AMR

Antibiotico-resistenza: la Covid-19 potrebbe peggiorare la situazione?

Nella settimana dedicata all’uso degli antibiotici è giusto porsi questo quesito, che tanto banale non è.

Perché, secondo alcuni studi recenti, gli antibiotici si continuano a dare anche ai pazienti Covid che non hanno infezioni batteriche evidenti e questo potrebbe inasprire l’antibiotico-resistenza già presente a livello globale: secondo l’OMS entro il 2050 questa condizione potrebbe provocare 10 milioni di morti nel mondo.

Dall’inizio della pandemia da Sars-Cov-2 in Europa sono morte circa 250.000 persone. Ma quest’anno, secondo le previsioni, potrebbero perdere la vita nel Vecchio Continente 30.000 persone a causa dell’antibiotico resistenza (Anti Microbial Resistance, AMR). Larry Kerr, della Transatlantic Task Force on Antimicrobial Resistance, ha paragonato l’AMR a tanti piccoli incendi sparsi per l’Europa che rimangono invisibili rispetto alla catastrofe Covid-19, ma i primi non sono meno pericolosi della seconda.

Che cos’è l’antibiotico-resistenza?

Come suggerisce il nome, si tratta della resistenza da parte dei batteri agli antibiotici che dovrebbero distruggerli o perlomeno bloccarli.
La scoperta e l’utilizzo degli antibiotici hanno rivoluzionato il trattamento di molte malattie infettive. Tutti noi, diverse volte nella vita, abbiamo dovuto assumere un antibiotico, un farmaco che può essere di origine naturale (antibiotico in senso stretto) o di sintesi (chemioterapico), e che è in grado di rallentare o fermare la proliferazione dei batteri. L’antibiotico può essere pertanto batteriostatico (vale a dire che blocca la riproduzione del batterio) o battericida quando uccide direttamente il microrganismo.
Negli ultimi anni, il fenomeno dell’antibiotico-resistenza è aumentato notevolmente al punto da dover prendere provvedimenti a livello di sanità pubblica. Se non si riescono a curare le persone con gli antibiotici occorre infatti capire perché e soprattutto trovare una cura alternativa ed efficace.
L‘Italia poi vanta un triste primato: si calcola che nel nostro paese ogni anno siano circa 10 mila le vittime provocate dall’antibiotico-resistenza su 33 mila complessive in Europa. Siamo quindi il paese europeo con il più alto tasso di mortalità.
L’antibiotico-resistenza è causata soprattutto da un abuso degli antibiotici da parte delle persone, negli allevamenti intensivi e negli ospedali.

Come fanno i batteri a diventare resistenti agli antibiotici?

Esistono molti modi tramite i quali batteri possono acquisire una resistenza ad uno o più antibiotici. Uno dei principali si chiama “pressione selettiva”, quell’evento per cui un antibiotico riesce a eliminare parte dei batteri patogeni e quelli buoni della nostra flora intestinale, ma non riesce ad attaccare i batteri patogeni resistenti. Questi, anche se in numero inferiore, una volta che si trovano il campo sgombro dei batteri fatti fuori dall’antibiotico, possono replicarsi indisturbati. I batteri possono diventare resistenti agli antibiotici anche attraverso la trasmissione orizzontale (da un microorganismo all’altro) del materiale genetico. Questo meccanismo può avvenire tramite la trasmissione di plasmidi, piccoli pezzi di DNA batterico che possono essere facilmente trasferiti tra batteri e che possono far produrre enzimi in grado di conferire la resistenza agli antibiotici.

L’AMR in Italia e nel mondo

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha istituito un programma di sorveglianza globale, noto come GLASS (Global Antimicrobical Surveillance system) per monitorare a livello globale l’antibiotico resistenza e quindi la lotta alla sua diffusione. Al programma aderiscono 82 paesi e secondo uno degli ultimi report, ben 66 di questi hanno fornito dati sull’AMR.
Le indicazioni dell’OMS sono state recepite in Italia nel Piano nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza (PNCAR) 2017-2020 , con obiettivi di sorveglianza, prevenzione, comunicazione, formazione e ricerca volti a contrastare il preoccupante fenomeno. Nel nostro paese, secondo i dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità, la resistenza agli antibiotici è tra le più alte in Europa.

L’ISS pubblica regolarmente i nuovi dati della sorveglianza nazionale dell’antibiotico-resistenza AR-ISS e quelli della sorveglianza nazionale dedicata alle batteriemie causate da enterobatteri produttori di carbapenemasi (CPE), come le Enterobacteriaceae, famiglie di batteri che producono l’enzima carbapenemasi e per questo non sono più sensibili a una classe di antibiotici di ultima linea, i carbapenemi. Questo significa che l’unica opzione terapeutica utile è rappresentata da altri antibiotici che sono spesso tossici e non sempre efficaci.
Dai due Rapporti emerge che nel 2019 in Italia le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici per gli 8 patogeni sotto sorveglianza (Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium, Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter species) si mantengono elevate e talvolta in aumento rispetto agli anni precedenti. Inoltre, gli oltre 2400 casi diagnosticati e segnalati nel 2019 evidenziano la larga diffusione in Italia delle CPE, soprattutto in pazienti ospedalizzati.

AMR e Covid-19, quale correlazione?

Secondo una revisione sistematica pubblicata sulla rivista Clinical Microbiology and Infection , tra i pazienti Covid ospedalizzati quelli che hanno presentato in questi mesi un’infezione batterica sono stati pochi (6,9%) a fronte però di un uso invece molto elevato di antibiotici, che in molti casi sono usati in modo empirico, vale a dire ancora prima di individuare l’infezione batterica. In via preventiva, per intenderci. Sebbene, infatti, gli antibiotici siano inefficaci per il trattamento della COVID-19, vengono prescritti a pazienti con questa infezione per diversi motivi: difficoltà nell’escludere un’infezione batterica in atto, ma anche per evitare un’infezione secondaria batterica durante il decorso della malattia. Guardando i dati di infezioni batteriche provenienti dalle analisi sulle pandemie influenzali, diverse linee guida sostengono in effetti l’uso di antibiotici per i pazienti con COVID-19 più gravi. Tuttavia, questa ipotesi solleva preoccupazioni per l’uso eccessivo di antibiotici e il conseguente danno associato alla resistenza batterica.

A guardare però altre analisi, la situazione sempre essere diversa, almeno in Europa. In un interessante editoriale su Eurosurveillance.org , si racconta come gli studi finora non riportino prove evidenti tra la Covid-19 e un peggioramento dell’antibiotico resistenza. Alcune ricerche, in particolare Germania, Italia e Stati Uniti, hanno riportato focolai o un aumento delle infezioni oppure acquisizione di batteri multiresistenti durante la pandemia COVID-19. Ulteriori studi hanno riportato casi di infezioni fungine invasive resistenti agli antimicrobici in pazienti COVID-19 e un caso di infezione da Aspergillus in un paziente immunocompetente COVID-19. Tuttavia, altri studi dalla Francia e dalla Spagna non hanno mostrato un aumento delle infezioni da batteri multiresistenti, e uno studio italiano ha anche visto una riduzione delle infezioni da Clostridioides difficile nei pazienti ospedalizzati. In una revisione, Fattorini et al. ha scoperto che solo l’1,3% dei 522 pazienti COVID-19 nelle unità di terapia intensiva, e apparentemente nessun paziente COVID-19 in altre unità, ha sviluppato una superinfezione associata a batteri resistenti agli antibiotici.

Benché non vi sia una prova certa tra la Covid-19 e il peggioramento dell’AMR, l’attenzione deve rimanere molto alta. Su Sanità24, l’infettivologo Massimo Andreoni , Ordinario di Malattie Infettive, Direttore UOC Malattie Infettive Tor Vergata e Direttore Scientifico SIMIT – Società Italiana di Malattie Infettive, spiega come i pazienti a maggior rischio di contrarre infezioni nosocomiali, sostenute da batteri multi-resistenti, siano quelli già più vulnerabili alle infezioni polmonari virali come influenza, sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e appunto Covid-19.

Le cause

Il problema della resistenza agli antibiotici è originato da cause diverse. Una di queste è sicuramente l’utilizzo non appropriato ( o potremmo chiamarlo abuso) di questi farmaci anche quando non è opportuno prenderli.

Tra le altre cause vi sono:

  • Utilizzo improprio degli antibiotici anche nella veterinaria
  • L’impiego diffuso degli antibiotici in zootecnia e in agricoltura ( soprattutto negli allevamenti intensivi)
  • La diffusione delle infezioni ospedaliere causate da microrganismi antibiotico-resistenti (e il limitato controllo di queste infezioni);
  • Una maggiore diffusione dei ceppi resistenti dovuta a un aumento dei viaggi internazionali e dei flussi migratori.

L’uso continuo degli antibiotici aumenta la “pressione selettiva” di cui abbiamo parlato prima favorendo la moltiplicazione e la diffusione dei batteri resistenti. Esistono anche ceppi di batteri resistenti a più antibiotici. I batteri antibiotico resistenti possono diffondersi tra le persone (ad esempio attraverso colpi di tosse, starnuti o il contatto di superfici contaminate), con la conseguente diffusione di infezioni difficili o addirittura impossibili da trattare.

L’antibiotico-resistenza negli ospedali

I pazienti ospedalizzati hanno una più alta probabilità di ricevere un antibiotico.
In ospedale, l’uso inappropriato di antibiotici si può verificare in diverse situazioni, tra cui:

  • Quando gli antibiotici sono prescritti senza che siano realmente necessari
  • Quando la somministrazione di antibiotici in pazienti critici è ritardata.
  • Quando antibiotici ad ampio spettro sono usati troppo spesso, o quando gli antibiotici a spettro ristretto sono usati in modo scorretto
  • Quando la dose di antibiotici è maggiore o minore di quella appropriata per uno specifico paziente
  • Quando la durata del trattamento antibiotico è troppo breve o troppo lunga.

L’uso prudente di antibiotici può prevenire la comparsa e la selezione di batteri antibioticoresistenti, come il Clostridium difficile, uno dei batteri più pericolosi. Alcune misure come la formazione continua, politiche e linee guida basate sull’evidenza, misure restrittive e consulenze da parte di infettivologi, microbiologi e farmacisti possono aiutare il personale sanitario ad utilizzare gli antibiotici in modo più prudente.

Le possibili soluzioni

Negli ultimi decenni, gli organismi internazionali tra i quali l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’Unione Europea (UE) e il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (European Centre for Disease Prevention and Control, ECDC) hanno prodotto raccomandazioni e proposto strategie per contenere il fenomeno, riconoscendo l’AMR come una priorità in un ambito sanitario.
Anche se può sembrare una contraddizione, per limitare l’antibiotico resistenza ci vorrebbero nuovi antibiotici, superantibiotici, capaci di limitare questa resistenza. La pipeline di questi prodotti è però abbastanza esile perché non è facile dimostrarne il valore agli enti regolatori e andrebbe rivisto il sistema di valutazione dell’innovatività di questi farmaci.
L’OMS, in occasione dell’Assemblea Mondiale della Sanità (2015), ha adottato il Piano d’Azione Globale (GAP) per contrastare la resistenza antimicrobica fissando cinque obiettivi strategici finalizzati a:

  1. Migliorare la consapevolezza attraverso informazione efficace a operatori sanitari e popolazione
  2. Rafforzare la sorveglianza
  3. Migliorare la prevenzione e il controllo delle infezioni
  4. Ottimizzare l’uso degli antimicrobici nel campo della salute umana e animale
  5.  Sostenere la ricerca e l’ innovazione.

L’Unione Europea, impegnata da molti anni a combattere il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, nel 2017 ha messo a punto il nuovo Piano d’azione per contrastare l’antibiotico-resistenza, basato su un approccio “One Health” che considera in modo integrato la salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente.

La gravità e diffusione di questo fenomeno hanno fatto attivare diversi sistemi di sorveglianza, basati sulla raccolta dei dati di laboratorio a livello locale o nazionale. Al fine di poter rendere interpretabili questi dati, nel 2000 è stata creata una rete di sorveglianza europea che nel 2010 è diventata EARS-Net (European Antimicrobial Resisitance Surveillance Network) coordinata dall’ECDC. EARS-Net rappresenta un network di reti nazionali che raccoglie i dati di antibiotico-resistenza di 30 Paesi europei.
In Italia a monitorare l’antibiotico resistenza è l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che coordina un network nazionale di laboratori ospedalieri di microbiologia che hanno come obbiettivo quello di descrivere frequenza e trend di antibiotico-resistenza in un selezionato gruppo di batteri isolati da certe infezioni particolarmente rilevanti (batteri nel sangue o meningiti).

I dati sono disponibili on line sul sito e in un rapporto annuale disponibile sul sito stesso dell’ECDC.

Per approfondire:

“Surveillance Atlas of Infectious Diseases”
“Quarta relazione sui progressi compiuti per l’attuazione del Piano d’azione Europeo “One Health” contro la resistenza antimicrobica”
“Piano d’azione europeo “One Health” contro la resistenza antimicrobica
Rapporti di Sorveglianza Nazionali AR-ISS e CPE
European Antibiotic Awareness Day
World Antibiotic Awareness Week

Fonti

influenza e cuore

Influenza e rischio cardiovascolare: una correlazione nota da tempo, il vaccino può aiutare

L’influenza è un’infezione virale delle vie respiratorie che causa notoriamente febbre, mal di gola, secrezione nasale, tosse, dolori muscolari, cefalea. Pur avendo sintomi simili, Covid-19 e influenza sono causati da virus diversi, e hanno periodi di incubazione e tassi di mortalità differenti[i].

Secondo il Centro Europeo per il controllo delle Malattie, ogni anno in Europa si verificano oltre 40,000 decessi dovuti all’influenza (di cui 8000 in Italia). Il 90% di questi riguardano persone con età superiore a 65 anni e, nella maggior parte dei casi, affette da patologie croniche, come le malattie cardiovascolari, il diabete mellito, le malattie immunitarie o respiratorie[ii].

Influenza: non solo febbre e mal di gola

Ma oltre a causare i sintomi tipici delle infezioni respiratorie, l’influenza può causare anche problemi cardiovascolari, come l’infarto miocardico, una delle prime cause di morte al mondo dovuta al mancato afflusso di sangue al cuore[iii]. Diversi studi hanno evidenziato l’insorgenza di infarto a distanza di una settimana dall’evento influenzale[iv], ma benché questa correlazione sia nota fin dai primi decenni del secolo scorso, ancora oggi c’è poca consapevolezza tra la popolazione. Uno dei modi per prevenire questo rischio è quello di vaccinarsi contro l’influenza: a settembre dovrebbero partire le vaccinazioni antinfluenzali e quest’anno è ancora più importante sottoporvisi non solo per proteggersi dall’influenza, ma anche per distinguere meglio l’infezione influenzale da quella da Covid-19, per la quale al momento non esiste un vaccino.

Perché l’influenza causa l’infarto miocardico?

Le malattie cardiovascolari in Italia sono responsabili del 44% di tutti i decessi e sono la principale causa di morte nel nostro Paese[v]. Le complicanze che portano al decesso sono spesso dovute ad altre condizioni concomitanti che causano un peggioramento clinico, come l’influenza.

Benché ancora non sia del tutto chiaro il meccanismo per cui questa infezione causi l’infarto, è noto che il virus dell’influenza ha uno spiccato tropismo vascolare (è molto presente nei vasi sanguigni) e ha un ruolo nel processo di aterosclerosi (il deterioramento delle pareti delle arterie) che può provocare tachicardia, vasocostrizione e, appunto, l’infarto.

Fin dal 1930 è stata notata una correlazione temporale (da 3 giorni fino ad un anno) fra patologie infettive delle vie respiratorie, in particolare l’influenza e le infezioni da batterio pneumococco, e un aumento del numero di ricoveri per eventi cardiovascolari come sindromi coronariche acute, infarto miocardico e scompenso cardiacoii.

E il rischio riguarda anche chi non ha mai avuto problemi cardiovascolari. In uno studio del 2018 condotto dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine, sono stati analizzati gli accessi in ospedale per infarto miocardico tra il 2004 e il 2014 in Scozia, estrapolando solo i soggetti (età media 68 anni) che non avevano avuto infarto nei dieci anni precedenti al periodo di analisi. Questi dati sono poi stati incrociati con quelli di laboratorio per individuare chi, tra questi soggetti, avesse avuto l’influenza nello stesso periodo dell’infarto. La ricerca ha dimostrato che il rischio per infarto acuto del miocardio è 10 volte maggiore in seguito ad un episodio influenzale confermato e ha riscontrato un aumento sostanziale dei tassi di infarto miocardico nella settimana successiva all’infezione[vi].

Il ruolo della prevenzione

La vaccinazione antinfluenzale è un modo efficace per prevenire l’influenza e le sue complicazioni, tra cui l’infarto miocardico.

In Italia uno degli obiettivi principali del Ministero della Salute è quello di aumentare l’adesione alle vaccinazioni nella popolazione generale. Con la circolare Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2020-2021, il Ministero intende offrire gratuitamente il vaccino nelle fasce più a rischio (tra cui i pazienti cardiopatici), con lo scopo di raggiungere una copertura tra il 75% e il 95%[vii]. Nonostante gli sforzi, il numero di persone che si sottopongono ai vaccini rimane inadeguatoii.

Questo benché vi siano forti evidenze scientifiche a supporto del valore protettivo del vaccino nel rischio cardiovascolare: in una metanalisi che ha incluso 6,735 pazienti con coronaropatia nel 36.2% dei casi (età media 67 anni) sottoposti ad un follow-up di quasi 8 anni, è stato dimostrato come il vaccino antinfluenzale riduca complessivamente il rischio di eventi cardiovascolari del 36%, con un beneficio ancora più significativo nei pazienti con storia recente di sindromi coronariche acuteii.

Il legame tra influenza e rischio cardiovascolare è stato riconosciuto anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che nel nuovo piano Global Influenza Strategy 2019-2030 riconosce il valore della prevenzione dell’influenza come arma primaria per combattere le maggiori sfide di salute globali[viii].

 

Foto by silviarita da Pixabay

Fonti

  • [i] Coronavirus disease 2019 (COVID-19) Situation Report – 46, World Health Organization – https://www.who.int/docs/default-source/coronaviruse/situation-reports/20200306-sitrep-46-covid-19.pdf?sfvrsn=96b04adf_2
  • [ii]  I vantaggi della vaccinazione antinfluenzale nel paziente cardiopatico e diabetico, Documento di consenso Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare SIPREC, Società Italiana di Medicina Interna SIMI, Società Italiana di Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica SItI
  • [iii] Acute Myocardial Infarction, Oren J. Mechanic et al,  StatPearls Publishing; 2020 Jan, https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK459269/
  • [iv] Jeffrey C. Kwong et al, Acute Myocardial Infarction after Laboratory-Confirmed Influenza Infection, N Engl J Med 2018;378:345-53.
  • DOI: 10.1056/NEJMoa1702090
  • [v] https://www.epicentro.iss.it/cardiovascolare/
  • [vi] Warren-Gash C, Blackburn R, Whitaker H, et al. Laboratory-confirmed respiratory infections as triggers for acute myocardial infarction and stroke: a self-controlled case series analysis of national linked datasets from Scotland. Eur Respir J 2018; 51: 1701794 [https://doi.org/10.1183/
  • 13993003.01794-2017].
  • [vii] Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2020-2021, Ministero della Salute , https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2020&codLeg=74451&parte=1%20&serie=null
  • [viii] Influenza e rischio cardiovascolare, Newsletter Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare SIPREC, vol.2
Businessman hands using cell phone with laptop at office desk.

Smartworking: attenzione alla postura e al tempo passato seduti nella stessa posizione

Ore, anzi giornate intere passate seduti. A lavorare, a guardare la televisione, a leggere. A passare in qualche modo il tempo fra le quattro mura entro cui siamo stati chiusi per due mesi.
Ma tutte queste ore passate seduti potrebbe aver peggiorato la salute della nostra schiena e delle nostre articolazioni e potrebbe avere ripercussioni importanti su tutto l’organismo.
Per fortuna, bastano buone abitudini ed un regolare esercizio fisico per farci stare meglio. Anche perché lavorare da casa in modalità smartworking potrebbe diventare la regola per milioni di italiani. Come affrontare quindi questa nuova stagione lavorativa?
Ne ho parlato con Davide Pelella, fisioterapista specializzato in riabilitazione sportiva che lavora per la squadra di calcio Inter e collabora con la Power Volley di Milano.

Davide Pelella

In questi mesi in cui le persone sono state costrette a lavorare da casa, quali sono stati i disturbi maggiormente riscontrati?

Sicuramente il mal di schiena è stato uno dei disturbi più diffusi. Ho ricevuto diverse chiamate per un supporto anche semplicemente telefonico su come affrontare la problematica.
Doversi “inventare” una postazione di lavoro non proprio ergonomica è stato sicuramente il problema principale. Inoltre, in una città come Milano dove le persone vivono tendenzialmente in appartamenti piccoli o condividono camere, non sempre è facile organizzarsi al meglio.

Visto che lo smartworking diventerà una modalità di lavoro diffusa, che consigli può dare a chi passa molte ore seduto?

Quasi tutti i miei pazienti hanno “incolpato” la sedia come la causa principale dei loro malesseri muscolo-scheletrici. Addirittura un paziente mi ha riferito di aver chiesto il permesso al capo di andare in ufficio a prendere la sua sedia personale. Tendenzialmente, dopo le prime settimane di adattamento, la maggior parte di coloro che hanno lavorato in smartworking hanno investito qualche centinaia di euro per comprare una sedia nuova.

Consideriamo che impiegati e manager trascorrono più di 8 ore seduti ad una scrivania, con una pausa caffè e una pausa pranzo nel migliore dei casi fatta al bar o al ristorante. E il corpo organizza la sua postura e la sua efficienza in funzione dell’ambiente circostante. Passare da una sedia da ufficio ormai quasi su misura ad una classica sedia da cucina o addirittura un divano o un letto richiede sicuramente un adattamento al corpo.

La postura non causa il mal di schiena, bensì sono le posizioni prolungate nel tempo che possono creare dolori e fastidi.
I consigli che mi sento di dare, quindi, sono soprattutto questi:

  • Alzarsi frequentemente

  • Non assumere posizioni che all’apparenza possono sembrare comode ma che in realtà non lo sono

  • Fare attenzione alla posizione della testa, troppo spesso protratta in avanti.

Ci sono due immagini che ci saltano in mente se pensiamo a due persone che lavorano al pc: la prima è quella negativa, di una persona con la testa spinta in avanti, le spalle arrotondate, in posizione di rotazione interna, schiena curva quasi come se non avesse spina dorsale; la seconda immagine è quella positiva, della persona dritta, con lo sguardo dritto e la testa che va verso l’alto più che in avanti.

Ecco, la verità sta nel mezzo.

Se si continua a rimanere seduti in modo errato, quali potrebbero essere le problematiche nel lungo periodo?

Stare seduti su una sedia per molto tempo, senza alzarsi o cambiare posizione, può provocare diversi problemi. A partire dal sistema circolatorio che non è stimolato nel modo corretto in quanto il piede non svolge il suo compito di pompa plantare. Inoltre il carico grava tutto sugli ischi (le ossa che formano la base del bacino) e sui glutei e non si scarica  sulle diverse strutture dell’arto inferiore.
In più, stare seduti a guardare un punto fisso su un monitor genera una sorta di immobilizzazione di tutto il sistema articolare che può comportare una perdita di mobilità a lungo termine o dolore.
Molte persone ricorrono così ai farmaci antidolorifici  senza pensare al fatto che il dolore è solo un campanello di allarme che il nostro cervello ci invia per indicarci che c’è un problema. Il nostro corpo sta cercando di segnalarci che stare seduti in questa posizione per molto tempo non è una cosa confortevole e va cambiata.
Quando siamo al computer,  per lavoro o divertimento, le ore passano senza che ce ne accorgiamo: il corpo si adegua a questa situazione e lavora seguendo il principio dell’efficienza, cioè massima resa e minima spesa. Quando, dopo diverse ore, ci alziamo, le strutture deputate al sostegno sono già stressate dallo stare seduti e nel momento in cui torniamo in posizione eretta, possiamo avvertire un certo dolore nella zona lombare. Inoltre, come scritto precedentemente, da seduti la forza di gravità si scarica maggiormente sugli ischi e sui glutei e anche sulla zona lombare in caso di posizione protratta in avanti o floscia.

E’ utile alternare esercizio fisico alle ore passate seduti? 

Assolutamente, il mio consiglio va oltre il semplice esercizio che si trova su Youtube o il dogma di andare in palestra 3 volte a settimana. Bisogna parlare di stile di vita sano.
Occorre prevedere delle pause frequenti, anche semplicemente per sgranchirsi, e organizzare al meglio la postazione di lavoro in modo che sia il più ergonomica possibile. Può essere utile praticare attività olistiche quali YOGA o TAI-CHI per migliorare le proprie capacità motorie.
Inoltre, è importante concentrarsi anche sulla consapevolezza corporea: da seduti, iniziare a scoprire il proprio corpo e le diverse sensazioni, ad esempio facendo caso al peso del corpo (su quale lato carica di più, se è più poggiato sul gluteo destro o sul sinistro). E la testa? Che percezione si ha della testa? La si sente pesante? Spostata in avanti? Indietro? Questi semplici esercizi ci offrono la possibilità di esplorare il nostro corpo e sentire le diverse sensazioni.

In generale, il consiglio che mi sento di dare è quello di diversificare le attività motorie, crearsi un’ambiente di lavoro comodo e cercare di avere uno stile di vita sano a 360° senza tralasciare nessun dettaglio.


Ecco un’immagine che può chiarire meglio la corretta postura da assumere quando si lavora seduti a una scrivania ( a casa o in ufficio).

Begin

COVID-19: sarà la svolta per il benessere sul posto di lavoro?

Il benessere sul posto di lavoro potrebbe diventare presto un benefit per tutte le aziende. Perché a quanto pare non hanno molta scelta: la pandemia da coronavirus ha portato i dipendenti a vivere e lavorare con maggiori difficoltà e alcuni datori di lavoro si stanno impegnando per salvare il benessere e la salute mentale dei propri dipendenti. Come affermano diverse ricerche sul tema, molti lavoratori affermano di avere a che fare con un qualche tipo di problema di salute mentale o disturbo come ansia, stress, insonnia.

Le cause sono da ricercare nella paura di ammalarsi (propria o dei famigliari), nel timore per le nuove regole di distanziamento sociale, l’utilizzo costante delle mascherine e per il lavoro a distanza. Ci sono aziende che si stanno impegnando per il benessere degli impiegati, puntando non solo sulle lezione di yoga in sede, ma proponendo anche attività che puntano al benessere emotivo e sociale.

Ma siamo solo all’inizio di questa rivoluzione: molti HR Manager ancora non si occupano di benessere sul posto di lavoro in concreto e il 65% dei lavoratori afferma di non ricevere nessun benefit in questo senso. Ne ho parlato con Matteo Piazzi, giovane imprenditore responsabile del progetto Moonly, una startup nata nel cuore delle Dolomiti, all’indomani della tempesta Vaia, che si batte contro stress, ansia, depressione, obesità e insonnia.

Matteo Piazzi

Che cosa sta succedendo tra i lavoratori italiani?

“Ci troviamo in un momento estremamente delicato. Da una parte abbiamo i lavoratori che si sentono depressi e stressati, dall’altra abbiamo i datori di lavoro e i responsabili del personale che sono così indaffarati dalle pratiche amministrative da non avere il tempo per intervenire sul benessere aziendale. È un momento difficile, e lo stiamo notando ogni giorno.”

 Come si stanno muovendo le aziende in questo senso? 

Questa pandemia sta accelerando la nostra previsione sul benessere aziendale: non sono solo le aziende più grandi ad investire sul benessere aziendale, ma anche le più piccole stanno muovendo i primi passi. Le aziende stanno puntando al benessere emotivo, a quello fisico e persino a quello sociale. Ci stiamo rendendo conto che il benessere in azienda è molto più ampio della semplice lezione di yoga che alcune aziende hanno iniziato ad integrare nelle loro sedi.

La ricerca del benessere per i dipendenti potrebbe diventare un benefit permanente?

Ci sono aziende che negli ultimi anni hanno mosso i primi passi nel campo del corporate wellness offrendo massaggi in azienda, lezioni di yoga e persino meditazioni. ma questo non basta per per risolvere il calo della produttività e l’elevato turnover del personale.
Finché approcceremo il benessere aziendale con la stessa filosofia del benessere in generale non potremo mai rivoluzionare l’esperienza lavorativa in azienda. Non saranno lezioni di yoga, sessioni di meditazione, massaggi o consulenze psicologiche a risolvere il problema del burnout che sta letteralmente divorando i lavoratori.
C’è bisogno di un lavoro completo che unisca tutte le aree del benessere, comprese le soft skills tanto ricercate al giorno d’oggi. È da questa unione che possiamo rendere il mondo del lavoro più sano e più produttivo. Bisogna affrontare il benessere aziendale con il doppio dell’efficienza rispetto al classico benessere che troviamo in palestra o alle lezioni di pilates.

È giunto il momento di cambiare la cultura sul posto di lavoro?

Una cosa è certa: i dipartimenti delle risorse umane hanno sulle proprie spalle la più grande responsabilità degli ultimi anni. La ripresa dell’economia è anche nelle loro mani.

Medicina Narrativa

Medicina narrativa: la nuova frontiera della cura

Ascoltare le storie dei pazienti, accogliere le loro emozioni e poi trascriverle, in modo che ne resti traccia. E che questa testimonianza diventi parte integrante del percorso di cura.

Ludovica Brofferio

Ludovica Brofferio

Questa è la Medicina Narrativa in cui il professionista sanitario mette al centro della diagnosi e della terapia il vissuto del paziente e, al tempo stesso, integra questa storia con le sensazioni, i dubbi e le emozioni che ha provato lui stesso nel prendersi cura del prossimo.
Ludovica Brofferio, infermiera professionista presso l’Oncologia Ginecologica e Breast Unit dell’Ospedale Sant’Anna di Torino, ha scritto il libro Il tumore della mammella – storie narrate ed evidenze cliniche, edito da Springer Healthcare Italia.
Nel testo si immedesima in Minerva, la paziente protagonista, fornendo un esempio di cosa sia la Medicina Narrativa, attraverso il racconto della protagonista che deve affrontare il cancro al seno.In questa intervista, Ludovica Brofferio ci spiega che cosa sia la Medicina Narrativa e quale può essere il suo potenziale nella cura delle persone.

La Medicina Narrativa può essere la via per un nuovo rapporto tra medico e paziente. Ma in cosa consiste esattamente?

La Medicina Narrativa è stata definita dalla sua teorica Rita Charon nel libro Narrative Medicine, Honoring the stories of illness come la medicina praticata con competenze narrative per riconoscere, assorbire, interpretare ed essere (com)mossi dalle storie di malattia. 
Quando le persone vogliono comprendere o descrivere una particolare situazione raccontano una storia. Quando si cerca di capire il motivo per cui alcuni eventi accadono, li si mette in ordine temporale, stabilendo quale sia stato l’inizio, lo svolgimento, la fine, costruendo una trama intorno agli accadimenti che, altrimenti, rimarrebbero caotici e privi di senso.
La storia di malattia non può essere solo un’anamnesi, intesa come raccolta di eventi e dati, seguita poi da referti e diagnosi. Occorre un passo in avanti, una riconciliazione.
La storia di malattia deve lasciare spazio ai pensieri del paziente, ai suoi sentimenti, alla sua visione della malattia e della vita stessa, al suo modo di comunicare la sofferenza.
La rivoluzione della Medicina praticata con competenze narrative sta in questo: ricongiungere due storie di malattia che all’inizio della relazione di cura sono lontane (la malattia vissuta dal paziente e l’anamnesi fatta dal medico).

La Medicina Narrativa come potrebbe cambiare, in concreto, il percorso clinico del paziente e l’approccio clinico del medico?

La Medicina Narrativa non è solo teoria. Si tratta di interpretare la storia di malattia del paziente secondo la storia della sua vita. Una volta che abbiamo ascoltato il paziente ed il suo punto di vista dobbiamo sempre fermarci e chiedergli conferma di quanto ci ha detto, per valutare se abbiamo compreso il messaggio.
L’interpretazione evolve sempre in azione. Il professionista sanitario deve sempre chiedersi cosa può fare per il paziente, cosa il paziente abbia voluto davvero comunicare, quali siano i suoi obbiettivi.

Un esercizio di ascolto costante

La Medicina Narrativa è un esercizio di attenzione e di ascolto. I nostri colloqui con i pazienti peccano incredibilmente in questo senso. Corriamo, abbiamo fretta e il paziente non sa come trattenerci e come comunicare con noi in quel poco tempo che gli dedichiamo.
Anche se il tempo è limitato, lo sforzo è di dedicarlo al paziente. Senza altre distrazioni.
Provare a ricordare (anche prendendo appunti) le parole esatte che il paziente ha utilizzato, le metafore, le immagini evocative di cui si è servito per spiegarci come si sente.

Trasformare la pratica clinica

L’esercizio alla narrazione è utile anche per il professionista stesso perché lo aiuta a riflettere sulla consapevolezza della propria finitezza. Sul fatto che la vita è intrinsecamente legata alla malattia e che le persone reagiscono davanti alla malattia in modi che non sempre corrispondono al proprio modo di vedere.
La medicina narrativa apre porte, esattamente come la malattia fa con la vita, al senso più autentico della nostra professione: l’incontro con l’altro.
Le competenze narrative possono fortificare e trasformare la nostra pratica clinica e renderla più efficace perché il paziente si sentirà ascoltato, compreso e riconosciuto come persona e non come diagnosi.
Come scrive il sociologo Frank la narrazione “non è un atto terapeutico, ma è dare dignità a quella voce ed onorarla”. In questo modo il sanitario che si prende cura del paziente non si pone come osservatore esterno, ma come partecipante attivo. E, allo stesso modo, al paziente si restituisce un ruolo da protagonista.
Senza una comprensione autentica dell’individualità del malato, la medicina potrà raggiungere obiettivi di tipo tecnico, ma le mancherà sempre qualcosa: personalizzazione, empatia, umanizzazione.

Come è utilizzata la medicina narrativa in altri paesi? 

La Medicina Narrativa è utilizzata in tutto il mondo in svariati ambiti. In particolar modo, la letteratura scientifica offre esempi di esperienze di Medicina Narrativa nei contesti in cui l’affiliazione professionista sanitario-paziente riveste un’importanza fondamentale:

  • Scrittura autobiografica, sotto forma di diario, per i pazienti in cure palliative sugli aspetti felici della loro vita, in modo da ridurre l’ansia e l’angoscia e aumentare il senso di dignità;
  • L’impiego dello storytelling  nel miglioramento del dolore e del senso di generale benessere;
  • Raccolta di esperienze scritte in forma di diario o epistolare dei pazienti e dei caregiver afferenti ad un’unità di terapia intensiva e messa a disposizione del personale sanitario:
  • Interviste narrative rivolte alla riduzione dei fattori di rischio, come il fumo, nelle patologie respiratorie e cardiovascolari; in ambiti specifici come la gravidanza o interviste autobiografiche per coppie che si rivolgono alla procreazione assistita, per ridurre il senso di stress e incertezza verso il futuro;
  • Il racconto della propria storia attraverso il teatro nei pazienti affetti da malattia mentale;
  • Gruppi di storytelling rivolti a bambini e adolescenti diabetici per migliorare la consapevolezza sulla loro gestione autonoma della malattia.

In Italia ci sono esperienze virtuose da prendere come esempio?

La formazione alla Medicina Narrativa si svolge soprattutto in ambito infermieristico che, per sua natura, gode di un rapporto privilegiato con il paziente in termini di vicinanza e di confidenza.
Le Medical Humanities sono una risorsa di formazione per gli studenti italiani: ci si esercita all’empatia attraverso le storie vere, autobiografiche, o di finzione attingendo alla letteratura, al cinema e alle arti figurative. Esse stimolano il futuro professionista alla presa di consapevolezza della dimensione antropologica e sociale della malattia e della cura.
Nel 2015 è stato prodotto un documento di Consenso sulla Medicina Narrativa nell’ambito delle malattie rare e cronico-degenerative in cui la narrazione è stata considerata un elemento costitutivo del percorso di cura: dalla diagnosi alla terapia, dalla riabilitazione ai trattamenti palliativi.

Medicina Narrativa ed Evidence Based Medicine

La Medicina Narrativa non si sostituisce all’Evidence Based Medicine, ma la integra e la arricchisce. La narrazione deve sempre essere finalizzata ad un risvolto operativo nelle cure: aderenza al trattamento, efficienza dell’équipe medica, consapevolezza del proprio posto e del ruolo che le emozioni giocano all’interno delle relazioni di cura.
Rita Charon ha coniato il termine Parallel Chart per identificare la pratica di scrivere una cartella clinica “parallela” a quella ufficiale, nel quale il medico/infermiere scrive l’altra storia del paziente, quella parallela appunto, in cui:

  • Lo stile è narrativo e non tecnico;
  • Emergono riflessioni su cosa quel paziente o quella determinata situazione ha insegnato al professionista. In altre parole, in che modo lo ha arricchito;
  • Si possono far trapelare le proprie emozioni per l’inevitabilità della morte o per il coraggio che la relazione con il paziente ha suscitato;
  • Scopo principale è scavare più a fondo nell’esperienza di malattia dei pazienti e l’esperienza di cura del professionista sanitario;
  • Condividere le storie con i colleghi per percepire altri punti di vista, perché non esiste un unico e giusto modo di leggerli.

Nel 2018 è stato pubblicato un interessante studio italiano sull’utilizzo delle Parallel Chart in pneumologia e le cui conclusioni hanno suggerito di inserire questi strumenti di medicina narrativa nei protocolli ufficiali di cura della broncopneumopatia cronica ostruttiva.

Nel suo libro lei racconta la storia di Minerva, affetta dal tumore al seno, attraverso il punto di vista della protagonista. Cosa le ha lasciato questa esperienza?

Minerva è una donna che racchiude in sé tutte le donne che ho incontrato fino ad ora in corsia. Ho scritto quindi di donne vere, reazioni vere alla malattia, dialoghi veri.
La scrittura mi ha concesso una seconda possibilità: se per la vita reale non ci sono copioni da seguire, tutto si svolge lì davanti a te e puoi solo improvvisare, cercando di fare bene da subito, la scrittura invece concede la calma per ritornare sull’episodio, sviscerarlo, dispiegarlo. La scrittura permette di trarre riflessioni sul nostro modo di prendersi cura e sul modo del paziente di vivere la malattia.
Scrivere questo libro è stato intenso. L’esperienza di scrivere su Minerva ed in Minerva è stata intimamente legata all’esperienza di scrivere su di me, sul mio essere infermiera. È stata una pratica riflessiva prima ancora di essere narrativa.
È stata un’occasione per meditare sulle relazioni che costruiamo con i nostri pazienti.
Meditare su quanto i nostri atteggiamenti risuonino nei nostri pazienti e quanto quelli dei nostri pazienti risuonino in noi. Meditare su come e in che misura il percorso di cura migliora quando le nostre storie si incontrano.

“Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle

Madame Bovary

 

Il tumore della mammella: storie narrate ed evidenze cliniche è un testo edito da Springer Healthcare Italia, parte del Gruppo Springer Nature. Consente di acquisire anche 15 crediti ECM.

Per maggiori informazioni visitate questo sito.

 

 

 

 

Questo articolo è uscito anche su “Medici Oggi”, rivista di Springer Healthcare Italia con cui collaboro da diverso tempo.

Obesity concept

Diabete e obesità: la pandemia del ventunesimo secolo

Il diabete mellito nel mondo interessa oltre 460 milioni di persone. Nel 2045 questo numero salirà a 700. La causa principale del diabete di tipo 2 è l’obesità, una condizione (o una malattia?) che interessa sempre più persone, adulti e bambini. Si tratta di una pandemia a tutti gli effetti, ma non essendo causata da un virus ed essendo meno immediata, riceve poca attenzione, soprattutto nel nostro paese. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Cristina Parrino, Specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo.

Dottoressa Parrino, quanto è diffuso il diabete mellito in Italia e nel mondo?

È da diversi decenni che gli esperti associano le parole “epidemia” e “pandemia” a malattie croniche come il diabete mellito tipo 2 e l’obesità, malattie diffuse a livello globale che non risparmiano neanche i paesi in via di sviluppo.
Secondo l’International Diabetes Federation nel 2019 nel mondo erano 463 milioni le persone affette da diabete mellito tipo 1 e tipo 2, di cui 59 milioni in Europa. E secondo le previsioni nel 2045 saranno 700 milioni.  Il nuovo Rapporto ARNO Diabete 2019, realizzato da Cineca, in collaborazione con la Società Italiana di Diabetologia, ha stimato che in Italia vi siano oltre 4 milioni di casi noti di diabete mellito e circa 1 milione di casi misconosciuti.
Il diabete mellito di tipo 1 è dovuto a processi autoimmunitari diretti contro le cellule pancreatiche, che determinano un danno al pancreas e ne compromettono la capacità di produrre di insulina. Il diabete mellito di tipo 2, invece, si sviluppa dopo una fase di insulino-resistenza causata da sovrappeso e obesità, e inizialmente si osserva un deficit solo parziale della produzione di insulina. L’obesità ha un ruolo chiave nell’insorgenza del diabete mellito di tipo 2.

Quante persone, in Italia e nel mondo, soffrono di obesità?

In Italia il rapporto Osservasalute del 2018 ha indicato la presenza di obesità nel 10.5% della popolazione adulta e di sovrappeso o obesità nel 45.9% degli italiani. A livello mondiale, negli ultimi 40 anni, il numero di casi di obesità è triplicato. Nel 2016, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le persone di età superiore a 18 anni con obesità erano 650 milioni (circa il 13% della popolazione adulta mondiale).
Le regioni italiane con il maggior numero di persone con obesità sono Puglia (13.5%), Molise (12.8%), Sicilia (12.6%) e Marche (12.4%), mentre le regioni con le minori percentuali sono Lazio (7.6%), PA di Bolzano (8.4%), PA di Treno (8.7%) e Toscana (8.8%).
A differenza delle pandemie sostenute da malattie infettive acute, le pandemie silenti da malattie croniche non generano la stessa attenzione e preoccupazione, lasciando così a queste patologie tutto il tempo necessario per creare gravi danni alla salute delle persone.

Queste malattie croniche colpiscono anche i bambini?

Oggi sì. In passato queste patologie erano tipiche dell’età adulta, ma secondo i dati scientifici che abbiamo  oggi a disposizione possiamo affermare che il diabete mellito di tipo 2 e l’obesità interessino sempre di più anche i più piccoli. L’OMS ha dichiarato che l’obesità infantile e adolescenziale rappresenta una delle più grosse sfide per la sanità pubblica del XXI secolo, con 40 milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni con sovrappeso o obesità nel 2018 e più di 340 milioni di bambini e adolescenti di età compresa tra i 5 e i 19 anni con sovrappeso o obesità nel 2016. La maggior parte di questi bambini vive in paesi in via di sviluppo, dove si è registrato un aumento di più del 30% di queste patologie. In Italia, gli ultimi dati ministeriali del sistema di sorveglianza “OKkio alla Salute” hanno riscontrato la presenza di obesità nel 9.3% e di sovrappeso nel 21.3% dei bambini in età scolare (8-9 anni). È stato osservato un maggior numero di casi nelle regioni del Sud rispetto al Centro e al Nord dell’Italia.
Già nel 2012, in uno studio condotto in Sicilia con i colleghi dell’Università di Catania, avevamo evidenziato come l’obesità fosse aumentata significativamente rispetto ai 10 anni precedenti nei ragazzi di età compresa tra 11 e 13 anni (7.9% nel 1999-2001 e 13.7% nel 2009-2010).
Purtroppo, di pari passo con l’aumento dell’obesità, anche il pre-diabete (condizione di rischio per sviluppare il diabete mellito di tipo 2) e il diabete mellito di tipo 2 sono stati riscontrati con maggiore frequenza tra i più giovani. Altri fattori di rischio per l’insorgenza di alterazioni della glicemia e diabete mellito tipo 2 sono rappresentati da fattori genetici, etnia, familiarità e influenze intra-uterine.
La presenza di queste malattie croniche già in età precoce si associa ad un rischio maggiore di persistenza della malattia e complicanze croniche in età adulta.

Quali sono le complicanze croniche e le aspettative di vita per chi vive con queste malattie?

Il diabete mellito (tipo 1 e 2), può determinare l’insorgenza di complicanze croniche in diversi organi e apparati, tra cui:

  • occhi (retinopatia);
  • reni (nefropatia)
  • cervello e apparato cardiovascolare (ictus cerebrale, ipertensione, infarto del miocardio);
  • sistema nervoso (neuropatia);
  • arti inferiori (vasculopatia periferica e piede diabetico)

Nello specifico, le patologie cerebro e cardiovascolari rappresentano la maggiore causa di morbilità (la frequenza percentuale di una malattia in una collettività) e mortalità nei pazienti con diabete mellito. Purtroppo c’è ancora molto da fare per diffondere la conoscenza e la consapevolezza del rischio cardiovascolare tra le persone con diabete mellito.

L’obesità si associa all’insorgenza di numerose complicanze:

  • metaboliche (diabete mellito di tipo 2, ipercolesterolemia e ipertrigliceridemia, steatosi epatica);
  • cerebro e cardiovascolari (ipertensione arteriosa, infarto del miocardio, ictus);
  • oncologiche (endometrio, mammella, fegato, colon);
  • osteoarticolari (osteoartrite);
  • psicologiche (sindrome depressiva);
  • riproduttive (PCOS, infertilità).

Le persone con obesità, inoltre, possono subire gli effetti dello stigma sociale a causa della loro condizione.
Tre tra le principali complicanze dell’obesità, come l’infarto del miocardio, l’ictus e il diabete mellito  sono tra le principali cause di morte in tutto il mondo. 

Quali sono, al momento, le terapie più efficaci?

Sia per l’obesità sia per il diabete mellito di tipo 2 oggi sono disponibili numerose opzioni terapeutiche.
Il primo approccio è rappresentato dalle modifiche dello stile di vita, a cominciare dalle scelte alimentari fino all’esercizio fisico.
Per entrambe le patologie sono disponibili diverse terapie farmacologiche, alcune delle quali in grado di ridurre il rischio cardiovascolare. E può essere preso in considerazione l’approccio chirurgico con la chirurgia metabolica.
È fondamentale scegliere la terapia adatta ad ogni singolo paziente, in base alla storia clinica, alla possibilità di seguire le istruzioni fornite e alla previsione di aderenza alla terapia scelta.

Da diabete e obesità si può guarire?

Il concetto di “guarigione”, in linea generale, è applicabile alle malattie acute, mentre risulta più complesso per le malattie croniche. I medici che si occupano di obesità e diabete mellito non hanno ancora a disposizione strumenti in grado di fare guarire i propri pazienti. In ogni caso, è importante ribadire che oggi le possibilità di trattamento sono numerose e che la ricerca scientifica fornisce opzioni innovative.
La buona notizia è che numerosi studi clinici hanno documentato che è possibile ottenere in sicurezza:

  • una riduzione del peso corporeo;
  • un notevole miglioramento del compenso glicemico;
  • una riduzione del rischio cardiovascolare;
  • una remissione del diabete mellito di tipo 2 con una importante perdita di peso [3] o con la chirurgia metabolica.

Le persone con malattie croniche che tipo di routine devono seguire e quale assistenza possono ricevere?

Per le persone con diabete mellito e obesità la gestione della malattia è una maratona, non uno sprint. È fondamentale avviare tempestivamente un percorso di cura con uno specialista di riferimento e i risultati migliori si ottengono quando si instaura un’alleanza tra il medico e il paziente e si cercano insieme le soluzioni per trovare un nuovo equilibrio. La corretta informazione e l’educazione terapeutica rivestono un ruolo fondamentale per ottenere dei risultati sul piano clinico e per mantenere l’aderenza dei pazienti alle terapie.

Vede criticità nel nostro SSN nel gestire questi pazienti e nel fare prevenzione?

Da medico specialista posso sottolineare che, probabilmente, l’attenzione per malattie croniche come l’obesità e il diabete mellito è inferiore rispetto ad altri paesi in cui ho lavorato, come per esempio gli Stati Uniti d’America e la Danimarca.
Un altro aspetto da considerare è che spesso per i clinici esperti in diabetologia e obesità non è facile poter mettere a disposizione del SSN le proprie competenze specialistiche e il proprio entusiasmo.

Che cosa si potrebbe fare per migliorare sensibilmente le cose?

Tutto parte dalla consapevolezza delle persone con obesità e diabete che devono essere informate sui rischi a cui vanno incontro e devono essere guidate lungo un percorso che può essere caratterizzato da momenti di difficoltà.
La prevenzione è fondamentale e momenti di crisi sanitaria come quello in atto lo evidenziano ancora di più. Dati recenti di letteratura indicano, infatti, che i pazienti con infezione da nuovo coronavirus che accedono alla terapia intensiva sono persone con malattie croniche come l’ipertensione, le malattie cerebro e cardiovascolari, il diabete mellito e l’obesità.

Di fronte all’emergenza nella richiesta di medici, ha ancora valore competenza specialistica del professionista?

I medici specialisti sono una risorsa per la cura della popolazione e per la sanità pubblica e, a mio avviso, dovrebbero essere impiegati in maniera razionale e utile per la collettività. L’attuale ricerca urgente di medici per l’emergenza sanitaria in corso ha messo in luce come in determinate situazioni i medici specialisti siano indispensabili. Ogni medico ha il dovere di contribuire al benessere della collettività facendo riferimento alle proprie conoscenze e alle specifiche competenze professionali.

Questa intervista è stata pubblicata anche sulla testata “Medici Oggi” di Springer Healthcare Italia, con cui collaboro da diversi anni.

Referenze

Parrino C, Rossetti P, Baratta R, La Spina N, La Delfa L, et al. (2012) Secular Trends in the Prevalence of Overweight and Obesity in Sicilian Schoolchildren Aged 11–13 Years During the Last Decade. PLoS ONE 7(4): e34551. doi:10.1371/journal.pone.0034551
Valerio G. at al. Giornale Italiano di Diabetologia e Metabolismo 2017;37:213-230
Lean, Michael EJ et al.Primary care-led weight management for remission of type 2 diabetes (DiRECT): an open-label, cluster-randomised trial The Lancet, Volume 391, Issue 10120, 541 – 551
Fang L, Karakiulakis G, Roth M. Are patients with hypertension and diabetes mellitus at increased risk for COVID-19 infection? Lancet Respir Med. 2020 Apr;8(4):e21.
Ryan DHRavussin EHeymsfield S COVID 19 and the Patient with Obesity – The Editors Speak Out. Obesity (Silver Spring). 2020 Apr 1. doi: 10.1002/oby.22808.

Approfondimenti

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Coronavirus e gravidanza: come si sta intervenendo per le madri che contraggono il virus?

Coronavirus e gravidanza: nella spasmodica corsa per curare i pazienti affetti da COVID-19, c’è una categoria di persone, le donne in gravidanza, e il personale che le assiste, che sta passando in secondo piano nella comunicazione generale.
Ma il virus non risparmia nessuno e attacca anche chi aspetta un bambino. La ricerca sta andando avanti interrottamente per aggiornare le poche informazioni finora disponibili e dare risposte alle numerose domande: il virus passa al feto? Madre positiva e bimbo devono essere separati? E  le/gli ostetriche/i  come possono proteggersi durante il parto? Abbiamo provato a dare una riposta a questi quesiti con  l’aiuto del dottor Enrico Finale, ostetrico, professore a contratto di Scienze infermieristiche ostetrico-ginecologiche presso l’Università del Piemonte Orientale

Le informazioni raccolte si basano sui dati disponibili e aggiornati al 20 marzo 2020

Sulla base delle informazioni disponibili, cosa sappiamo sulle donne che contraggono il coronavirus in gravidanza?

La ricerca in questo momento è in continua evoluzione e le ipotesi che si formulano possono cambiare velocemente.

Ad oggi non vi sono evidenze a supporto di una trasmissione verticale (cioè dalla madre al fe

Il dottor Enrico Finale

to) del virus SARS-CoV-2, il patogeno che causa la malattia COVID-19. Alcuni autori hanno analizzato il liquido amniotico e il sangue neonatale prelevato dal cordone al momento della nascita in donne che avevano sviluppato la sintomatologia clinica da COVID-19 in gravidanza, senza rilevarne la presenza. Anche l’analisi istopatologica della placenta di donne con infezione da nuovo coronavirus non ha evidenziato la presenza del virus nei tessuti placentari e nei neonati. Molte informazioni in nostro possesso si basano anche sui dati emersi da altre infezioni legate al coronavirus (SARS-CoV e MERS-CoV). In questo contesto sono stati riportati casi di aborto spontaneo, di parto prematuro o di basso peso alla nascita, che al momento sono in esame per le infezioni da SARS-CoV-2.

All’inizio di questa epidemia si diceva che le donne in gravidanza erano poco colpite e chi lo era aveva sintomi blandi, è ancora così?

Sulla base di dati su casi di coronavirus precedenti (SARS-CoV e MERS-CoV) e un piccolo numero di casi COVID-19, ma anche per l’influenza stagionale, si ritiene che le donne in gravidanza possano essere a maggior rischio rispetto alla popolazione generale per le infezioni respiratorie a causa dei cambiamenti che occorrono al loro corpo e al loro sistema immunitario, specialmente nel terzo trimestre di gravidanza.
Le donne in gravidanza non sembrano però avere maggiori probabilità di contrarre l’infezione rispetto alla popolazione generale. I dati raccolti sinora hanno evidenziato che le donne in gravidanza con infezione sospetta o confermata presentano gli stessi sintomi della popolazione generale. Non è possibile al momento collegare gli esiti avversi della gravidanza, ad esempio aborto, parto prematuro o basso peso neonatale direttamente alla COVID-19.

Coronavirus in gravidanza: una madre cosa deve fare?

Partirei da quello che una donna in gravidanza deve fare per evitare il contagio. Non avendo allo stato attuale strumenti come un vaccino per contrastare SARS-CoV-2, per le donne in gravidanza e le persone che le circondano è necessario far riferimento alle comuni norme igieniche di prevenzione primaria: lavarsi spesso e accuratamente le mani con acqua e sapone o con un gel a base alcolica, evitare contatti con persone malate o che presentino sintomi riconducibili ad affezioni respiratorie, mantenere la distanza di almeno un metro durante le inevitabili ed improcrastinabili interazioni sociali (visite specialistiche o di routine), praticare una scrupolosa igiene respiratoria (tossire e starnutire nella piega del gomito oppure in fazzoletto da smaltire subito dopo) e delle superfici.
Per le donne in gravidanza lavoratrici è bene richiamare le leggi che tutelano la maternità, valutando il caso di una astensione precauzionale dal lavoro o di un cambio di mansione con il proprio datore di lavoro. Le donne che hanno un sospetto o una diagnosi certa di infezione devono seguire scrupolosamente le indicazioni dello staff medico ed ostetrico che le prende in cura. Le indicazioni cliniche ed assistenziali, che dipendono esclusivamente dal quadro sintomatologico, possono andare dall’isolamento domiciliare al ricovero in ospedale.

Il mese di gravidanza in cui si contrae il virus può fare la differenza nella sintomatologia?

Sono attualmente in corso ricerche per meglio comprendere l’impatto dell’infezione COVID-19 su donne in gravidanza e nello specifico nei vari trimestri. L’Organizzazione Mondiale della Sanità monitora da vicino la produzione scientifica e aggiorna costantemente le informazioni. Ad oggi però, con le informazioni in nostro possesso, non è possibile rispondere dettagliatamente a questa domanda.

Quanti neonati sono nati positivi da madre positiva?

I dati relativi ai contagi sono in continua evoluzione. In letteratura sono stati riportati casi di neonati affetti da COVID-19, ma al momento non vi è evidenza di una trasmissione verticale o di una infezione intrapartum (durante il parto). Secondo la Società Italiana di Neonatologia (SIN) allo stato attuale un’eventuale infezione neonatale da SARS-CoV-2 potrebbe essere il risultato di una trasmissione acquisita per via respiratoria dalla madre nel post partum piuttosto che per via transplacentare.

Come viene gestita una donna in gravidanza positiva al COID-19 in ospedale?

 I reparti di ostetricia italiani stanno affrontando una riorganizzazione per garantire percorsi dedicati alle donne gravide o puerpere affette da COVID-19. Le attuali indicazioni nazionali e internazionali prevedono l’isolamento in camere singole e percorsi fisici e logistici dedicati per il travaglio e il parto. La programmazione assistenziale dipenderà molto da come evolveranno i sintomi nel caso specifico.

Durante il parto, quali precauzioni sono prese dal personale sanitario?

Il rispetto della fisiologia della nascita e la protezione individuale dei singoli operatori presenti al parto sono elementi entrambi importanti e che vanno tutelati. A questo scopo il personale dedicato all’assistenza di una gravida ricoverata per travaglio e parto con sospetto o conferma di COVID-19 applica le indicazioni nazionali ed internazionali mediante l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuali idonei e specifici.

Come è trattato il bambino nato da madre con coronavirus?

Secondo la Società Italiana di Neonatologia, sulla base dei pochi dati disponibili in letteratura, l’infezione postnatale da SARS-CoV-2 sembrerebbe non essere grave o risultare addirittura asintomatica rispetto a quanto avviene nelle età successive. Il tema non trova comunque univoco consenso internazionale e non è stata dimostra la presenza del virus nel latte materno anche a due, cinque e sette dalla nascita. Secondo la Società di Pediatria cinese, per precauzione i bambini andrebbero separati dalla madre sospetta o positiva per COVID-19 e nutriti con latte in formula.
Le indicazioni non prendono in considerazione i rischi e i benefici di questa separazione. Per il Centers for Disease Control and prevention (CDC) nei casi di infezione sospetta o confermata per SARS-CoV-2 si dovrebbe prendere in considerazione come prima scelta l’opzione di una gestione del bambino separata da quella della madre. Le implicazioni sul non avvio, la prosecuzione o l’interruzione dell’allattamento al seno andrebbero discussi e condivisi con la famiglia.
Nei casi in cui non ci fosse la separazione dei bambini dalle madri, occorre garantire tutte le procedure atte ad evitare la trasmissione aerea dell’infezione come l’uso della mascherina durante le poppate e l’igiene delle mani. Qualora il bambino resti in ospedale insieme alla madre in regime di rooming-in, si provvederà a farlo dormire nella propria culletta, a distanza di almeno 2 metri dalla mamma.
L’UNICEF e l’OMS, invece, non prendono in considerazione la separazione di mamma e bambini/e e consigliano di applicare le indicazioni di igiene delle mani e respiratoria.
In Italia, secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), se le condizioni cliniche lo consentono madre e bambino non andrebbero separati e l’avvio e la prosecuzione dell’allattamento dovrebbe essere garantita direttamente al seno, utilizzando le precauzioni contestuali di igiene delle mani e respiratoria. Invece, nei casi in cui madre e bambini/e debbano essere temporaneamente separati, bisognerebbe aiutare le madri a mantenere la produzione di latte attraverso la spremitura manuale o meccanica del seno, da effettuare utilizzando le stesse precauzioni igieniche. La compatibilità dell’allattamento al seno con farmaci eventualmente somministrati alla donna con COVID-19 deve essere valutata caso per caso.

Che consigli si sente di dare ai suoi colleghi?

Tutte le comunità scientifiche e professionali nazionali e internazionali stanno producendo uno sforzo straordinario, sia per l’assistenza diretta sia per la ricerca scientifica, ma il momento storico che stiamo vivendo è complesso e in continua evoluzione e quindi i consigli dati oggi potrebbero non valere domani. Quest’anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità celebra il ruolo sanitario e sociale delle Ostetriche/ci e degli Infermieri, mi sento quindi di rivolgere un plauso e un grazie sincero a tutte le colleghe/i e agli infermieri che ogni giorno portano avanti con professionalità,  dedizione e sacrificio il loro lavoro, soprattutto in un momento di estrema emergenza sanitaria come questo.

Questa intervista è stata pubblicata anche sul magazine online Medici Oggi, rivista fondata da Springer  con cui collaboro.

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Il mondo dopo l’epidemia

Oggi mi sono svegliata di corsa. Alle 7:30 ero giù dal letto solo grazie alle urla strazianti di Alessandro dettate dalla fame. “Attone!!! Attone!!!” Lattone, come lo chiamiamo noi affettuosamente. E lui ripete.

Lo prendo in braccio e vado giù in cucina a preparargli il “lattone”. Un biberon colmo di latte fresco, scaldato al microonde, che Ale si beve come se non avesse mai bevuto in vita sua. In estasi.

Guardo l’orologio. Mancano venti minuti alle otto. Devo prepararmi velocemente. Oggi mi tocca uscire, ho un appuntamento di lavoro a cui non posso proprio mancare.

Andrea nel frattempo si alza, sveglia Leonardo, il mio figlio maggiore di 6 anni, e si prende cura di lui, mentre io faccio le corse per prepararmi.

Vesto Ale, io mi preparo in 20 secondi. Giacca di jeans per me, giacchino per Ale. Siamo a giugno, inizia a fare caldo. Prima di uscire controllo il telefonino e mi assicuro che la app “MiMuovo” sia accesa. Da quando sono calate le restrizioni a stare in casa, nessuno può uscire senza aver attivato la app. La mia vicina Giada una volta se l’è dimenticata, l’hanno fermata e le hanno fatto 1000€ di multa.

Mi sincero quindi due volte di averla attivata. Il tampone l’ho fatto ieri, in un’ora è arrivato il riscontro: negativo. Per cui non sono un pericolo per nessuno. Ma là fuori qualcuno potrebbe essere pericoloso per me. Guardo fuori dalla finestra che dà su un canale, colmo di alberi rigogliosamente verdi, nonostante tutto. Nonostante il virus la primavera non si è fermata e beffarda, ha continuato a far sbocciare la vita sotto i nostri occhi che invece vedevano morte ovunque. Il melo bonsai sul nostro terrazzo sta cominciando a dare i suoi primi frutti. Piccole mele, lucide e orgogliose di avercela fatta, anche quest’anno. La Natura è andata avanti, nonostante noi. E continuerebbe ad andare avanti, se dovessimo sparire.

“Uccio, uccio!!”. Ale mi ridesta dai pensieri mentre mi tira per i pantaloni: vuole il ciuccio.

Glielo prendo, insieme alla mascherina per me e per lui.

Ne ho ordinate un pacco da duecento, siamo a metà scatola. Stasera quando torno dovrò ricordarmi di fare un altro ordine. Ci mettono anche un mese ad arrivare. Sono sincera, alle volte uso la stessa per due giorni. So che è inutile a quel punto, ma almeno me le faccio durare un po’ di più.

Sto per uscire di casa. Ma Andrea mi ferma: “Dove stai andando?”. Mi blocco, smarrita. Poi realizzo: devo portare Leonardo all’asilo. Lo posso portare solo io da quando hanno riaperto le scuole.

Le regole sono queste e non ci possiamo fare nulla. Sempre la stessa persona che lo porta e lo riprende. Niente nonni.

Sospiro, pensando che arriverò in ritardo al mio appuntamento in centro a Milano. Ci sarà un traffico pazzesco. Da quando hanno bloccato i mezzi pubblici, a Milano si può andare solo in macchina e per ragioni di lavoro. Se sei un dipendente e non puoi lavorare in smartworking o sei un lavoratore autonomo come me, allora ti lasciano passare. Altrimenti stai a casa. Per fortuna hanno sospeso l’Area C. E i parcheggi sono gratuiti. Per il momento, ma non so fino a quando durerà.

Andrea una volta ci ha provato ad andare a Milano. Doveva incontrare il suo capo. Lo hanno fermato: lavorando come consulente, aveva l’obbligo di stare a casa. Non è che le aziende possono scegliere di farti lavorare in modalità smartworking. Se lo possono fare, lo devono fare. Altrimenti scattano le sanzioni.

Così sia lui, sia la sua azienda, si sono beccati una bella multa da 500€.

Da allora sta a casa piantato. E io giro come una trottola.

Salgo in macchina e sistemo i bambini nei sedili posteriori, sugli appositi seggiolini. Indossano le mascherine, sembrano due piccoli alieni.

Io sembro Alien.

Capelli legati, sguardo stravolto e niente trucco perché tanto la faccia è sempre coperta dalla mascherina e il fondotinta la sporcherebbe. E poi a giugno fa un caldo bestiale, sudo solo a indossarla.

Do un’occhiata nello specchietto retrovisore all’alieno che sono diventata. Quanto durerà? Quanto dureremo? Il virus ha cambiato tutto. Per sempre. Migliaia di morti, migliaia di persone che hanno perso gli affetti da un giorno all’altro. Città intere diventate epicentro di questa catastrofe senza ancora una spiegazione scientifica valida. Ricercatori, medici, scienziati stanno ancora cercando spasmodicamente il vaccino. Ma a maggio, due mesi circa dopo lo scoppio dell’epidemia, ci si è resi conto che i tempi sarebbero stati biblici e che non si poteva chiudere in casa la gente per sempre.

Da qui queste misure draconiane. Mi sembra di vivere in un film di fantascienza, un episodio di Black Mirror ambientato durante un’epidemia. Gli autori di quella serie non avranno difficoltà a sceneggiare nuovi episodi, la realtà intorno a loro è colma di esempi. Purtroppo.

Un “bip” mi segnala che “MiMuovo” si è accorto che mi sto, appunto, muovendo. Questa app segnala tutti i miei spostamenti e rileva le persone con cui sono stata a contatto. Se parlo attivamente con qualcuno (familiare, collega, amico, etc..) entrambi lo dobbiamo segnalare agganciando i nostri dispositivi con il Bluetooth. La tecnologia oggi sarebbe in grado di rintracciare i miei movimenti anche senza queste app, ma così ci responsabilizziamo tutti e diamo comunque informazioni più dettagliate. Questa app può inoltre consentire facilmente di risalire alle persone che sono state in contatto con me, nel caso fossi positiva. E se fossi positiva, le autorità sanitarie lo segnalerebbero subito alla app. Così se me ne vado in giro con il virus, in poco tempo le autorità lo saprebbero. Si rischiano 20 anni di carcere.

La privacy è morta, insieme alle migliaia di morti che si è portato via il virus. Questa è una libertà di cui per un po’ dovremo fare a meno, anche se mi domando se prima del virus ne godessimo davvero.

Metto in moto la macchina, non prima di aver dato un’occhiata ai miei due piccoli alieni: anche se hanno la mascherina, si intuisce che stanno sorridendo. Hanno passato due mesi reclusi in casa, uscire anche solo per andare all’asilo o dalla nonna, per loro è motivo di gioia immensa.

Alessandro e Leonardo sono stati le nostre ancore di salvezza. Per me e Andrea. Nei due mesi di reclusione forzata in casa, tra mille faccende da fare e il lavoro da portare avanti, mi sono spesso chiesta come avrebbero potuto resistere le persone sole a casa.

Giovani e vecchi, non importa: se sei segregato tra quattro mura e puoi parlare con il resto del mondo solo tramite video, come vai avanti? Niente baci, abbracci, niente guerra dei cuscini, niente cucina sporca per sfamare un esercito, niente giochi per terra e acquerelli che ti colorano tutte le pareti di casa. Niente liti con nessuno, niente risate. Solo la tua eco che riecheggia in quelle mura.

E una videochiamata è solo un timido palliativo.

Siamo essere umani fatti per le relazioni, per toccarsi, abbracciarsi, parlarsi da vicino, guardarsi negli occhi. Io sono stata chiusa in casa con Andrea e i miei due figli, un delirio assoluto, ma mi sono sentita viva, sempre. E Alessandro e Leonardo, portatori sani di gioia, capaci di ridere per aver visto una pianta fiorire o aver sentito gli uccellini cantare al mattino, ci hanno aiutato a capire che la vita è più del virus, che la speranza deve per forza vincere, che noi esseri umani siamo altro oltre alla paura. I bimbi ci hanno salvato.

Mentre mi immetto sulla strada principale faccio mente locale: i nonni hanno fatto il tampone lunedì e sono negativi. Devono farlo una volta a settimana se rimangono in casa e ogni volta che escono, se devono recarsi in posti affollati (per motivi eccezionali). Questa regola vale per tutti.  Al momento non si è trovato un altro modo per controllare l’evoluzione del contagio.

Approfitto del semaforo rosso per controllare se in borsa ho il kit per il tampone. È un dispositivo tecnologico che permette di avere il risultato in un’ora: si passa il cotton fioc in bocca e poi si inserisce in questa sorta di scatoletta che, immagino, al suo interno analizzi il campione. Sul piccolo display compare un unico agghiacciante simbolo: più o meno. Stasera a casa lo userò.

Arrivo da mia suocera. È il momento di lasciare il piccolo Ale, che sprizza gioia dai suoi occhioni che spuntano dalla mascherina. Giocare nell’orto della nonna per lui è il paradiso.

Saluto mia suocera con un cenno della mano, ci scambiamo un paio di battute. A distanza.

La distanza di sicurezza è il modo più sicuro per proteggerci. Ce lo hanno ripetuto nei mesi di reclusione, ma il mantra vale anche adesso e varrà ancora per chissà quanto tempo.

Non so più cosa vuol dire abbracciare qualcuno. A parte i miei figli e Andrea, ho messo tra me e il resto dell’umanità un buon metro di distanza.

Mentre salgo in macchina per accompagnare Leo all’asilo, mi cade lo sguardo su un sassolino colorato che giace solo sul sedile del passeggero. E’ rosso scuro, intenso. L’ho raccolto con Leo l’ultima volta che siamo andati a Genova dai nonni, il sabato prima.

Siamo andati al mare. Il mare. C’è qualcosa di più bello da vedere dopo mesi di “Prigionia”? No. Nulla è più liberatorio del mio mar ligure. Nulla. Una distesa blu, con il suono delle onde che riecheggia intermittente, il vento salato che scompiglia i capelli. E le lacrime che scendono copiose dai miei occhi. Perché per molto tempo ho creduto che non lo avrei potuto rivedere mai più.

Il mare, la mia città, la mia famiglia. Mai più.

Prendo in mano quel sassolino, me lo porto al naso. Sento ancora l’odore del mare e del sale.

“Dammelo! Dammelo!”, Leo si agita appena vede quello che ho in mano. Mi tende la mano per prenderlo. Quelle poche volte che andiamo dai nonni, ne prende qualcuno in riva al mare e li mette in un contenitore di vetro che tiene in camera sua. Un ricordo costante dei nonni e del mare, che vede troppo poco.

Ripenso a quando andiamo a trovare i miei in Liguria, facendo sempre attenzione a non abbandonarci a effusioni. Con i nipotini i miei genitori infrangono qualche regola, tenendoli per mano.  E qualche volta scappa un bacio, sulla testa.
Ma io rimango a distanza. Vorrei abbracciarli entrambi, ma non posso. Loro mi guardano sperando di incontrare un moto di cedimento, ma io resisto. Per me e per loro. Il vaccino ci libererà da questo tormento?

Smetto di pensare, sono in ritardo. Rimetto in moto la macchina, saluto con la mano Alessandro e mia suocera e riparto per portare Leonardo all’asilo.

Altro inferno. Fuori dalla scuola c’è il solito cartello:

“Disinfettare le mani del bambino prima di entrare. Fare indossare le ciabattine”.

Le ciabattine. Eh già, visto che non si sa bene se il virus rimanga o meno sotto la suola delle scarpe, per sicurezza i bimbi devono lasciare a chi li porta le loro scarpe e indossare le ciabattine di gomma fornite dall’asilo, sterilizzate ogni giorno. Siamo tornati anche a indossare il grembiule, anche quello lavato e sterilizzato ogni giorno e indossato a scuola. Gesti ripetitivi e stancanti, a cui mio figlio comunque si sottopone ormai con rassegnazione, ridendo e scherzando con gli altri compagni che affrontano la stessa routine, più stoici di noi genitori.

Do un bacio a mio figlio che scappa via verso la sua classe. Per lui è tornata un po’ di normalità. I bimbi a scuola non indossano mascherine. Le maestre e le bidelle sì. Nessuna prende in braccio i bimbi come succedeva prima. Nessuna li prende per mano. E loro, i bimbi, si adeguano. Perché hanno una capacità di adattamento molto superiore a quella di noi adulti.

Vedo Leo che si mette in fila, rigorosamente a “cinque passi” di distanza dai suoi compagni, un modo per provare a segnare un metro di distanza, ma non credo sia davvero un metro. Tra poco, in questa fila indiana distanziata, entreranno in classe. Dove, su banchi anche questi distanziati, faranno le loro attività.

Scappo via e mi rimetto in macchina. Più tardi dovrò venire a prenderlo, devo sbrigarmi. I nonni ovviamente alle scuole non si possono avvicinare. Le persone over 60 devono rimanere in casa e uscire solo ed esclusivamente per ragioni di salute o per emergenze, tutte da certificare. La spesa devono demandarla a figli o parenti o a una rete di volontari gestita dal Comune e che ha come compito quello di assistere gli anziani soli a casa per tutte le faccende.

Non è facile vivere così. Noi “giovani” iperattivi, loro, che vorrebbero essere iperattivi, vivono invece isolati.

Mia suocera mi tiene il bambino, sottoponendosi a un certo rischio. Ha un sistema immunitario che credo potrebbe vaporizzare il virus ancora prima che questo entri nei suoi polmoni, ma in ogni caso mi rendo conto che si sta esponendo. Come lei, altri nonni in Italia si stanno in un certo modo sacrificando. Ma sono monitorati costantemente dai loro medici di famiglia. Quindi siamo sereni. Per il momento. Mio suocero è un po’ più delicato e infatti cerca di non prendere in braccio mio figlio, anche se è dura non toccare un pargoletto di 20 mesi che ti gira intorno e ti tende le braccia continuamente.

È un inferno anche per loro. Ma è meno inferno rispetto a prima, quando eravamo tutti costretti a rimanere in casa senza vedersi per settimane.

Mentre mi immetto nella strada principale verso Milano, penso, come faccio ormai costantemente, a quando tutto questo finirà. Ci sarà un “giorno zero”, da cui potremo ripartire, senza timore della vicinanza?

La radio non la sento più. Fa troppo male. Ho smesso anche di leggere i quotidiani. Leggo solo riviste scientifiche. I contagi stanno calando, ma le morti continuano, seppur in diminuzione. Esperti, virologi e ricercatori fanno a gara a chi azzecca la previsione di quando tutto finirà, e io onestamente non ho più voglia di ascoltarli. Dovrei farlo, perché sono giornalista e scrivo di medicina, ma ultimamente preferisco concentrarmi sui fatti, lasciando fuori elucubrazioni ed esercizi di stile che non servono a nessuno.

Ferma in coda guardo la gente che cammina sul marciapiede. Un nugolo di umanità che prova a riprendere in mano la propria vita. Mascherine a passeggio, fantasmi delle persone che sono state. Chissà se qualcuno sorride o piange dietro quelle mascherine. Tutti a testa bassa, si ha paura persino a incrociare lo sguardo altrui. I negozi finalmente sono aperti, fuori si forma un capannello di tre o quattro persone che devono aspettare per poter entrare.

Soldati dell’esercito vigilano per evitare che si formino assembramenti in qualsiasi luogo.

Domenica scorsa avrei voluto andare al parco, ma ho desistito ancora prima di arrivarci. Un soldato ci è venuto incontro e ci ha fatto segno di no con la testa. Ok, anche per questa domenica ce ne stiamo in terrazza a casa.

L’estate è alle porte e credo che sarà un inferno avvicinarsi a una spiaggia. Ci faremo l’estate a casa e magari ad agosto, quando le città comunque un po’ si svuoteranno, avremo i parchi tutti per noi. Lo spero.

Entro finalmente a Milano, il traffico è pazzesco. Ho appuntamento vicino Cadorna. Trovo facilmente parcheggio grazie a una signora che prontamente mi lascia il posto. Un miracolo.

Mi dirigo verso un bar della zona. Anche quelli hanno riaperto, con le solite restrizioni.

Una guardia all’entrata ( di quelle private però, non un soldato) mi fa cenno di aspettare. Attendo un paio di minuti, escono due persone. Posso entrare.

Il mio appuntamento, un medico che ha voglia di raccontarmi la sua storia nel reparto di terapia intensiva di una grande ospedale milanese, mi sta aspettando seduto ad un tavolino, in fondo al bar.

Di tavolini ce ne sono pochi e sono tutti distanziati di almeno un paio di metri. Al bancone non c’è nessun cliente. Non si può servire al bancone, ma si può prendere il caffè messo sul bancone e berlo ai tavoli “mangia in piedi” o ai tavolini dove ci si può sedere. Massimo due per tavolo. Sempre a distanza.

La matematica della socialità ai tempi del coronavirus è snervante. Sempre a fare i conti con i metri, con i coperti massimi da poter occupare, con il numero delle persone in coda al supermercato.

Prima di sedermi ordino un caffè. La ragazza dietro al bancone, armata di mascherina in tinta blu come il cappellino (ma dove l’ha trovata??) mi sorride e si gira subito verso la macchinetta del caffè. Dieci secondi dopo mi porge la calda tazzina. Direttamente dalle mani. Le faccio cenno di metterla sul bancone.  Mi chiede scusa e mette il caffè sul bancone. Riprende il suo lavoro, girandomi le spalle.

La distanza è snervante. Se poi sei abituato a lavorare con il pubblico, in un locale pubblico, credo che sia inconcepibile. E allora ogni tanto porgi il caffè al cliente facendo finta di dimenticarti che non puoi farlo, sperando che anche il cliente si dimentichi che non deve prenderlo dalle mani, e che in quella confusione ci possa essere un minimo contatto, una scintilla. A confermare che siamo vivi, che non siamo automi.

Perché il contatto è tutto. Ci definisce come animali sociali, ci tempra, ci dà le energie giuste per continuare. Ci fa sentire vivi, in questa epoca di post coronavirus dove siamo tutti un po’ morti.

Porto il mio caffè al tavolino, dove siede il medico che ha già consumato il suo e mi guarda indossando la solita mascherina. Qualche battuta per sciogliere la tensione, poi abbasso il mio bavaglio per bere il caffè, mentre lui intanto mi racconta la sua storia.

Avrei potuto chiamarlo al telefono, ma oggi ho deciso di rischiare. Ho deciso di prendere la macchina e mettere la testa fuori dal triangolo della mia vita che è diventato il tragitto casa-suocera-asilo. Se non troviamo il coraggio di mettere la testa fuori e rimaniamo impauriti davanti allo schermo di un pc, avrà vinto Lui, il virus.
Siamo in guerra contro un nemico potente e invisibile che non aspetta altro che un momento di debolezza per annientarci. L’umanità si risolleverà, i giovani riusciranno a tenerlo a bada mentre gli anziani saranno salvaguardati. Me lo ripeto ogni giorno.

Anche adesso provo a ripetermelo, ma un bip dalla mia borsa mi desta dai miei pensieri: la app “MiMuovo” mi sollecita a mettere in connessione il mio dispositivo con quello del medico che sto intervistando. Mi accingo a farlo, ma il telefono inizia subito a emettere un suono diverso, più forte. E sento anche altri telefoni suonare allo stesso modo. Guardo lo schermo, dove compare  il nome e la foto di una persona che non conosco, con un’indicazione in rosso che mi segnala che si trova a due metri da me.

A due metri da me ci sono altre persone. Rimaniamo tutti immobili, perché sappiamo cosa significa quel messaggio. Alzo lo sguardo dallo schermo e vedo un uomo, vicino al bancone del bar mentre, incurante dei bip che stanno assordando tutta la sala, e molto somigliante al tizio della foto, prende dalle mani della barista un cappuccino fumante. In un attimo arrivano nel locale due poliziotti che circondano l’uomo.

La barista scappa nel retro, l’uomo si abbassa e mette le mani dietro la schiena. I poliziotti lo portano via. Succede tutto in silenzio. Quell’uomo è positivo al coronavirus. Se lo sa la app, lo sa anche lui. E non dovrebbe trovarsi in un bar.

Metto giù la tazzina di caffè che stavo bevendo. Non mi va più.

Mi alzo, saluto il medico e gli dico che lo chiamerò più tardi al telefono. Anche lui si alza per andarsene, così come tutti gli avventori del bar.

Scappo in macchina. Faccio il tragitto inverso per tornare a casa, molto lentamente perché le braccia mi tremano e non riesco né a guidare né a respirare. Mi fermo a metà strada, parcheggio in un’area di sosta.

Mando un messaggio ad Andrea dicendogli che farò tardi. Poi, con le mani che non smettono di tremare, tiro fuori dalla borsa il kit con il tampone.

Lo eseguo. Poi lo rimetto in borsa. Ho un’ora di tempo prima di vedere il risultato.

Prendo il telefono e il pc portatile e chiamo il medico che avevo lasciato poco tempo prima al bar per terminare l’intervista. Cerco di calmarmi, ma anche la voce trema. Il medico mi rassicura.

Ero distante da quell’uomo, non può essere successo nulla.

Vero, ma io continuo a tremare lo stesso. E realizzo che tutti i miei propositi di uscire, andare a Milano e rischiare, sono evaporati. Sono di nuovo davanti lo schermo di un pc. Chiusa in macchina, con le mani tremanti, il terrore di tornare a casa e un tampone in attesa di analisi chiuso nella borsa.

Anche oggi ha vinto Lui.

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Questo è un racconto di fantasia. Ho provato a immaginarmi come potrebbe cambiare la nostra vita nell’epoca post virus. Perché di certo, almeno all’inizio, non potrà essere la normale vita di sempre.

 

 

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Artrosi e artrite: l’attività fisica può fare la differenza?

Artrosi e artrite sono due patologie distinte che riguardano le nostre articolazioni e che possono portare dolore e difficoltà nei movimenti. l’attività fisica può aiutare a potenziare le articolazioni, a diminuire la perdita di osso e può essere utile nel controllare il dolore. Non si può però improvvisare, ma occorre effettuare esercizi mirati di “ginnastica adattata”. Ne abbiamo parlato con Carmelo Giuffrida, Dottore in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate.

Il Dottor Carmelo Giuffrida

Artrosi e artrite, quali sono le differenze?

Artrosi e artrite  sono malattie reumatiche  molto comuni  comportano limitazioni dei movimenti e dolore, a volte in via temporanea, altre volte in modo permanente. Interessano uomini e donne di tutte le età, anche se sono più frequenti nelle persone anziane.

La forma più frequente è l’osteoartrosi, una patologia infiammatoria cronica e progressiva che interessa tipicamente le articolazioni come ginocchio, anca, caviglia, rachide, spalla e le piccole articolazioni delle mani. E’ caratterizzata da degenerazione della cartilagine, dolore articolare, e può peggiorare la qualità della vita.

L’artrite reumatoide è una malattia cronica a carattere erosivo che genera la distruzione della cartilagine articolare e interessa soprattutto le articolazioni mobili. Colpisce le donne tre volte di più rispetto agli uomini ed esordisce tra i 40 e i 60 anni.

I sintomi principali sono:

  • dolore generale

  • rigidità e dolore articolare

  • debolezza

  • stanchezza

  • rossore della cute

  • tumefazione

  • anemia

A questi segnali si possono associare anche positività del fattore reumatoide ( un indicatore di laboratorio, utile per determinare la presenza di un’ infiammazione  o di un’alterazione nel sistema immunitario) e degli anticorpi anti-citrullina per capire se si ha l’artrite reumatoide o altri tipi di artrite. Ci sono poi diversi esami utili per capire di che tipo di malattia reumatica soffre il soggetto.

Artrosi e artrite si possono prevenire con l’attività fisica?

Negli ultimi 30 anni, sia la ricerche scientifiche sia le conoscenze acquisite sul campo hanno attribuito grande valore  all’esercizio fisico usato come trattamento  di parecchie malattie croniche oltre alle patologie dell’apparato locomotore. L’attività fisica adattata è compresa tra i “farmaci equivalenti”, e ha assunto il ruolo di “farmaco” nei disturbi correlati a parecchie sindromi metaboliche (insulino-resistenza, diabete di tipo 2, diabete di tipo 1, ipertensione, obesità), malattie cardiache e polmonari (asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, cardiopatia ischemica, cronica insufficienza cardiaca, claudicatio intermittente), malattie muscolari, ossee e articolari (artrosi, artrite reumatoide, osteoporosi, fibromialgia, sindrome da stanchezza cronica), cancro, depressione, solo per citarne alcuni.

L’esercizio fisico regolare e appropriatamente somministrato potenzia le capacità articolari, diminuisce la perdita di osso e può essere utile nel controllo del dolore. Nei soggetti che hanno artrosi e sono in sovrappeso, l’attività motoria aiuta a dimagrire e quindi a diminuire il peso sulle articolazioni. Per chi soffre di artrite invece sono importanti anche i momenti di riposo, per cui in questo caso è giusto affidarsi a specialisti dell’attività fisica adattata che sappiano bilanciare movimento e riposo nel modo giusto.

Cosa intende per attività fisica adattata (A.F.A)?

Se sostituiamo la parola “adattata” con “modificata” si intende già subito di cosa stiamo parlando: si tratta di una valida modalità didattica che adatta (cioè, modifica) il programma, i compiti e/o l’ambiente, in modo che TUTTI i soggetti possono partecipare pienamente all’attività motoria.

In pratica, in questo tipo di attività, si dà un’enfasi particolare agli interessi e alle capacità degli individui caratterizzati da condizioni fisiche svantaggiate, quali diversamente abili, malati o anziani. E’ quindi un tipo di attività dedicata a persone affette da malattie, menomazioni, disabilità o deficit tali da limitare le capacità di tali individui di praticare le attività fisiche loro congeniali.

E’ importante però ribadire che l‘attività fisica ha come obbiettivo mantenere in salute il paziente, non curare la malattia. 

 L’Attività Fisica Adattata (A.F.A.)  è stata introdotta per la prima volta nel 1973 dall’IFAPA – Federazione Internazionale Attività Fisica Adattata  ed è strettamente legata alla figura professionale del Laureato in Scienze Motorie Specializzato in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate. 

L’A.F.A. quanto può aiutare chi soffre di artrite o artrosi?

L’esercizio fisico svolto regolarmente appropriatamente mira a evitare i sovraccarichi articolari e l’improprio uso delle strutture articolari. L’obbiettivo principale è potenziare le articolazioni: il movimento diminuisce la perdita di sostanza ossea e può essere utile nel controllo del dolore. 

Nei pazienti con artrosi in sovrappeso, l’attività fisica può aiutare a perdere peso  e quindi a fare diminuire progressivamente il sovraccarico e l’usura delle articolazioni.

Nei pazienti con artrite l’attività motoria riveste un ruolo di primaria importanza durante gli attacchi acuti (ma, in questo caso, la competenza operativa è del Dottore in Fisioterapia!).

La totale assenza di esercizio fisico può far aumentare la debolezza muscolare e il dolore articolare. occorre quindi bilanciare le attività di movimento a quelle di riposo. Gli effetti dell’attività fisica sull’organismo umano condizionano la’adattamento fisico del corpo nel corso del tempo. più ci si allena, ,più ci si adatta allo sforzo. Questo, a lungo termine, porta a un importante aumento del massimo consumo di ossigeno. Ciò avviene a qualsiasi età pur variando quantitativamente in funzione delle caratteristiche genetiche soggettive, della situazione di sedentarietà iniziale e del tipo di allenamento programmato.

Uno degli effetti principali dell’allenamento aerobico è la capillarizzazione muscolare. Con l’attività motoria si può incrementare il flusso sanguigno muscolare da 50 a 100 volte i valori riscontrabili a riposo e, in ultima analisi, si possono migliorare i movimenti ed aumentare la forza dei soggetti che vi si sottopongono. Nello specifico l’attività fisica regolare:

  • Riduce o normalizza la disfunzione endoteliale (l’endotelio è il rivestimento cellulare interno dei vasi sanguigni), responsabile dei fenomeni di aterosclerosi.

  • Migliora il movimento delle articolazioni

  • Migliora la coordinazione neuro-muscolare. Ciò va a maggior vantaggio dell’anziano in presenza di patologie disabilitanti.

Per chi volesse intraprendere questo percorso di Attività Fisica Adattata, quali sono i passi da compiere?

Le persone con artrosi o artrite che desiderano intensificare l’attività fisica devono prima di tutto parlare con il proprio medico e con lo specialista, in questo caso i dottore in scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate. Bisogna quindi tenere conto di una valutazione della gravità della patologia articolare e dell’eventuale presenza di malattie concomitanti.

Gli aspetti che devono essere chiariti con chi vuole fare esercizio fisico sono essenzialmente questi:

  • Il ruolo che riveste l’attività fisica all’interno del percorso speciale redatto per il soggetto;

  • La sicurezza nella pratica dell’esercizio fisico: il soggetto deve essere in grado di riconoscere i possibili segni che gli indicano quando è necessario interrompere l’allenamento;

  • La gestione delle aspettative derivanti dall’attività fisica adattata: benefici possibili e limiti;

  • L’importanza di scegliere l’esercizio sulla base delle proprie preferenze e dello stile di vita;

  • la consapevolezza che “attività fisica” non è necessariamente sinonimo di “esercizio ad alto livello o vigoroso”. L’attività motoria è cosa ben diversa dallo “sport” ma include un ampio raggio di occupazioni come il giardinaggio, una lunga passeggiata, salire le scale, ….

Quello che mi sento di dire è che il rapporto con l’attività fisica deve essere incoraggiato. Fare attività fisica fa bene anche per chi soffre di artrosi o di artrite. Ovviamente l’attività andrà svolta sotto stretta osservazione, con controlli mirati su intensità e frequenza e si dovrà modulare secondo le eventuali manifestazioni di dolore dei soggetti. Ci vogliono quindi informazioni corrette, perché svolgere un’attività fisica adattata non può che far bene a chi soffre di artrosi o artrite.

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Incubi: quando i brutti sogno possono diventare un disturbo

Oggi voglio trattare una tematica particolare. Gli incubi.

Li avete mai avuti? Se capitano qualche volta, non devono destare preoccupazione. Quando invece diventano ricorrenti, è bene approfondire quale potrebbe essere la causa.

Perché tutti sogniamo, anche se sempre non ricordiamo di averlo fatto. Quello che invece di sicuro di ricordiamo è un brutto sogno.

Gli incubi possono essere causati da stati emotivi particolari vissuti nell’arco della giornata o possono essere spia di disturbi specifici, originati da traumi, periodi stressanti, privazione del sonno o abuso di alcol o particolari medicinali. Quando gli incubi sono ricorrenti, non correlati a patologie specifiche e inficiano la vita quotidiana, si parla di “disturbo da incubi”.

Vediamo nel dettaglio che cosa sono gli incubi e perché facciamo brutti sogni.

Perché sogniamo?

Sognare è un’azione normale e naturale per gli esseri umani, ma gli scienziati ancora oggi si dividono sull’utilità dei sogni. Per alcuni sono inutili, come sostenne lo psichiatra statunitense John Allan Hobson, che nel 1977 pubblicò lo studio The neurobiological origins of psychoanalytic dream theory, secondo cui le deduzioni di Freud circa i sogni erano sbagliate; per altri sono invece molto utili, come ammise lo stesso Sigmund Freud nel 1895, secondo cui i sogni rappresentano i desideri inconsci e, più recentemente, Ernest Hartmann, direttore dello “Sleep Disorders Center di Boston” la cui Teoria Contemporanea del sogno ci dice che i sogni, nel tempo, aiutano a mitigare le emozioni, soprattutto quelle conseguenti a traumi. Per Hartmann il sogno potrebbe avere quasi un’azione lenitiva delle esperienza traumatiche che viviamo nella realtà. La scienza ancora oggi si divide tra chi crede che sognare non abbia nessun significato e chi invece attribuisce ai sogni funzioni fondamentali per i nostri equilibri emotivi, mentali e fisici.

Il motivo per cui sogniamo è tutt’oggi oggetto di investigazioni.

Secondo le varie ricerche fino a oggi effettuate, i sogni agiscono su diversi livelli:

  • Sono una componente importante dei processi mnemonici, perché aiutano l’attività cerebrale nel consolidamento di quanto si è appreso nel corso della giornata;

  • Sono un’estensione della coscienza “sveglia” e riflettono l’esperienza che viviamo durante il giorno;

  • Aiutano la mente a districarsi tra pensieri difficili, emozioni ed esperienze, e a raggiungere l’equilibrio psichico ed emotivo;

  • Proteggono il cervello e lo preparano ad affrontare minacce, pericoli e sfide: vivendo ( e superando) l’incubo, l’individuo impara ad affrontare problemi e pericoli nella vita reale.

Non esiste quindi una risposta univoca e universale sul perché gli esseri umani (e non solo) sognino. I sogni aiutano a livello biologico, cognitivo e psicologico, ma i meccanismi che ne sono alla base e che li generano sono ancora avvolti, in parte, dal mistero.

Così come il sonno può essere interrotto e disturbato, possono esserlo i sogni. Quando generano ansia, terrore e angoscia, i sogni si trasformano in incubi.

Cosa sono gli incubi?

Gli incubi sono sogni che possono essere così terrificanti da interrompere il sonno. Colpiscono occasionalmente il 47% della popolazione adulta e sono ricorrenti nel 5-8% dei casi.
I bambini ne sono più colpiti, ma il fenomeno tende a decrescere con l’avanzare dell’età. Cadere nel vuoto, essere inseguiti da qualcuno di cui abbiamo paura o trovarsi in altre situazioni che generano emozioni disforiche come rabbia, ansia o disgusto può addirittura farci svegliare. Questo tipo di risveglio non va confuso con il pavor nocturnus, il terrore notturno che colpisce prevalentemente durante l’infanzia interrompendo il sonno dei bambini e causandone il risveglio. In questo risveglio, il bimbo non è pienamente cosciente, non risponde ai richiami degli adulti, ha gli occhi sbarrati, ma riesce a riaddormentarsi e in genere, il mattino dopo, non ha memoria di quanto successo. Il risveglio generato dagli incubi, invece, è diverso: si è pienamente coscienti quando ci si sveglia e si ha difficoltà a riaddormentarsi. Gli incubi, di solito, durano tra i 4 e i 15 minuti, si manifestano a notte inoltrata o prima dell’alba e i soggetti al risveglio si ricordano quanto appena sognato.

I principali segnali che ci permettono di capire se siamo di fronte a un incubo sono:

  • il sogno sembra reale ed è sconvolgente: spesso diventa più inquietante man mano che si sviluppa;

  • la trama dei sogni è generalmente correlata a minacce alla sicurezza o alla sopravvivenza, ma può avere altre tematiche inquietanti;

  • il sogno è talmente terrificante da provocare il risveglio;

  • ci si sente spaventati, ansiosi, arrabbiati

  • si suda e si possono avere le palpitazioni;

  • ci si risveglia coscienti, e si possono ricordare tutti i dettagli di quanto sognato;

  • il sogno/incubo provoca angoscia, fino a rendere difficile il riaddormentamento.

Da cosa sono causati gli incubi?

Gli incubi di solito si verificano durante la fase del sonno più profondo, caratterizzata dal movimento rapido degli occhi (Rapid Eye Movement – REM).

La causa esatta degli incubi non è nota, ma si possono identificare alcuni fattori scatenanti, tra cui:

  • stress o ansia: a volte, lo stress ordinario della vita quotidiana, oppure un grande cambiamento, come un trasloco, o ancora un evento traumatico, come la morte di una persona cara, possono causare incubi. I soggetti ansiosi sono più predisposti, in generale, a fare brutti sogni;

  • trauma: gli incubi sorgono spesso in relazione a un incidente, un infortunio, una violenza fisica o verbale o altri eventi traumatici. I brutti sogni sono comuni anche nelle persone che hanno un disturbo da stress post-traumatico (PTSD);

  • privazione del sonno: periodi di sonno e di veglia irregolari (o di insonnia) riducono la quantità e la qualità del sonno e possono aumentare il rischio di incubi;

  • farmaci: alcuni antidepressivi, o i farmaci per la pressione sanguigna, i beta-bloccanti e i farmaci usati per curare il morbo di Parkinson possono scatenare incubi perché alterano i livelli di neurotrasmettitori del sistema nervoso centrale ;

  • abuso di sostanze: l’assunzione di alcol e droghe ricreative può scatenare incubi;

  • altri disturbi: la depressione, le patologie mentali ma anche malattie come quelle cardiovascolari o il cancro possono indurre gli incubi;

  • libri e film spaventosi: per alcune persone, leggere libri o vedere film spaventosi, specialmente prima di andare a letto, può far insorgere brutti sogni.

  • Cene a base di cibi particolarmente pesanti: un pasto abbondante ricco di grassi e zuccheri, soprattutto se consumato poco prima di andare a dormire, può dare luogo a difficoltà digestive che si riflettono sulla qualità del sonno e dei sogni.

Quando l’incubo diventa un disturbo

Se sono occasionali, gli incubi non devono destare preoccupazione: come abbiamo appena visto, la visione di un film horror, un pasto particolarmente pesante e una giornata stressante possono causare sogni agitati e angoscianti, di tanto in tanto.

Quando, invece, gli incubi si manifestano con frequenza e le emozioni negative vissute durante il brutto sogno persistono anche il giorno seguente, potremmo essere di fronte al citato disturbo da incubi, in inglese nominato “Nightmare Disorder”.

Il disturbo da incubi fa parte delle parasonnie, i problemi del sonno correlati a esperienze indesiderate che si verificano durante le diverse fasi del sonno: mentre ci si addormenta, durante il sonno o al risveglio. Oltre al disturbo da incubi, fanno parte delle parasonnie il sonnambulismo, il pavor nocturnus, i crampi improvvisi alle gambe, la sindrome delle gambe senza riposo e le allucinazioni.

Il disturbo da incubi è diagnosticato in assenza di altre cause che possono generare questi sogni in modo frequente e che abbiamo già visto, tra cui l’assunzione di determinati farmaci, i disturbi da stress post-traumatico e altri disturbi psichiatrici.

Occorre inoltre distinguere gli incubi che possono generare il “Nightmare Disorder” da quelli che seguono eventi particolarmente dolorosi o traumatici: dopo la perdita di una persona cara si possono fare sogni angoscianti, ma in questo caso l’emozione prevalente è la tristezza, non la paura o l’ansia. Anche le persone che soffrono di narcolessia possono avere incubi, ma questi sono conseguenza della sonnolenza diurna.

In sintesi, solo quando le cause patologiche e farmacologiche sono escluse, e abbiamo incubi ricorrenti, possiamo parlare di “Nightmare Disorder”.

Nei casi più gravi, le persone possono addirittura temere di addormentarsi per paura di avere gli incubi, generando così un pericoloso circolo vizioso: si dorme poco per il timore di fare brutti sogni, ma la privazione di sonno è una delle cause degli incubi. Così facendo, quindi, gli incubi si manifestano con maggior frequenza proprio perché si dorme poco.

Quando il sonno è influenzato in questo modo, compaiono altri sintomi che causano una compromissione della vita quotidiana: difficoltà di concentrazione, sonnolenza diurna, umore nero, irritabilità e ansia. Per coloro che ne sono afflitti, il disturbo da incubi può sembrare un infernale giro di giostra che non si riesce a fermare.

Gli incubi sono considerati un disturbo solo se non sono correlati a patologie e se:

  • si verificano con frequenza;

  • fanno insorgere problemi di concentrazione o memoria e non si riesce a smettere di pensare a quanto sognato;

  • comportano sonnolenza diurna, affaticamento o spossatezza;

  • inficiano la produttività sul posto di lavoro e le relazioni sociali;

  • fanno insorgere la paura del buio e di andare a dormire.

Se si verificano le situazioni appena menzionate, è bene parlarne con il proprio medico di fiducia.

Il trattamento

Se siamo di fronte a incubi causati da specifiche patologie mentali (malattie psichiche o disturbi da stress post-traumatico), si può lavorare sul disagio psicologico originale: eliminandolo o attenuandolo, si possono limitare anche gli incubi correlati. In alcuni casi, si impiega una terapia cognitivo-comportamentale che ha successo nel 70% dei pazienti.

Se siamo di fronte a un disturbo da incubi, si può tentare anche l’approccio farmacologico che si rivela efficace in alcuni casi, ma che in altri può rivelarsi controproducente: alcuni farmaci utilizzati, come gli antidepressivi, hanno tra gli effetti collaterali proprio gli incubi.
Un altro approccio utile può essere la psicoterapia: una delle tecniche più efficaci per superare gli incubi si chiama terapia di ripetizione immaginativa, una delle tecniche più studiate e che ha prodotto risultati eccellenti nella gestione e trattamento degli incubi.

La terapia si basa sull’alterazione consapevole di alcuni elementi del brutto sogno: attraverso varie fasi (controllare l’incubo, visualizzare scene piacevoli, riscrivere la storia) il paziente riesce a trasformare il brutto sogno in una storia piacevole. L’idea è che, visualizzando tutti i giorni la storia modificata, questa si trasferirà anche nel sogno, sostituendo l’incubo. L’applicazione costante di questa terapia non solo porta a risolvere gradualmente gli incubi, ma migliora anche la qualità del sonno e riduce la sensazione di disagio che si portano dietro le persone che vivono le esperienze degli incubi, specialmente quelli ricorrenti.

 

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