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Artrosi e artrite: l’attività fisica può fare la differenza?

Artrosi e artrite sono due patologie distinte che riguardano le nostre articolazioni e che possono portare dolore e difficoltà nei movimenti. l’attività fisica può aiutare a potenziare le articolazioni, a diminuire la perdita di osso e può essere utile nel controllare il dolore. Non si può però improvvisare, ma occorre effettuare esercizi mirati di “ginnastica adattata”. Ne abbiamo parlato con Carmelo Giuffrida, Dottore in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate.

Il Dottor Carmelo Giuffrida

Artrosi e artrite, quali sono le differenze?

Artrosi e artrite  sono malattie reumatiche  molto comuni  comportano limitazioni dei movimenti e dolore, a volte in via temporanea, altre volte in modo permanente. Interessano uomini e donne di tutte le età, anche se sono più frequenti nelle persone anziane.

La forma più frequente è l’osteoartrosi, una patologia infiammatoria cronica e progressiva che interessa tipicamente le articolazioni come ginocchio, anca, caviglia, rachide, spalla e le piccole articolazioni delle mani. E’ caratterizzata da degenerazione della cartilagine, dolore articolare, e può peggiorare la qualità della vita.

L’artrite reumatoide è una malattia cronica a carattere erosivo che genera la distruzione della cartilagine articolare e interessa soprattutto le articolazioni mobili. Colpisce le donne tre volte di più rispetto agli uomini ed esordisce tra i 40 e i 60 anni.

I sintomi principali sono:

  • dolore generale

  • rigidità e dolore articolare

  • debolezza

  • stanchezza

  • rossore della cute

  • tumefazione

  • anemia

A questi segnali si possono associare anche positività del fattore reumatoide ( un indicatore di laboratorio, utile per determinare la presenza di un’ infiammazione  o di un’alterazione nel sistema immunitario) e degli anticorpi anti-citrullina per capire se si ha l’artrite reumatoide o altri tipi di artrite. Ci sono poi diversi esami utili per capire di che tipo di malattia reumatica soffre il soggetto.

Artrosi e artrite si possono prevenire con l’attività fisica?

Negli ultimi 30 anni, sia la ricerche scientifiche sia le conoscenze acquisite sul campo hanno attribuito grande valore  all’esercizio fisico usato come trattamento  di parecchie malattie croniche oltre alle patologie dell’apparato locomotore. L’attività fisica adattata è compresa tra i “farmaci equivalenti”, e ha assunto il ruolo di “farmaco” nei disturbi correlati a parecchie sindromi metaboliche (insulino-resistenza, diabete di tipo 2, diabete di tipo 1, ipertensione, obesità), malattie cardiache e polmonari (asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, cardiopatia ischemica, cronica insufficienza cardiaca, claudicatio intermittente), malattie muscolari, ossee e articolari (artrosi, artrite reumatoide, osteoporosi, fibromialgia, sindrome da stanchezza cronica), cancro, depressione, solo per citarne alcuni.

L’esercizio fisico regolare e appropriatamente somministrato potenzia le capacità articolari, diminuisce la perdita di osso e può essere utile nel controllo del dolore. Nei soggetti che hanno artrosi e sono in sovrappeso, l’attività motoria aiuta a dimagrire e quindi a diminuire il peso sulle articolazioni. Per chi soffre di artrite invece sono importanti anche i momenti di riposo, per cui in questo caso è giusto affidarsi a specialisti dell’attività fisica adattata che sappiano bilanciare movimento e riposo nel modo giusto.

Cosa intende per attività fisica adattata (A.F.A)?

Se sostituiamo la parola “adattata” con “modificata” si intende già subito di cosa stiamo parlando: si tratta di una valida modalità didattica che adatta (cioè, modifica) il programma, i compiti e/o l’ambiente, in modo che TUTTI i soggetti possono partecipare pienamente all’attività motoria.

In pratica, in questo tipo di attività, si dà un’enfasi particolare agli interessi e alle capacità degli individui caratterizzati da condizioni fisiche svantaggiate, quali diversamente abili, malati o anziani. E’ quindi un tipo di attività dedicata a persone affette da malattie, menomazioni, disabilità o deficit tali da limitare le capacità di tali individui di praticare le attività fisiche loro congeniali.

E’ importante però ribadire che l‘attività fisica ha come obbiettivo mantenere in salute il paziente, non curare la malattia. 

 L’Attività Fisica Adattata (A.F.A.)  è stata introdotta per la prima volta nel 1973 dall’IFAPA – Federazione Internazionale Attività Fisica Adattata  ed è strettamente legata alla figura professionale del Laureato in Scienze Motorie Specializzato in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate. 

L’A.F.A. quanto può aiutare chi soffre di artrite o artrosi?

L’esercizio fisico svolto regolarmente appropriatamente mira a evitare i sovraccarichi articolari e l’improprio uso delle strutture articolari. L’obbiettivo principale è potenziare le articolazioni: il movimento diminuisce la perdita di sostanza ossea e può essere utile nel controllo del dolore. 

Nei pazienti con artrosi in sovrappeso, l’attività fisica può aiutare a perdere peso  e quindi a fare diminuire progressivamente il sovraccarico e l’usura delle articolazioni.

Nei pazienti con artrite l’attività motoria riveste un ruolo di primaria importanza durante gli attacchi acuti (ma, in questo caso, la competenza operativa è del Dottore in Fisioterapia!).

La totale assenza di esercizio fisico può far aumentare la debolezza muscolare e il dolore articolare. occorre quindi bilanciare le attività di movimento a quelle di riposo. Gli effetti dell’attività fisica sull’organismo umano condizionano la’adattamento fisico del corpo nel corso del tempo. più ci si allena, ,più ci si adatta allo sforzo. Questo, a lungo termine, porta a un importante aumento del massimo consumo di ossigeno. Ciò avviene a qualsiasi età pur variando quantitativamente in funzione delle caratteristiche genetiche soggettive, della situazione di sedentarietà iniziale e del tipo di allenamento programmato.

Uno degli effetti principali dell’allenamento aerobico è la capillarizzazione muscolare. Con l’attività motoria si può incrementare il flusso sanguigno muscolare da 50 a 100 volte i valori riscontrabili a riposo e, in ultima analisi, si possono migliorare i movimenti ed aumentare la forza dei soggetti che vi si sottopongono. Nello specifico l’attività fisica regolare:

  • Riduce o normalizza la disfunzione endoteliale (l’endotelio è il rivestimento cellulare interno dei vasi sanguigni), responsabile dei fenomeni di aterosclerosi.

  • Migliora il movimento delle articolazioni

  • Migliora la coordinazione neuro-muscolare. Ciò va a maggior vantaggio dell’anziano in presenza di patologie disabilitanti.

Per chi volesse intraprendere questo percorso di Attività Fisica Adattata, quali sono i passi da compiere?

Le persone con artrosi o artrite che desiderano intensificare l’attività fisica devono prima di tutto parlare con il proprio medico e con lo specialista, in questo caso i dottore in scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate. Bisogna quindi tenere conto di una valutazione della gravità della patologia articolare e dell’eventuale presenza di malattie concomitanti.

Gli aspetti che devono essere chiariti con chi vuole fare esercizio fisico sono essenzialmente questi:

  • Il ruolo che riveste l’attività fisica all’interno del percorso speciale redatto per il soggetto;

  • La sicurezza nella pratica dell’esercizio fisico: il soggetto deve essere in grado di riconoscere i possibili segni che gli indicano quando è necessario interrompere l’allenamento;

  • La gestione delle aspettative derivanti dall’attività fisica adattata: benefici possibili e limiti;

  • L’importanza di scegliere l’esercizio sulla base delle proprie preferenze e dello stile di vita;

  • la consapevolezza che “attività fisica” non è necessariamente sinonimo di “esercizio ad alto livello o vigoroso”. L’attività motoria è cosa ben diversa dallo “sport” ma include un ampio raggio di occupazioni come il giardinaggio, una lunga passeggiata, salire le scale, ….

Quello che mi sento di dire è che il rapporto con l’attività fisica deve essere incoraggiato. Fare attività fisica fa bene anche per chi soffre di artrosi o di artrite. Ovviamente l’attività andrà svolta sotto stretta osservazione, con controlli mirati su intensità e frequenza e si dovrà modulare secondo le eventuali manifestazioni di dolore dei soggetti. Ci vogliono quindi informazioni corrette, perché svolgere un’attività fisica adattata non può che far bene a chi soffre di artrosi o artrite.

Giornalismo ai tempi del Covid19

Coronavirus: la disinformazione può peggiorare l’epidemia?

Da quando è iniziata l’emergenza per l’epidemia da coronavirus in Italia, la cosiddetta infodemia descritta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, da noi ha preso il sopravvento. Fa quasi ridere parlare di infodemia nel caso italiano.

Per chi è attento alla comunicazione dei nostri media, avrà notato quanto siano cambiati i toni da quando è iniziata l’emergenza a oggi.

Prendo spunto da un dato di fatto, che oggi (oggi) possiamo dare per certo: la maggior parte delle persone che finiscono in terapia intensiva è anziana ma…..ci finiscono anche persone giovani. Questa informazione sta cominciando a circolare, blandamente, sommessamente, in questi ultimi giorni.

Nei primi giorni di follia pura, serpeggiavano ovunque (media, dichiarazione di medici, politici, esperti…) affermazioni da brividi: “E’ morto ma era anziano, è morto ma era un malato oncologico”….tanti ma, inutili “ma”.

Eravamo tutti epidemiologi, anche se gli unici intitolati al ruolo, i professionisti dell’ Istituto Superiore Superiore di Sanità, sono stati convocati dopo. O meglio, si sono espressi “dopo” aver fatto i dovuti controlli, autopsie e analisi. Come è giusto che sia.

Quella che in apparenza sembrava un’epidemia che colpiva in modo grave anziani e soggetti con malattie croniche, si è rivelata capace di colpire chiunque.

Questa disinformazione di massa ha generato, inevitabilmente, un senso di sicurezza nei giovani italiani che si sono sentiti quasi intoccabili dalla malattia e si sono comportati di conseguenza. Non tutti naturalmente, ma una buona parte ha sottovalutato e sta ancora sottovalutando il problema. Io stessa per un certo periodo ho creduto di essere praticamente immune. In questi giorni, ma per trovare queste notizie bisogna davvero impegnarsi, scopro che anche io corro dei rischi. Forse non come mio padre che ha 70 anni e fuma, ma li corro comunque.

Gli adolescenti si considerano immortali – ha commentato Massimo Galli, infettivologo e direttore del Reparto Malattie Infettive del l’Ospedale Luigi Sacco di Milano – Ma ci sono anche giovani in rianimazione con problemi decisamente seri. Trentenni e anche più giovani. Pochi casi, ma ci sono“. All’ospedale San Raffaele di Milano c’è addirittura un ragazzo di 18 anni. D’altronde il paziente uno di Codogno ha 38 anni e sono servite più di due settimane perché tornasse a respirare in autonomia, senza l’utilizzo della ventilazione automatica.

Anche un’analisi dell’Istituto superiore di sanità conferma questo scenario. “In questi giorni le cronache riportano molti esempi di violazioni delle raccomandazioni, soprattutto da parte dei giovani – sottolinea Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss -. Questi dati confermano come tutte le fasce di età contribuiscono alla propagazione dell’infezione, e purtroppo gli effetti peggiori colpiscono gli anziani fragili. Rinunciare a una festa o a un aperitivo con gli amici, non allontanarsi dall’area dove si vive e rinunciare a rientrare a casa è un dovere per tutelare la propria salute e quella degli altri, soprattutto i più fragili”. Dall’analisi, su 8342 casi positivi al 9 marzo alle ore 10, emerge che l’1,4% ha meno di 19 anni, il 22,0% è nella fascia 19-50, il 37,4% tra 51 e 70 e il 39,2% ha più di 70 anni, per un’età mediana di 65 anni. Il 62,1% è rappresentato da uomini. Sono 583 gli operatori sanitari positivi. il 22% di chi è risultato positivo al tampone ha tra i 19 e i 50 anni. Non solo, ma il 56% delle persone decedute fino ad ora aveva più di 80 anni e due terzi soffrivano già di altre patologie croniche. Se si leggono con attenzione, questi dati significano che muore anche chi non è poi così vecchio (il 44% delle persone decedute) e non aveva nessuna malattia pregressa (l’ultimo terzo).

Se invece che rincorrere la notizia o fare a gara a chi faceva uscire per primo il numero di morti aggiornato, ci fossimo soffermati di più sul motivo delle morti e avessimo sospeso il giudizio in attesa di capire il profilo reale delle persone colpite dall’epidemia, forse avremmo svolto un servizio di informazione più chiaro. Pochi numeri all’inizio, informazioni minime ma chiare e certe, avrebbero forse smorzato certi allarmismi e responsabilizzato tutti, senza far credere ai giovani di essere immuni. E senza far credere agli anziani e ai malati di essere dei morti viventi.

L’informazione, credo, non ha il compito di tranquillizzare, addolcire la pillola o, al contrario, terrorizzare. L’informazione, soprattutto quella in ambito medico e scientifico, ha il compito di informare sulla base di numeri certi e certificati, sulla base di evidenze scientifiche e affidandosi a fonti riconosciute e utili per l’informazione che si vuole approfondire. Chiedere a un pediatra quando terminerà l’epidemia o domandare a un oncologo, seppur di fama mondiale, come agisce il virus, ha poco senso. Sventolare il microfono a chiunque abbia una laurea in medicina non serve. I medici non sono tuttologi, passano anni a specializzarsi in una determinata branca della medicina perché vogliono diventare esperti in quel settore e non in un altro. Utilizziamo questa logica quando vogliamo intervistare qualcuno in ambito medico.

Spero che dopo questa emergenza l’informazione in ambito medico cambi radicalmente, adottando toni appropriati, fermandosi a controllare dieci volte le fonti, accertandosi dei dati e selezionando gli esperti da intervistare in modo congruo. Sospendendo il giudizio, le frasi causa effetto e eliminando qualsiasi tentazioni di ergersi ad epidemiologi. E, da ultimo, scegliendo di NON scrivere in caso di dubbio.

Oggi più che mai la Società ha bisogno di un’informazione corretta, trasparente, che non cerca il sensazionalismo o il click, ma che ha come unico obbiettivo quello di informare.

Oggi, in questa marea di informazioni, il ruolo del giornalista è prezioso come non lo è mai stato. Possiamo fare la differenza ed essere noi i primi ad arginare le “Infodemie”.

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