano che si sviluppa;

  • la trama dei sogni è generalmente correlata a minacce alla sicurezza o alla sopravvivenza, ma può avere altre tematiche inquietanti;

  • il sogno è talmente terrificante da provocare il risveglio;

  • ci si sente spaventati, ansiosi, arrabbiati

  • si suda e si possono avere le palpitazioni;

  • ci si risveglia coscienti, e si possono ricordare tutti i dettagli di quanto sognato;

  • il sogno/incubo provoca angoscia, fino a rendere difficile il riaddormentamento.

Da cosa sono causati gli incubi?

Gli incubi di solito si verificano durante la fase del sonno più profondo, caratterizzata dal movimento rapido degli occhi (Rapid Eye Movement – REM).

La causa esatta degli incubi non è nota, ma si possono identificare alcuni fattori scatenanti, tra cui:

  • stress o ansia: a volte, lo stress ordinario della vita quotidiana, oppure un grande cambiamento, come un trasloco, o ancora un evento traumatico, come la morte di una persona cara, possono causare incubi. I soggetti ansiosi sono più predisposti, in generale, a fare brutti sogni;

  • trauma: gli incubi sorgono spesso in relazione a un incidente, un infortunio, una violenza fisica o verbale o altri eventi traumatici. I brutti sogni sono comuni anche nelle persone che hanno un disturbo da stress post-traumatico (PTSD);

  • privazione del sonno: periodi di sonno e di veglia irregolari (o di insonnia) riducono la quantità e la qualità del sonno e possono aumentare il rischio di incubi;

  • farmaci: alcuni antidepressivi, o i farmaci per la pressione sanguigna, i beta-bloccanti e i farmaci usati per curare il morbo di Parkinson possono scatenare incubi perché alterano i livelli di neurotrasmettitori del sistema nervoso centrale ;

  • abuso di sostanze: l’assunzione di alcol e droghe ricreative può scatenare incubi;

  • altri disturbi: la depressione, le patologie mentali ma anche malattie come quelle cardiovascolari o il cancro possono indurre gli incubi;

  • libri e film spaventosi: per alcune persone, leggere libri o vedere film spaventosi, specialmente prima di andare a letto, può far insorgere brutti sogni.

  • Cene a base di cibi particolarmente pesanti: un pasto abbondante ricco di grassi e zuccheri, soprattutto se consumato poco prima di andare a dormire, può dare luogo a difficoltà digestive che si riflettono sulla qualità del sonno e dei sogni.

Quando l’incubo diventa un disturbo

Se sono occasionali, gli incubi non devono destare preoccupazione: come abbiamo appena visto, la visione di un film horror, un pasto particolarmente pesante e una giornata stressante possono causare sogni agitati e angoscianti, di tanto in tanto.

Quando, invece, gli incubi si manifestano con frequenza e le emozioni negative vissute durante il brutto sogno persistono anche il giorno seguente, potremmo essere di fronte al citato disturbo da incubi, in inglese nominato “Nightmare Disorder”.

Il disturbo da incubi fa parte delle parasonnie, i problemi del sonno correlati a esperienze indesiderate che si verificano durante le diverse fasi del sonno: mentre ci si addormenta, durante il sonno o al risveglio. Oltre al disturbo da incubi, fanno parte delle parasonnie il sonnambulismo, il pavor nocturnus, i crampi improvvisi alle gambe, la sindrome delle gambe senza riposo e le allucinazioni.

Il disturbo da incubi è diagnosticato in assenza di altre cause che possono generare questi sogni in modo frequente e che abbiamo già visto, tra cui l’assunzione di determinati farmaci, i disturbi da stress post-traumatico e altri disturbi psichiatrici.

Occorre inoltre distinguere gli incubi che possono generare il “Nightmare Disorder” da quelli che seguono eventi particolarmente dolorosi o traumatici: dopo la perdita di una persona cara si possono fare sogni angoscianti, ma in questo caso l’emozione prevalente è la tristezza, non la paura o l’ansia. Anche le persone che soffrono di narcolessia possono avere incubi, ma questi sono conseguenza della sonnolenza diurna.

In sintesi, solo quando le cause patologiche e farmacologiche sono escluse, e abbiamo incubi ricorrenti, possiamo parlare di “Nightmare Disorder”.

Nei casi più gravi, le persone possono addirittura temere di addormentarsi per paura di avere gli incubi, generando così un pericoloso circolo vizioso: si dorme poco per il timore di fare brutti sogni, ma la privazione di sonno è una delle cause degli incubi. Così facendo, quindi, gli incubi si manifestano con maggior frequenza proprio perché si dorme poco.

Quando il sonno è influenzato in questo modo, compaiono altri sintomi che causano una compromissione della vita quotidiana: difficoltà di concentrazione, sonnolenza diurna, umore nero, irritabilità e ansia. Per coloro che ne sono afflitti, il disturbo da incubi può sembrare un infernale giro di giostra che non si riesce a fermare.

Gli incubi sono considerati un disturbo solo se non sono correlati a patologie e se:

  • si verificano con frequenza;

  • fanno insorgere problemi di concentrazione o memoria e non si riesce a smettere di pensare a quanto sognato;

  • comportano sonnolenza diurna, affaticamento o spossatezza;

  • inficiano la produttività sul posto di lavoro e le relazioni sociali;

  • fanno insorgere la paura del buio e di andare a dormire.

Se si verificano le situazioni appena menzionate, è bene parlarne con il proprio medico di fiducia.

Il trattamento

Se siamo di fronte a incubi causati da specifiche patologie mentali (malattie psichiche o disturbi da stress post-traumatico), si può lavorare sul disagio psicologico originale: eliminandolo o attenuandolo, si possono limitare anche gli incubi correlati. In alcuni casi, si impiega una terapia cognitivo-comportamentale che ha successo nel 70% dei pazienti.

Se siamo di fronte a un disturbo da incubi, si può tentare anche l’approccio farmacologico che si rivela efficace in alcuni casi, ma che in altri può rivelarsi controproducente: alcuni farmaci utilizzati, come gli antidepressivi, hanno tra gli effetti collaterali proprio gli incubi.
Un altro approccio utile può essere la psicoterapia: una delle tecniche più efficaci per superare gli incubi si chiama terapia di ripetizione immaginativa, una delle tecniche più studiate e che ha prodotto risultati eccellenti nella gestione e trattamento degli incubi.

La terapia si basa sull’alterazione consapevole di alcuni elementi del brutto sogno: attraverso varie fasi (controllare l’incubo, visualizzare scene piacevoli, riscrivere la storia) il paziente riesce a trasformare il brutto sogno in una storia piacevole. L’idea è che, visualizzando tutti i giorni la storia modificata, questa si trasferirà anche nel sogno, sostituendo l’incubo. L’applicazione costante di questa terapia non solo porta a risolvere gradualmente gli incubi, ma migliora anche la qualità del sonno e riduce la sensazione di disagio che si portano dietro le persone che vivono le esperienze degli incubi, specialmente quelli ricorrenti.

 

Fonti:

coronavirus

Coronavirus: facciamo chiarezza

L’OMS ha già parlato di infodemia, vale a dire una diffusione massiccia e capillare di notizie, alcune delle quali false, inerenti il Coronavirus, capaci di generare eccessivo allarmismo, disinformazione e da ultimo, isteria.

L’epidemia da Coronavirus non va sottovalutata, ma prima di preoccuparsi eccessivamente per la propria salute o quella dei proprio cari, è bene conoscere l’argomento di cui stiamo parlando.

Non voglio aggiungere fiumi di parole all’infodemia di cui parla l’OMS ma solo chiarire, con cinque semplici domande, di che cosa stiamo parlando.

Lo faccio con il prezioso aiuto Alberto Enrico Maraolo, ricercatore medico di malattie infettive dell’ Università degli Studi di Napoli “Federico II”

1) Partiamo dalla domanda più semplice: quali sono le differenze tra l’influenza causata dal Coronavirus e quella “comune”?

Iniziamo dalle analogie. Sia il nuovo coronavirus, chiamato 2019-nCoV, sia il virus influenzale (che include diversi sottotipi) possono causare patologie respiratorie di lieve o grave intensità e potenziali complicanze molto rilevanti. Non parliamo del raffreddore comune che, ricordiamo, può essere causato da alcuni tipi di coronavirus che circolano da tempo nella popolazione ma sono diversi da quello venuto recentemente alla ribalta.

Veniamo alle differenze.

Incubazione. L’influenza “tradizionale” ha in genere un periodo di incubazione brevissimo, di circa 2 giorni, mentre per 2019-nCoV i valori medi sono più alti, ossia 5-6 giorni.

Contagio. L’influenza può essere trasmessa da un soggetto asintomatico nelle 24 ore precedenti la comparsa dei sintomi, ma il ruolo dei soggetti asintomatici nel caso di 2019-nCoV è ancora tutto da chiarire, anche se, come afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), essi sicuramente non sono il maggiore mezzo di diffusione del contagio.

Bambini. L’influenza “tradizionale” interessa molto spesso l’età pediatrica, causando, a seconda delle stime, anche fino a 100.000 decessi circa nei bambini al di sotto dei 5 anni ogni anno nel mondo, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Invece, 2019-nCoV sembra risparmiare l’età pediatrica o comunque causare nei soggetti più piccoli quadri clinici molto lievi.

2) E' vero che è letale soprattutto su soggetti già debilitati e anziani?

Fin da quando l’epidemia scoppiata a Wuhan ha raggiunto notorietà mondiale, si è capito che l’infezione era capace di determinare forme cliniche gravi e anche mortali. La morte in genere avviene per grave insufficienza respiratoria a causa di un’importante compromissione della funzione polmonare.

 Sono stati comunque descritti quadri di disfunzione anche di altri organi,  insufficienza renale e danno cardiaco acuto. Nei casi più gravi il decesso può avvenire anche per sovra-infezioni batteriche.

 I meccanismi che sono alla base della patologia ancora non sono del tutto chiariti, perché non si ha a disposizione una massa critica di dati tale da permettere di capire con ragionevole certezza fattori di rischio e categorie più vulnerabili. Tuttavia, dai primi report sembra che i pazienti più sfortunati siano quelli di età avanzata e che soffrono di diverse patologie contemporaneamente, la cosiddetta comorbidità (ad esempio, soffrire di diabete e patologie cardiovascolari). Ciò non sorprende perché avviene lo stesso per l’influenza.

Ovviamente questa è la visione d’insieme, relativa ai grandi numeri: il singolo caso fa sempre storia a sé e, sempre similmente all’influenza, un andamento aggressivo non può essere escluso a priori in ogni soggetto giovane e senza problemi di salute rilevanti, sebbene ciò sia generalmente poco probabile.

3) Se la mortalità, al momento, è allo stesso livello o poco più alta di una "banale" influenza, perché è esplosa l'emergenza sanitaria a livello globale?

In realtà l’influenza “classica” è una malattia tutt’altro che “banale” come purtroppo è scolpita nell’immaginario collettivo. Le stime dell’OMS parlano di un numero di morti da 290.000 a 650.000 ogni anno nel mondo. I numeri ufficiali, come le poche centinaia di casi in Italia, rappresentano largamente una sottostima, legata al fatto che l’influenza spesso non è la causa ultima del decesso, ma ne è il  fattore scatenante. È dimostrato come l’influenza possa innescare, in particolar modo in soggetti con pre-esistenti comorbidità, eventi cardiovascolari come l’infarto. Inoltre, sempre nei soggetti più fragili, è tutt’altro che rara l’ospedalizzazione a cui segue la comparsa, per esempio, di una complicanza come la polmonite nosocomiale (vale a dire che insorge in seguito al ricovero in ospedale) che può essere anche fatale.

Comunque, è innegabile che siamo ormai “assuefatti” all’influenza e al tasso di mortalità, anche se il lavoro da fare è ancora molto, considerando le basse coperture vaccinali e il controverso effetto sulla mortalità da parte degli antivirali a disposizione.

Ciò che ha innescato la reazione vigorosa da parte delle autorità sanitarie mondiali nei confronti di 2019-nCoV è innanzitutto il carattere stesso di novità: ci troviamo dinanzi a un nuovo patogeno, che, per quanto in proporzione bassa rispetto a tanti altri tipi di virus, sta causando dei decessi in persone che viceversa non sarebbero morte. Inoltre, non c’è né vaccino, né terapia.

 Non vi è nemmeno parziale immunità nella popolazione, come accade per l’influenza, i cui virus rappresentano delle varianti di quelle circolate negli anni precedenti.

Infine, consideriamo un dato: la letalità nei casi di Coronavirus notificati è del 2%. È probabile, come affermano tutti gli esperti, che in realtà il denominatore su cui calcolarla sia molto più ampio, perché i casi accertati sono quelli dei pazienti che si ospedalizzano. Ci saranno sicuramente molte persone in Cina con sintomi lievi che non si recano presso le strutture sanitarie. Immaginiamo dunque di diluire i 565 morti notificati al 7 febbraio (fonte https://www.epicentro.iss.it/) nell’ambito di un denominatore ben superiore a quello ufficiale, ad esempio 100.000 persone, numero che rientra peraltro in alcune stime effettuate secondo raffinati modelli matematici. In questo caso la letalità sarebbe dello 0,5%, decisamente bassaMa cosa succederebbe se al mondo fossero colpite 200 milioni di persone? Significherebbe, stando a queste stime, avere un milione di morti, pressoché il doppio di quello dell’influenza di stagione, che colpisce ogni anno circa un miliardo di persone secondo l’OMS.

Ecco perché fermare questo virus in tempo è così importante.

Benché non sia mortale alla stregua di altri patogeni in termini relativi, colpendo un vasto numero di persone può determinare in termini assoluti un numero ragguardevole di decessi su scala globale che altrimenti non sarebbero occorsi.

4) Quali sono le differenze con la SARS? 

Sono entrambi due coronavirus del genere beta. Sembrano condividere lo stesso target quale recettore per entrare nelle cellule bersaglio, ovvero l’enzima ACE2, ampiamente rappresentato nell’apparato respiratorio, specialmente nelle basse vie (trachea, bronchi e polmoni).

Possiamo affermare che le modalità di contagio e il periodo d’incubazione di Coronavirus e SARS siano sovrapponibili.

Tuttavia, balzano all’occhio importanti differenze: il nuovo Coronavirus in poco più di un mese ha doppiato il numero di persone ufficialmente contagiate in circa due anni dal virus responsabile della SARS, risultando molto più diffusivo. D’altro canto, anche la letalità è diversa, ma in questo caso a sfavore della SARS.

Il bilancio ufficiale della SARS fu di 8.098 infetti e 774 morti, ossia il 9,6% dei contagiati. Tra questi, purtroppo anche Carlo Urbani, unica vittima italiana, infettivologo di straordinarie capacità che contrasse il virus responsabile della SARS in Vietnam, ad Hanoi, ove lavorava per l’OMS. Grazie al suo grido d’allarme e al suo sacrificio i riflettori si accesero sull’epidemia di SARS, la cui letalità fu dunque di un valore circa cinque volte superiore a quello desunto dalle cifre ufficiali per 2019-nCoV.

5) Adesso che il virus è stato isolato, cosa si potrà fare in concreto? 

Bisogna fare una precisazione. Il virus è stato isolato in prima battuta da scienziati cinesi già il 10 gennaio, nello specifico da ricercatori dell’Università Fudan di Shangai, che hanno sequenziato in tempi rapidi l’intero genoma di circa 30.000 nucleotidi. In seguito, altri gruppi di ricerca in differenti paesi, in cui si sono diagnosticati casi di infezione da 2019-nCoV, hanno ottenuto lo stesso risultato. In Europa, proprio poco prima dello Spallanzani, l’isolamento è avvenuto all’Istituto Pasteur a Parigi. Ciò ovviamente non va a detrimento dell’eccellente lavoro svolto dal laboratorio di virologia dello Spallanzani: è chiaro che il virus si può isolare solo se si hanno materiali biologici, e secondo logica ciò è avvenuto in Cina che è il cuore dell’epidemia. Ad ogni modo, ottenere molteplici sequenziamenti del virus, da diversi pazienti in differenti posti del mondo, permette di ricostruire con precisione la sua storia evolutiva e la sua capacità di mutazione. Consente altresì di capire meglio quali sono i fattori che produce e che condizionano la virulenza. Queste sono le premesse fondamentali per una terapia e per un vaccino.

Circa, però, le tempistiche, si entra in un campo minato: dimostrare l’efficacia in laboratorio di un antivirale, dopo isolamento e coltivazione di un virus, non significa automaticamente che tale risultato sarà confermato nell’uomo, per tacere del profilo di sicurezza da vagliare con attenzione.

 Anche per i vaccini il discorso è complesso: pur comprimendo il più possibile, fino a 6-12 mesi, la fase di preparazione del composto immunizzante, occorre testarne in vivo efficacia e sicurezza su campioni numerosi. Non bisogna dunque dar credito a notizie miracolistiche sul timing di cure e vaccini, ma concentrarsi sull’infection control per bloccare la catena dei contagi.

Consiglio: Per avere dati sicuri, corretti e aggiornati in tempo reale visitate la pagina di Epicentro Dell'Istituto Superiore di Sanità: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/  
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Colazione: è meglio farla prima o dopo l’allenamento?

Per chi si allena, indipendentemente dagli obbiettivi prefissati (dimagrire, stare in forma, etc.), la corretta alimentazione non solo è importante, ma è imprescindibile per raggiungere questi obiettivi. Fare lunghe sessioni di corsa o bicicletta serve a poco se non si segue un’alimentazione corretta. Quello che ingeriamo infatti influisce sul modo in cui bruciamo grassi e zuccheri e ancora di più condiziona lo sviluppo e il mantenimento della nostra muscolatura. Se quindi commettiamo degli errori a tavola, questi si riflettono anche sui nostri allenamenti. Ma niente paura, si impara in fretta a mangiare bene.

Mangiare prima di allenarsi aiuta o non aiuta a bruciare di più?

L’eterno dilemma di chi si allena: mangio o sto a digiuno prima di allenarmi? A risolvere la questione ci ha pensato un gruppo di ricercatori dell’Università di Bath, insieme a colleghi degli atenei di Birmingham, Newcastle e Stirling, secondo cui mangiare prima dell’allenamento permette di bruciare non solo i carboidrati appena assunti con il primo pasto, ma anche quelli assunti nel pasto successivo all’allenamento. Lo studio, effettuato su un gruppo di 12 uomini, sportivi e in salute, il cui metabolismo è stato monitorato durante l’attività fisica, svolta sia dopo la colazione, sia a digiuno, è stato pubblicato sulla rivista scientifica su The American Journal of Physiology – Endocrinology and Metabolism. Tutto ruota intorno alla glicemia postprandiale. La glicemia misura il livello di zuccheri nel sangue: lo studio ha dimostrato come l’esercizio fisico aumenti notevolmente lo smaltimento del glucosio dal sangue al muscolo scheletrico, permettendo quindi di controllare la glicemia e, di conseguenza, di migliorare lo stile di vita. I ricercatori hanno misurato i livelli di glucosio nel sangue dei volontari e hanno rilevato che mangiare prima dell’attività fisica aumenta la quantità di carboidrati bruciati durante l’esercizio e velocizza anche la digestione e metabolizzazione del cibo mangiato dopo l’attività fisica.

Cosa mangiare prima di allenarsi?

È utile prediligere alimenti che forniscono elevate quantità di energia con il minimo impegno dell’apparato digerente: l’alimentazione deve adattarsi al lavoro muscolare che si intende fare, pertanto deve essere equilibrata. La quota glucidica (i carboidrati) può essere assunta con alimenti ricchi di amido, facilmente digeribile, come:

    • pane ben cotto

    • zuccheri semplici

    • riso

    • fette biscottate

    • pasta

    • cracker o grissini

Gli alimenti ricchi di amidi sono assorbiti in modo lento dall’organismo e sono adatti in caso di esercizio fisico prolungato mentre gli zuccheri semplici aiutano in caso di esercizi più intensi ma brevi, perché vengono assorbiti molto rapidamente. Per i grassi, meglio optare per oli vegetali (o per il burro crudo). La quota proteica può essere assicurata da proteine di origine animale, meglio se biologiche:

  • carni e pesce non grassi

  • uova

  • latticini

Al mattino quindi, prima di allenarsi, si può optare per una colazione leggera, facilmente digeribile e a base soprattutto di carboidrati. Potrebbero andar bene due o tre fette biscottate (o una fetta di pane) con un po’ di marmellata. È meglio limitare proteine e grassi che possono allungare la digestione: meglio assumerli dopo l’allenamento.

Che cosa mangiare dopo l’allenamento?

Quello che si assume dopo l’attività sportiva incide sul recupero muscolare. Infatti, non mangiare dopo l’allenamento o mangiare in modo sbagliato può affaticare i muscoli e compromettere il rendimento. Dopo un allenamento aerobico (il cosiddetto cardio) è bene consumare, nei 30 minuti successivi, uno snack da 100-300 calorie con un mix di carboidrati e proteine, prediligendo, come quantità, i primi sulle seconde. I carboidrati sono infatti fondamentali per reintegrare le riserve di glicogeno, cioè quelle riserve di carboidrati, immagazzinati soprattutto nei muscoli e nel fegato, che costituiscono la principale fonte di energia del nostro organismo.
Dopo un allenamento con i pesi è utile invece consumare uno snack a base di carboidrati, proteine e grassi buoni. Può andar bene anche un frullato o uno snack proteico.

Fonti
Edinburgh, R.M., et al., Preexercise breakfast ingestion versus extended overnight fasting increases postprandial glucose flux after exercise in healthy men, Am. J. Physiol. – Endocrinol. Metab., volume 315, issue 5, pages E1062–E1074, 2018.

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