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La corsa al vaccino per il Covid-19 servirà davvero?

Vi siete mai chiesti perché ogni anno, anche più di una volta nella stessa stagione, vi prendete il raffreddore? Sì, quella fastidiosa infezione virale causata anche dai coronavirus che vi fa colare il naso, vi causa spossatezza e in alcuni casi febbre, tosse e mal di gola. Che somiglia tanto all’influenza ma con cui non va confusa, perché i virus del raffreddore appartengono a famiglie diverse.

Ve lo prendete con cadenza annuale o pluriannuale perché il coronavirus causa una bassa risposta immunitaria, debole e breve e perché, anche se di poco, muta. Muta quel minimo che però impedisce ai vostri anticorpi di combatterlo in modo efficace, se non per un breve periodo di tempo.

Il vaccino per il raffreddore

Vi siete mai chiesti perché non esiste un vaccino per il raffreddore? Perché la risposta immunitaria che fornisce è troppo bassa e dura troppo poco e perché l’infame virus muta.

Ma finché si tratta di un raffreddore, uno si mette il cuore in pace, passa qualche giorno a letto con paracetamolo o acido acetilsalicilico e aspetta che passi.

Quando invece il coronavirus diventa più virulento e aggressivo, e oltre a febbre e naso colante causa polmoniti interstiziali, in alcuni casi fatali, abbiamo di fronte un nemico infame. Sars-Cov2 è causato da un coronavirus particolarmente virulento, ma che conserva le caratteristiche basilari di tutti i coronavirus. Come può quindi un vaccino essere efficace nel lungo periodo?

La corsa ai vaccini a cui stiamo assistendo tutti, che ricorda un po’ la corsa a conquistare lo Spazio durante la Guerra Fredda ( e infatti il vaccino appena annunciato da Putin è stato chiamato, non a caso, Sputnik) sa tanto di corsa politica ed economica, e meno di corsa a salvare vite umane.

Sul fatto che avere un vaccino sia meglio di non avere nulla siamo tutti d’accordo. Sul fatto che con il vaccino siamo tutti al sicuro invece io mi permetto qualche dubbio. Perché il coronavirus non è gestibile e controllabile come il virus del morbillo, che causa una risposta immunitaria molto più forte e duratura nel tempo. Il coronavirus è una brutta bestia che dovremo imparare a sconfiggere non solo con i vaccini, ma anche con terapie antivirali, antiinfiammatoria, immunomodulanti, cortisoniche e tutto l’armamentario farmaceutico che può venirci utile.

Vaccini, fasi tre velocizzate, human challenge trials e altre meraviglie

Anche se oggi fosse approvato un vaccino, dopo le tre fasi di sperimentazioni, ci vorrebbero almeno 6 mesi di continue valutazioni per testarne la reale efficacia nel tempo. Putin ha appena annunciato il termine della fase tre del suo vaccino Sputnik e ha detto che a settembre (quindi neanche un mese dopo) partirà con la somministrazione agli operatori sanitari. Al di là della forzatura e dei tempi bruciati, c’è il serio rischio non solo che la terapia non funzioni ma che possa essere anche più dannosa del virus stesso. Il tempo è fattore determinante del successo di qualsiasi sperimentazione. Accorciarlo non serve: si gioca a dadi con la fortuna, non si fa scienza. E l’etica della ricerca e il rispetto dei pazienti che si sottopongono a questa cura passano in secondo piano. L’importante è avercela fatta per primi.

Ma oltre al lancio dello Sputnik (nelle vene, questa volta) stiamo assistendo anche al tentativo di testare sulle persone i vaccini allo studio, facendole volontariamente infettare dal virus Covid-19. Al momento, infatti, nelle sperimentazioni ordinarie l’efficacia di un vaccino si misura solo valutando la risposta immunitaria che genera, in termini di qualità, quantità e durata degli anticorpi. Non si testa la cura esponendo il paziente al virus. Non sarebbe etico, giusto?

Però valutare l’efficacia di un vaccino misurando solo la risposta immunitaria non assicura una garanzia sull’efficacia contro il virus reale, anche perché il vaccino di solito (come nel caso del Covid-19) è realizzato con un agente virale che mima, somiglia, si avvicina al virus che si vuole colpire ma non è l’esatta copia. Per cui la certezza dell’efficacia si ha solo nel momento in cui il paziente dovesse contagiarsi davvero.

Ma esiste una forma di sperimentazione diretta sull’uomo, lo Human Challenge Trial, che invece consente, entro certi limiti legali, di esporre i pazienti volontari vaccinati direttamente al virus. Un centinaio di esperti ha scritto una lettera allo US National Institutes of Health chiedendo di iniziare queste sperimentazioni. E l’organizzazione 1 Day Sooner ha lanciato una campagna di reclutamento di volontari in tutto il mondo: al momento ci sono 33.000 volontari di circa 148 paesi.

Questa sperimentazione è stata già fatta in passato? Sì, per tifo, colera e altri…ma in quei casi era disponibile una cura nel caso in cui i volontari si fossero ammalati. Qui invece la cura definitiva non c’è.

Vaccino per il morbillo e vaccino per il raffreddore, che differenza c’è?

La differenza è soprattutto una: il vaccino per il morbillo (che oggi si somministra insieme a quello per la parotite e la rosolia) è fatto con un virus vivente, reso inoffensivo. I vaccini invece a cui si sta lavorando per il Covid-19 sono di tre tipi (RNA, DNA e proteico) e sintetizzati tutti in laboratorio. Per avere un vaccino efficace occorre che sia il più possibile simile a quello reale: nel morbillo si usa lo stesso virus, depotenziandolo, nel Covid-19 si usa un virus fatto in laboratorio: per forza di cose il primo è più efficace del secondo perché più simile al nemico che si vuole sconfiggere. Detto questo, il virus del morbillo genera una risposta immunitaria molto più forte e duratura nel tempo rispetto al coronavirus, come hanno dimostrato recenti ricerche scientifiche secondo cui gli anticorpi del Covid-19 iniziano a calare dopo tre mesi dall’infezione.  In estrema sintesi: se già il virus originale genera una risposta immunitaria debole, come si può pensare che il vaccino, che lo emula, sia più efficace?

Il vantaggio delle terapie

Il Dottor Alberto Enrico Maraolo

Ecco perché, oltre alla corsa per i vaccini, occorre continuare a correre per trovare terapie efficaci che possano aiutare a ridurre l’infezione, l’ospedalizzazione e quindi la contagiosità del virus: “Le terapie antivirali sono quelle che possono avere un impatto sociale più rilevante – ha spiegato Alberto Enrico Maraolo, infettivologo e dirigente medico dell’Ospedale Codugno di Napoli – rispetto alle altre perché diminuiscono il tempo delle ospedalizzazioni e il cosiddetto shedding virale, la contagiosità”. Al momento l’unico antivirale approvato per curare il Covid-19 anche in casa nostra è il Remdesivir, già usato contro il virus Ebola. Questo antivirale è tanto subdolo quanto il virus che punta e distruggere, per questo funziona. Molti virus, come il Covid-19, codificano le loro informazioni genetiche utilizzando un genoma a RNA. Mi sono fatta spiegare dal dottor Maraolo come agisce il Remdesivir.

L’RNA (o acido ribonucleico) è una molecola che regola l’espressione e la decodificazione dei geni. È assemblato come una catena di nucleotidi, brutto nome per indicare le basi azotate, gli elementi di queste catene, senza le quali si spezzano o terminano e le molecole non si possono più replicare. Un vero peccato. Oppure un miracolo nel caso in cui a interrompersi siano le molecole RNA del virus. “Il Remdesivir infatti agisce come una base azotata – chiarisce Maraolo –  ma non lo è veramente. Viene inglobato dalla molecola di RNA che pensa sia un vero nucleotide e invece, come un cavallo di troia, il Remdesivir si inserisce in questa catena e, non essendo una vera base azotata, impedisce la replicazione naturale del virus”.

Ma la lotta non finisce qui. Il Covid-19 è l’infame tra gli infami, perché mentre la maggior parte dei virus a RNA non ha meccanismi che consentono di intercettare basi azotate anomale, lui invece ha questo optional, una sorta di correttore di bozze interno che intercetta i nucleotidi difettosi e li elimina prima che facciano danni. “Ma il Remdesivir riesce a camuffarsi – rassicura l’infettivologo – perché dopo di lui continua a far esprimere le altre basi azotate vere, così il correttore di bozze non si accorge subito dell’anomalia, la catena non è interrotta, pensa che vada tutto bene e in realtà tutto si ferma, la replicazione non è più possibile perché la base azotata finta del Remdesivir blocca il processo di replicazione”. Il virus così finisce il suo viaggio.

Descritto così il processo sembra quasi divertente. “In realtà questo farmaco al momento ha mostrato risultati promettenti solo nei soggetti gravi (con polmoniti e sottoposti a ossigenazione) – sottolinea Maraolo – mentre nei pazienti con sintomi lievi non ha dimostrato un’efficacia statisticamente rilevante. Inoltre, questo farmaco può essere somministrato solo per via endovenosa, per dieci giorni circa. L’ideale sarebbe arrivare a una terapia utile a rallentare, se non fermare, la progressione del virus anche nei soggetti con sintomi lievi, in questo modo si bloccherebbe la contagiosità prima di arrivare a un peggioramento dei sintomi e il soggetto, dopo aver assunto il farmaco, potrebbe uscire di casa in breve tempo, senza sottostare a lunghe quarantene”.

Nel mondo si stanno studiando anche cortisonici come il desametasone o immunomodulanti come il Tocilizumab, ma servono ulteriori dati per dimostrare l’efficacia di queste terapie.

Mentre i paesi sgomitano per trovare il vaccino, ci auguriamo che lavorino altrettanto alacremente per trovare cure efficaci e sicure, su cui poter contare indipendentemente dai vaccini che possono aiutare ma, come abbiamo visto, nel caso del coronavirus possono avere un’efficacia limitata.

L’autunno è alle porte, i focolai aumentano in tutto il mondo e anche nel nostro paese. Al momento è tutto sotto controllo ma con l’abbassamento delle temperature la situazione potrebbe peggiorare.

 

[1] https://www-bbc-com.cdn.ampproject.org/c/s/www.bbc.com/news/amp/health-53426367

[2] https://1daysooner.org/

[3] https://www.nature.com/articles/s41591-020-0965-6

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Preprint in ambito scientifico: la “fonte” giornalistica del momento, su cui fare molta attenzione

Secondo uno studio che sarà pubblicato a breve…secondo una ricerca svolta dall’Università degli Studi di… e in via di pubblicazione…Quante volte abbiamo letto articoli iniziare con questo attacco per spiegare i nuovi risultati di ricerche scientifiche? In questi mesi non si legge altro.

“Secondo uno studio” è diventato l’attacco giornalistico del 2020.

Ma se ha senso (con le dovute precauzioni e attenzioni) raccontare i risultati di studi pubblicati su riviste scientifiche, ha meno senso pubblicare qualsiasi documento scientifico che non sia stato sottoposto a peer review, quella sacrosanta revisione fra pari che, in ambito accademico permette, attraverso attente analisi di metodo e di merito, di pubblicare uno studio sulle riviste scientifiche più prestigiose.

I manoscritti non ancora pubblicati su riviste di settore si chiamano preprint, e hanno una tradizione scientifica tutta particolare, fondata sulla condivisione dei risultati di uno studio tra ricercatori, prima della sottomissione del documento a una rivista: una sorta di richiesta di opinioni, di volontà di tastare il terreno e prendere le misure prima del grande passo, vale a dire la richiesta di revisione ufficiale per essere pubblicati su una rivista prestigiosa.

In questi tre mesi in cui un coronavirus sconosciuto ha cambiato la storia dell’umanità e in cui la comunità scientifica sta lavorando probabilmente come mai prima d’ora, sono apparsi studi e pubblicazioni scientifiche praticamente ogni giorno. Pubblicati o in versione preprint, senza che il pubblico avesse ben chiara la differenza, perché la differenza molte volte non era spiegata. E il pubblico, avido di notizie, non aspetta altro che leggere nuovi dati, analisi, nuovi scenari che spieghino in via definitiva contro cosa stiamo lottando.

Noi giornalisti abbiamo un compito supremo e indispensabile: saper selezionare le fonti per comunicare le informazioni essenziali ai cittadini

Allo stesso tempo, dobbiamo essere in grado di arginare quella “infodemia” di cui ha parlato l‘Organizzazione Mondiale della Sanità fin dal principio di questa pandemia, ma che sta ancora dilagando e gli argini non sembrano sufficientemente forti.

Come si possono quindi costruire argini forti? Selezionando le fonti e le notizie da pubblicare, perché tutto può essere interessante, è vero, ma in un momento in cui l’utente medio riceve più informazioni di quelle che riesce a processare, come in questo periodo, è meglio selezionare le notizie che siano davvero utili e che possono portare un valore aggiunto a quanto si sa fino a questo momento.

Il successo dei preprint

Fino a circa 10-15 anni fa, le università e gli enti di ricerca sottoscrivevano abbonamenti cartacei per le riviste scientifiche, successivamente sostituiti da pacchetti online only. Il concetto di preprint, ovvero di manoscritto non sottoposto a revisione e condiviso a titolo gratuito su un archivio online, risale al 1991 con l’introduzione del repository di manoscritti per la fisica arXiv. Il preprint si riferiva quindi a un documento che non era stato ancora sottoposto a peer review e non era stato quindi pubblicato su riviste scientifiche cartacee.  I manoscritti erano appunto condivisi con la comunità scientifica prima della stampa che – con qualche rara eccezione – oramai non avviene più. All’epoca questo tipo di servizio era confinato a comunità scientifiche di nicchia, con una diffusione dell’informazione molto limitata.

Molto spesso, questi studi sono pubblicati su siti dedicati in cui altri ricercatori possono lasciare commenti in una sorta di revisione tra pari della comunità. Le due principali piattaforme di preprint ad oggi sono MedRxiv, lanciato nel 2019 e BioRxiv lanciato nel 2013. Esistono anche archivi simili per altre aree disciplinari (ad esempio ChemRxiv, Psyarxiv, etc.)

Se i preprint non sono nuovi per la comunità scientifica, la loro popolarità è cresciuta ultimamente tra i giornalisti soprattutto in questa pandemia di COVID-19. Ma prima di pubblicarne il contenuto occorre prestare attenzione a diversi aspetti, prima fra tutti l’impatto che certi studi possono avere sull’opinione pubblica.

I preprint infatti nascono con l’intento di rendere visibili i lavori scientifici alla comunità scientifica, per avere feedback, commenti e anche critiche costruttive da altri scienziati e addetti ai lavori: questo è un lavoro prezioso tramite il quale l’autore o gli autori dello studio posso valutare la portata della loro ricerca, fare eventuali modifiche prima di sottoporla a peer review o, addirittura, in alcuni casi, decidere di non sottoporre il manoscritto a revisione scientifica. È una sorta di potente anticamera alla pubblicazione definitiva basata su un confronto tra scienziati. È nata per questo scopo e va intesa per questo scopo.

Se il documento è un preprint, questa informazione deve essere riportata bene in evidenza nella parte superiore del documento, accanto al titolo e agli autori. Come in questo esempio:

Questi documenti sono utili per la ricerca, ma prima di darli in pasto ai lettori che mediamente non conoscono (a meno che lo si spieghi correttamente) la differenza tra un manoscritto e un vero e proprio articolo scientifico, bisogna pensarci bene.

Soprattutto su temi come il COVID-19. Perché di questo virus ad oggi si sa poco, ogni giorno alcune certezze acquisite possono trasformarsi in dubbi e un preprint su questi temi, proprio per l’insicurezza dell’argomento,  potrebbe essere interessante, ma non ottenere mai una pubblicazione, oppure potrebbe essere pubblicato con modifiche, o essere rigettato.

Bisogna saper leggere i dati e saper comprendere i risultati di uno studio di ricerca. Purtroppo, se non si ha un’adeguata preparazione, non è facile individuare difetti metodologici e affermazioni fuorvianti, elementi che potrebbero emergere dopo un’attenta revisione da altri ricercatori, passaggio chiave per poter vedere il lavoro pubblicato. In questo articolo del New York Times si spiega ancora meglio cosa stia accadendo.

Non solo preprint: fate attenzione a qualsiasi studio mai pubblicato

Ma oltre ai preprint occorre fare attenzione anche all’annuncio di studi realizzati da università o enti di ricerca, ma mai pubblicati su riviste scientifiche.

Poche settimane fa molti giornali hanno ripreso la notizia di uno studio secondo cui il virus in un ristorante con aria condizionata potrebbe circolare molto più facilmente. Lo studio era preliminare,  e sarà pubblicato a luglio, eppure molti giornali ne hanno parlato come se fosse uno studio già pubblicato. Scrivere che sarà pubblicato a luglio come giustificazione per parlarne ha poco senso se chi legge (il lettore medio) non ha ben chiara la differenza tra un preprint e uno studio pubblicato. Perché da qui a luglio le informazioni potrebbero cambiare e lo studio potrebbe essere modificato, aggiornato oppure ritirato.

Serve davvero pubblicare tutte queste informazioni che gettano solo dubbi, ipotesi e chiaroscuri su un tema, la pandemia, di cui si hanno poche certezze? È utile pubblicare qualsiasi notizia in merito, anche se preliminare, abbozzata, ipotetica e non supportata da forti evidenze scientifiche?


Alessandro Gallo

Ho provato a chiedere qualche consiglio a chi conosce questo settore, come Alessandro Gallo, direttore della casa editrice Springer Healthcare Italia, Alessandro Gallo:

I manoscritti pubblicati su MedRxiv (o BioRxiv) sono dei validi riferimenti bibliografici?

Un autore può inviare un manoscritto (preprint) a questi archivi prima di decidere di sottoporlo alla peer review di una rivista internazionale. Al preprint è assegnato d’ufficio un DOI (Digital Object Identifier), entro qualche giorno dalla sottomissione. Successivamente, il manoscritto può (o meno) essere inviato a una rivista ufficiale. All’autore possono essere richieste revisioni minime o sostanziali, per cui il testo ufficialmente approvato e pubblicato, successivamente, su una rivista internazionale potrebbe differire notevolmente. Il manoscritto originario resterà su MedRxiv. A questo proposito, consiglio la lettura approfondita delle FAQ pubblicate su MedRxiv https://www.medrxiv.org/about/FAQ  

Quali sono le principali criticità nel leggere un preprint?

In epoca COVID-19 c’è stata una vera e propria esplosione di contenuti caricati su questi repository (si parla di oltre 3000 contributi in pochi mesi, in particolare su MedRxiv). Nonostante un accesso immediato alla ricerca sia stato garantito anche da parte dei grandi editori per contenuti ufficialmente revisionati e pubblicati, il rischio di poter aver accesso a contenuti non validati è aumentato notevolmente, con diffusione quotidiana di bozze di manoscritti con diverse versioni che circolano in maniera incontrollata e che talvolta vengono utilizzati dalla stampa, anche specializzata, per campagne di comunicazione non sempre basate su evidenze fondate. A questo proposito è doveroso un approfondimento sui vantaggi e i limiti dei repository di preprint e suggeriamo un articolo pubblicato su Nature Preprints are good for science and good for the public https://www.nature.com/articles/d41586-018-06054-4

I contenuti caricati sui repository di preprint sono davvero senza filtri?

Recentemente MedRxiv ha cominciato ad applicare dei filtri nel caricamento dei manoscritti, per limitare la proliferazione di contenuti non reviewed dalla comunità scientifica. A questo proposito invitiamo a leggere un altro articolo recentemente pubblicato su Nature in riferimento a questi servizi Preprints: How swamped preprint servers are blocking bad coronavirus research https://www.nature.com/articles/d41586-020-01394-6

Anche a causa della notevole eco mediatica, i repository di preprint sono corsi ai ripari, implementando dei meccanismi di filtro (ad esempio non è più consentito caricare manoscritti relativi al COVID-19 basati unicamente su modelli computazionali). Sono inoltre stati messi a punto dei protocolli di verifica dei contenuti (controlli anti-plagio e dell’accuratezza dei contenuti realizzati dal personale interno). Successivamente, i manoscritti sono esaminati su base volontaria da accademici specializzati nel campo. Le verifiche sono più rapide su BioRxiv (2 giorni) rispetto a medRxiv (4-5 giorni), poiché i contenuti pubblicati su quest’ultimo repository possono avere un impatto più diretto sulla salute umana.

Inoltre, ci sono specifici controlli per evitare la diffusione incontrollata di informazioni non verificate (ad esempio: i vaccini causano l’autismo). Il rischio è, in ogni caso, che si prendano per buoni dei dati che non sono ancora stati sottoposti a revisione e che in futuro potrebbero essere messi in discussione.

Un articolo pubblicato su una rivista scientifica, sottoposto a peer review, è quindi una fonte ufficiale più affidabile?

Non necessariamente. Nonostante le numerose revisioni a cura di diversi esperti, interni o esterni, i board editoriali delle più importanti riviste scientifiche non sono esenti da errori, anche se non sono sempre direttamente responsabili di errate valutazioni. La responsabilità dei risultati pubblicati è, in ultima istanza, sempre in carico agli autori. Non sono rare le “retractions”, vale a dire i casi in cui gli studi sono ritirati dalle riviste scientifiche,  come il caso dell’articolo pubblicato su Nature qualche anno fa in cui si sosteneva che la tecnica di editing genetico CRISPR-Cas9 avrebbe potuto creare significativi danni collaterali al genoma (https://www.nature.com/articles/nmeth.4293#correction3). Su questo articolo specifico, sul portale “Retraction Watch” c’è un’analisi molto dettagliata della corrispondenza tra gli autori e la rivista, nonché sulle motivazioni che hanno portato al ritiro del manoscritto: https://retractionwatch.com/2018/03/30/nature-journal-retracts-controversial-crispr-paper-after-authors-admit-results-may-be-wrong/


Che tu sia un giornalista, un blogger, un divulgatore scientifico o un semplice appassionato di scienza e medicina che voglia condividere informazioni con il grande pubblico, prima di pubblicare i contenuti di un preprint, prendi in considerazione questi aspetti:

  • Non è stato sottoposto a una revisione approfondita a cura di esperti del settore prima della pubblicazione. Quindi non si sa se le metodologie usate e le analisi statistiche effettuate siano adeguate.

  • Anche nel caso in cui il manoscritto fosse successivamente pubblicato su una rivista scientifica e diventasse un articolo “accademico” a tutti gli effetti, è sempre opportuno effettuare una ricerca bibliografica approfondita, a margine, per verificare l’attendibilità della fonte, il numero di pubblicazioni a cura di quel gruppo di ricercatori sull’argomento affrontato, il numero e la qualità dei riferimenti bibliografici presenti sull’argomento in letteratura.

  • Se sei un giornalista o scrittore con una preparazione medica probabilmente sai cosa andare a cercare e sei in grado di capire se i metodi e le analisi effettuate sono forti e consistenti. Se non disponi di queste competenze, lascia stare il preprint o affidati a un esperto. E se ti sei affidato a un esperto, segnalalo nel pezzo: è corretto nei confronti dei lettori, nei confronti di chi ti ha aiutato e dà autorevolezza al tuo lavoro.

  • Anche se hai un background scientifico, potresti non avere le competenze necessarie per la lettura di dati statistici che sono quasi sempre al centro degli assunti pubblicati. Ci sono spesso errori grossolani nell’interpretazione di dati statistici anche elementari. Presta attenzione!

  • Consulta ricercatori del settore della pubblicazione che non sono stati coinvolti nella ricerca: questo vale per qualsiasi studio, ma vale ancora di più per i preprint perché non sono stati revisionati dalla comunità scientifica.

  • Monitora i progressi del preprint, perché potrebbe essere ritirato dagli stessi autori prima di essere sottoposto a revisione. Se questo succede e tu hai parlato del preprint, sarebbe corretto aggiornare il tuo articolo o segnalare comunque che lo studio è stato ritirato.

  • Il preprint, inoltre, non sarà mai cancellato dai repository: resterà sempre online con un DOI, anche nel caso in cui non fosse mai pubblicato su una rivista scientifica (vedi FAQ MedRxiv).

  • La versione finale pubblicata sulla rivista scientifica potrebbe differire anche in maniera sostanziale da quella iniziale. Controlla sempre quale versione stai utilizzando e se ci sono diverse “copie” in circolazione.

Fonti:

https://healthjournalism.org/blog/2020/04/beware-the-preprint-in-covering-coronavirus-research/

https://journalistsresource.org/tip-sheets/research/medical-research-preprints-coronavirus/

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Coronavirus e gravidanza: come si sta intervenendo per le madri che contraggono il virus?

Coronavirus e gravidanza: nella spasmodica corsa per curare i pazienti affetti da COVID-19, c’è una categoria di persone, le donne in gravidanza, e il personale che le assiste, che sta passando in secondo piano nella comunicazione generale.
Ma il virus non risparmia nessuno e attacca anche chi aspetta un bambino. La ricerca sta andando avanti interrottamente per aggiornare le poche informazioni finora disponibili e dare risposte alle numerose domande: il virus passa al feto? Madre positiva e bimbo devono essere separati? E  le/gli ostetriche/i  come possono proteggersi durante il parto? Abbiamo provato a dare una riposta a questi quesiti con  l’aiuto del dottor Enrico Finale, ostetrico, professore a contratto di Scienze infermieristiche ostetrico-ginecologiche presso l’Università del Piemonte Orientale

Le informazioni raccolte si basano sui dati disponibili e aggiornati al 20 marzo 2020

Sulla base delle informazioni disponibili, cosa sappiamo sulle donne che contraggono il coronavirus in gravidanza?

La ricerca in questo momento è in continua evoluzione e le ipotesi che si formulano possono cambiare velocemente.

Ad oggi non vi sono evidenze a supporto di una trasmissione verticale (cioè dalla madre al fe

Il dottor Enrico Finale

to) del virus SARS-CoV-2, il patogeno che causa la malattia COVID-19. Alcuni autori hanno analizzato il liquido amniotico e il sangue neonatale prelevato dal cordone al momento della nascita in donne che avevano sviluppato la sintomatologia clinica da COVID-19 in gravidanza, senza rilevarne la presenza. Anche l’analisi istopatologica della placenta di donne con infezione da nuovo coronavirus non ha evidenziato la presenza del virus nei tessuti placentari e nei neonati. Molte informazioni in nostro possesso si basano anche sui dati emersi da altre infezioni legate al coronavirus (SARS-CoV e MERS-CoV). In questo contesto sono stati riportati casi di aborto spontaneo, di parto prematuro o di basso peso alla nascita, che al momento sono in esame per le infezioni da SARS-CoV-2.

All’inizio di questa epidemia si diceva che le donne in gravidanza erano poco colpite e chi lo era aveva sintomi blandi, è ancora così?

Sulla base di dati su casi di coronavirus precedenti (SARS-CoV e MERS-CoV) e un piccolo numero di casi COVID-19, ma anche per l’influenza stagionale, si ritiene che le donne in gravidanza possano essere a maggior rischio rispetto alla popolazione generale per le infezioni respiratorie a causa dei cambiamenti che occorrono al loro corpo e al loro sistema immunitario, specialmente nel terzo trimestre di gravidanza.
Le donne in gravidanza non sembrano però avere maggiori probabilità di contrarre l’infezione rispetto alla popolazione generale. I dati raccolti sinora hanno evidenziato che le donne in gravidanza con infezione sospetta o confermata presentano gli stessi sintomi della popolazione generale. Non è possibile al momento collegare gli esiti avversi della gravidanza, ad esempio aborto, parto prematuro o basso peso neonatale direttamente alla COVID-19.

Coronavirus in gravidanza: una madre cosa deve fare?

Partirei da quello che una donna in gravidanza deve fare per evitare il contagio. Non avendo allo stato attuale strumenti come un vaccino per contrastare SARS-CoV-2, per le donne in gravidanza e le persone che le circondano è necessario far riferimento alle comuni norme igieniche di prevenzione primaria: lavarsi spesso e accuratamente le mani con acqua e sapone o con un gel a base alcolica, evitare contatti con persone malate o che presentino sintomi riconducibili ad affezioni respiratorie, mantenere la distanza di almeno un metro durante le inevitabili ed improcrastinabili interazioni sociali (visite specialistiche o di routine), praticare una scrupolosa igiene respiratoria (tossire e starnutire nella piega del gomito oppure in fazzoletto da smaltire subito dopo) e delle superfici.
Per le donne in gravidanza lavoratrici è bene richiamare le leggi che tutelano la maternità, valutando il caso di una astensione precauzionale dal lavoro o di un cambio di mansione con il proprio datore di lavoro. Le donne che hanno un sospetto o una diagnosi certa di infezione devono seguire scrupolosamente le indicazioni dello staff medico ed ostetrico che le prende in cura. Le indicazioni cliniche ed assistenziali, che dipendono esclusivamente dal quadro sintomatologico, possono andare dall’isolamento domiciliare al ricovero in ospedale.

Il mese di gravidanza in cui si contrae il virus può fare la differenza nella sintomatologia?

Sono attualmente in corso ricerche per meglio comprendere l’impatto dell’infezione COVID-19 su donne in gravidanza e nello specifico nei vari trimestri. L’Organizzazione Mondiale della Sanità monitora da vicino la produzione scientifica e aggiorna costantemente le informazioni. Ad oggi però, con le informazioni in nostro possesso, non è possibile rispondere dettagliatamente a questa domanda.

Quanti neonati sono nati positivi da madre positiva?

I dati relativi ai contagi sono in continua evoluzione. In letteratura sono stati riportati casi di neonati affetti da COVID-19, ma al momento non vi è evidenza di una trasmissione verticale o di una infezione intrapartum (durante il parto). Secondo la Società Italiana di Neonatologia (SIN) allo stato attuale un’eventuale infezione neonatale da SARS-CoV-2 potrebbe essere il risultato di una trasmissione acquisita per via respiratoria dalla madre nel post partum piuttosto che per via transplacentare.

Come viene gestita una donna in gravidanza positiva al COID-19 in ospedale?

 I reparti di ostetricia italiani stanno affrontando una riorganizzazione per garantire percorsi dedicati alle donne gravide o puerpere affette da COVID-19. Le attuali indicazioni nazionali e internazionali prevedono l’isolamento in camere singole e percorsi fisici e logistici dedicati per il travaglio e il parto. La programmazione assistenziale dipenderà molto da come evolveranno i sintomi nel caso specifico.

Durante il parto, quali precauzioni sono prese dal personale sanitario?

Il rispetto della fisiologia della nascita e la protezione individuale dei singoli operatori presenti al parto sono elementi entrambi importanti e che vanno tutelati. A questo scopo il personale dedicato all’assistenza di una gravida ricoverata per travaglio e parto con sospetto o conferma di COVID-19 applica le indicazioni nazionali ed internazionali mediante l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuali idonei e specifici.

Come è trattato il bambino nato da madre con coronavirus?

Secondo la Società Italiana di Neonatologia, sulla base dei pochi dati disponibili in letteratura, l’infezione postnatale da SARS-CoV-2 sembrerebbe non essere grave o risultare addirittura asintomatica rispetto a quanto avviene nelle età successive. Il tema non trova comunque univoco consenso internazionale e non è stata dimostra la presenza del virus nel latte materno anche a due, cinque e sette dalla nascita. Secondo la Società di Pediatria cinese, per precauzione i bambini andrebbero separati dalla madre sospetta o positiva per COVID-19 e nutriti con latte in formula.
Le indicazioni non prendono in considerazione i rischi e i benefici di questa separazione. Per il Centers for Disease Control and prevention (CDC) nei casi di infezione sospetta o confermata per SARS-CoV-2 si dovrebbe prendere in considerazione come prima scelta l’opzione di una gestione del bambino separata da quella della madre. Le implicazioni sul non avvio, la prosecuzione o l’interruzione dell’allattamento al seno andrebbero discussi e condivisi con la famiglia.
Nei casi in cui non ci fosse la separazione dei bambini dalle madri, occorre garantire tutte le procedure atte ad evitare la trasmissione aerea dell’infezione come l’uso della mascherina durante le poppate e l’igiene delle mani. Qualora il bambino resti in ospedale insieme alla madre in regime di rooming-in, si provvederà a farlo dormire nella propria culletta, a distanza di almeno 2 metri dalla mamma.
L’UNICEF e l’OMS, invece, non prendono in considerazione la separazione di mamma e bambini/e e consigliano di applicare le indicazioni di igiene delle mani e respiratoria.
In Italia, secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), se le condizioni cliniche lo consentono madre e bambino non andrebbero separati e l’avvio e la prosecuzione dell’allattamento dovrebbe essere garantita direttamente al seno, utilizzando le precauzioni contestuali di igiene delle mani e respiratoria. Invece, nei casi in cui madre e bambini/e debbano essere temporaneamente separati, bisognerebbe aiutare le madri a mantenere la produzione di latte attraverso la spremitura manuale o meccanica del seno, da effettuare utilizzando le stesse precauzioni igieniche. La compatibilità dell’allattamento al seno con farmaci eventualmente somministrati alla donna con COVID-19 deve essere valutata caso per caso.

Che consigli si sente di dare ai suoi colleghi?

Tutte le comunità scientifiche e professionali nazionali e internazionali stanno producendo uno sforzo straordinario, sia per l’assistenza diretta sia per la ricerca scientifica, ma il momento storico che stiamo vivendo è complesso e in continua evoluzione e quindi i consigli dati oggi potrebbero non valere domani. Quest’anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità celebra il ruolo sanitario e sociale delle Ostetriche/ci e degli Infermieri, mi sento quindi di rivolgere un plauso e un grazie sincero a tutte le colleghe/i e agli infermieri che ogni giorno portano avanti con professionalità,  dedizione e sacrificio il loro lavoro, soprattutto in un momento di estrema emergenza sanitaria come questo.

Questa intervista è stata pubblicata anche sul magazine online Medici Oggi, rivista fondata da Springer  con cui collaboro.

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