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Coronavirus e gravidanza: come si sta intervenendo per le madri che contraggono il virus?

Coronavirus e gravidanza: nella spasmodica corsa per curare i pazienti affetti da COVID-19, c’è una categoria di persone, le donne in gravidanza, e il personale che le assiste, che sta passando in secondo piano nella comunicazione generale.
Ma il virus non risparmia nessuno e attacca anche chi aspetta un bambino. La ricerca sta andando avanti interrottamente per aggiornare le poche informazioni finora disponibili e dare risposte alle numerose domande: il virus passa al feto? Madre positiva e bimbo devono essere separati? E  le/gli ostetriche/i  come possono proteggersi durante il parto? Abbiamo provato a dare una riposta a questi quesiti con  l’aiuto del dottor Enrico Finale, ostetrico, professore a contratto di Scienze infermieristiche ostetrico-ginecologiche presso l’Università del Piemonte Orientale

Le informazioni raccolte si basano sui dati disponibili e aggiornati al 20 marzo 2020

Sulla base delle informazioni disponibili, cosa sappiamo sulle donne che contraggono il coronavirus in gravidanza?

La ricerca in questo momento è in continua evoluzione e le ipotesi che si formulano possono cambiare velocemente.

Ad oggi non vi sono evidenze a supporto di una trasmissione verticale (cioè dalla madre al fe

Il dottor Enrico Finale

to) del virus SARS-CoV-2, il patogeno che causa la malattia COVID-19. Alcuni autori hanno analizzato il liquido amniotico e il sangue neonatale prelevato dal cordone al momento della nascita in donne che avevano sviluppato la sintomatologia clinica da COVID-19 in gravidanza, senza rilevarne la presenza. Anche l’analisi istopatologica della placenta di donne con infezione da nuovo coronavirus non ha evidenziato la presenza del virus nei tessuti placentari e nei neonati. Molte informazioni in nostro possesso si basano anche sui dati emersi da altre infezioni legate al coronavirus (SARS-CoV e MERS-CoV). In questo contesto sono stati riportati casi di aborto spontaneo, di parto prematuro o di basso peso alla nascita, che al momento sono in esame per le infezioni da SARS-CoV-2.

All’inizio di questa epidemia si diceva che le donne in gravidanza erano poco colpite e chi lo era aveva sintomi blandi, è ancora così?

Sulla base di dati su casi di coronavirus precedenti (SARS-CoV e MERS-CoV) e un piccolo numero di casi COVID-19, ma anche per l’influenza stagionale, si ritiene che le donne in gravidanza possano essere a maggior rischio rispetto alla popolazione generale per le infezioni respiratorie a causa dei cambiamenti che occorrono al loro corpo e al loro sistema immunitario, specialmente nel terzo trimestre di gravidanza.
Le donne in gravidanza non sembrano però avere maggiori probabilità di contrarre l’infezione rispetto alla popolazione generale. I dati raccolti sinora hanno evidenziato che le donne in gravidanza con infezione sospetta o confermata presentano gli stessi sintomi della popolazione generale. Non è possibile al momento collegare gli esiti avversi della gravidanza, ad esempio aborto, parto prematuro o basso peso neonatale direttamente alla COVID-19.

Coronavirus in gravidanza: una madre cosa deve fare?

Partirei da quello che una donna in gravidanza deve fare per evitare il contagio. Non avendo allo stato attuale strumenti come un vaccino per contrastare SARS-CoV-2, per le donne in gravidanza e le persone che le circondano è necessario far riferimento alle comuni norme igieniche di prevenzione primaria: lavarsi spesso e accuratamente le mani con acqua e sapone o con un gel a base alcolica, evitare contatti con persone malate o che presentino sintomi riconducibili ad affezioni respiratorie, mantenere la distanza di almeno un metro durante le inevitabili ed improcrastinabili interazioni sociali (visite specialistiche o di routine), praticare una scrupolosa igiene respiratoria (tossire e starnutire nella piega del gomito oppure in fazzoletto da smaltire subito dopo) e delle superfici.
Per le donne in gravidanza lavoratrici è bene richiamare le leggi che tutelano la maternità, valutando il caso di una astensione precauzionale dal lavoro o di un cambio di mansione con il proprio datore di lavoro. Le donne che hanno un sospetto o una diagnosi certa di infezione devono seguire scrupolosamente le indicazioni dello staff medico ed ostetrico che le prende in cura. Le indicazioni cliniche ed assistenziali, che dipendono esclusivamente dal quadro sintomatologico, possono andare dall’isolamento domiciliare al ricovero in ospedale.

Il mese di gravidanza in cui si contrae il virus può fare la differenza nella sintomatologia?

Sono attualmente in corso ricerche per meglio comprendere l’impatto dell’infezione COVID-19 su donne in gravidanza e nello specifico nei vari trimestri. L’Organizzazione Mondiale della Sanità monitora da vicino la produzione scientifica e aggiorna costantemente le informazioni. Ad oggi però, con le informazioni in nostro possesso, non è possibile rispondere dettagliatamente a questa domanda.

Quanti neonati sono nati positivi da madre positiva?

I dati relativi ai contagi sono in continua evoluzione. In letteratura sono stati riportati casi di neonati affetti da COVID-19, ma al momento non vi è evidenza di una trasmissione verticale o di una infezione intrapartum (durante il parto). Secondo la Società Italiana di Neonatologia (SIN) allo stato attuale un’eventuale infezione neonatale da SARS-CoV-2 potrebbe essere il risultato di una trasmissione acquisita per via respiratoria dalla madre nel post partum piuttosto che per via transplacentare.

Come viene gestita una donna in gravidanza positiva al COID-19 in ospedale?

 I reparti di ostetricia italiani stanno affrontando una riorganizzazione per garantire percorsi dedicati alle donne gravide o puerpere affette da COVID-19. Le attuali indicazioni nazionali e internazionali prevedono l’isolamento in camere singole e percorsi fisici e logistici dedicati per il travaglio e il parto. La programmazione assistenziale dipenderà molto da come evolveranno i sintomi nel caso specifico.

Durante il parto, quali precauzioni sono prese dal personale sanitario?

Il rispetto della fisiologia della nascita e la protezione individuale dei singoli operatori presenti al parto sono elementi entrambi importanti e che vanno tutelati. A questo scopo il personale dedicato all’assistenza di una gravida ricoverata per travaglio e parto con sospetto o conferma di COVID-19 applica le indicazioni nazionali ed internazionali mediante l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuali idonei e specifici.

Come è trattato il bambino nato da madre con coronavirus?

Secondo la Società Italiana di Neonatologia, sulla base dei pochi dati disponibili in letteratura, l’infezione postnatale da SARS-CoV-2 sembrerebbe non essere grave o risultare addirittura asintomatica rispetto a quanto avviene nelle età successive. Il tema non trova comunque univoco consenso internazionale e non è stata dimostra la presenza del virus nel latte materno anche a due, cinque e sette dalla nascita. Secondo la Società di Pediatria cinese, per precauzione i bambini andrebbero separati dalla madre sospetta o positiva per COVID-19 e nutriti con latte in formula.
Le indicazioni non prendono in considerazione i rischi e i benefici di questa separazione. Per il Centers for Disease Control and prevention (CDC) nei casi di infezione sospetta o confermata per SARS-CoV-2 si dovrebbe prendere in considerazione come prima scelta l’opzione di una gestione del bambino separata da quella della madre. Le implicazioni sul non avvio, la prosecuzione o l’interruzione dell’allattamento al seno andrebbero discussi e condivisi con la famiglia.
Nei casi in cui non ci fosse la separazione dei bambini dalle madri, occorre garantire tutte le procedure atte ad evitare la trasmissione aerea dell’infezione come l’uso della mascherina durante le poppate e l’igiene delle mani. Qualora il bambino resti in ospedale insieme alla madre in regime di rooming-in, si provvederà a farlo dormire nella propria culletta, a distanza di almeno 2 metri dalla mamma.
L’UNICEF e l’OMS, invece, non prendono in considerazione la separazione di mamma e bambini/e e consigliano di applicare le indicazioni di igiene delle mani e respiratoria.
In Italia, secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), se le condizioni cliniche lo consentono madre e bambino non andrebbero separati e l’avvio e la prosecuzione dell’allattamento dovrebbe essere garantita direttamente al seno, utilizzando le precauzioni contestuali di igiene delle mani e respiratoria. Invece, nei casi in cui madre e bambini/e debbano essere temporaneamente separati, bisognerebbe aiutare le madri a mantenere la produzione di latte attraverso la spremitura manuale o meccanica del seno, da effettuare utilizzando le stesse precauzioni igieniche. La compatibilità dell’allattamento al seno con farmaci eventualmente somministrati alla donna con COVID-19 deve essere valutata caso per caso.

Che consigli si sente di dare ai suoi colleghi?

Tutte le comunità scientifiche e professionali nazionali e internazionali stanno producendo uno sforzo straordinario, sia per l’assistenza diretta sia per la ricerca scientifica, ma il momento storico che stiamo vivendo è complesso e in continua evoluzione e quindi i consigli dati oggi potrebbero non valere domani. Quest’anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità celebra il ruolo sanitario e sociale delle Ostetriche/ci e degli Infermieri, mi sento quindi di rivolgere un plauso e un grazie sincero a tutte le colleghe/i e agli infermieri che ogni giorno portano avanti con professionalità,  dedizione e sacrificio il loro lavoro, soprattutto in un momento di estrema emergenza sanitaria come questo.

Questa intervista è stata pubblicata anche sul magazine online Medici Oggi, rivista fondata da Springer  con cui collaboro.

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Il mondo dopo l’epidemia

Oggi mi sono svegliata di corsa. Alle 7:30 ero giù dal letto solo grazie alle urla strazianti di Alessandro dettate dalla fame. “Attone!!! Attone!!!” Lattone, come lo chiamiamo noi affettuosamente. E lui ripete.

Lo prendo in braccio e vado giù in cucina a preparargli il “lattone”. Un biberon colmo di latte fresco, scaldato al microonde, che Ale si beve come se non avesse mai bevuto in vita sua. In estasi.

Guardo l’orologio. Mancano venti minuti alle otto. Devo prepararmi velocemente. Oggi mi tocca uscire, ho un appuntamento di lavoro a cui non posso proprio mancare.

Andrea nel frattempo si alza, sveglia Leonardo, il mio figlio maggiore di 6 anni, e si prende cura di lui, mentre io faccio le corse per prepararmi.

Vesto Ale, io mi preparo in 20 secondi. Giacca di jeans per me, giacchino per Ale. Siamo a giugno, inizia a fare caldo. Prima di uscire controllo il telefonino e mi assicuro che la app “MiMuovo” sia accesa. Da quando sono calate le restrizioni a stare in casa, nessuno può uscire senza aver attivato la app. La mia vicina Giada una volta se l’è dimenticata, l’hanno fermata e le hanno fatto 1000€ di multa.

Mi sincero quindi due volte di averla attivata. Il tampone l’ho fatto ieri, in un’ora è arrivato il riscontro: negativo. Per cui non sono un pericolo per nessuno. Ma là fuori qualcuno potrebbe essere pericoloso per me. Guardo fuori dalla finestra che dà su un canale, colmo di alberi rigogliosamente verdi, nonostante tutto. Nonostante il virus la primavera non si è fermata e beffarda, ha continuato a far sbocciare la vita sotto i nostri occhi che invece vedevano morte ovunque. Il melo bonsai sul nostro terrazzo sta cominciando a dare i suoi primi frutti. Piccole mele, lucide e orgogliose di avercela fatta, anche quest’anno. La Natura è andata avanti, nonostante noi. E continuerebbe ad andare avanti, se dovessimo sparire.

“Uccio, uccio!!”. Ale mi ridesta dai pensieri mentre mi tira per i pantaloni: vuole il ciuccio.

Glielo prendo, insieme alla mascherina per me e per lui.

Ne ho ordinate un pacco da duecento, siamo a metà scatola. Stasera quando torno dovrò ricordarmi di fare un altro ordine. Ci mettono anche un mese ad arrivare. Sono sincera, alle volte uso la stessa per due giorni. So che è inutile a quel punto, ma almeno me le faccio durare un po’ di più.

Sto per uscire di casa. Ma Andrea mi ferma: “Dove stai andando?”. Mi blocco, smarrita. Poi realizzo: devo portare Leonardo all’asilo. Lo posso portare solo io da quando hanno riaperto le scuole.

Le regole sono queste e non ci possiamo fare nulla. Sempre la stessa persona che lo porta e lo riprende. Niente nonni.

Sospiro, pensando che arriverò in ritardo al mio appuntamento in centro a Milano. Ci sarà un traffico pazzesco. Da quando hanno bloccato i mezzi pubblici, a Milano si può andare solo in macchina e per ragioni di lavoro. Se sei un dipendente e non puoi lavorare in smartworking o sei un lavoratore autonomo come me, allora ti lasciano passare. Altrimenti stai a casa. Per fortuna hanno sospeso l’Area C. E i parcheggi sono gratuiti. Per il momento, ma non so fino a quando durerà.

Andrea una volta ci ha provato ad andare a Milano. Doveva incontrare il suo capo. Lo hanno fermato: lavorando come consulente, aveva l’obbligo di stare a casa. Non è che le aziende possono scegliere di farti lavorare in modalità smartworking. Se lo possono fare, lo devono fare. Altrimenti scattano le sanzioni.

Così sia lui, sia la sua azienda, si sono beccati una bella multa da 500€.

Da allora sta a casa piantato. E io giro come una trottola.

Salgo in macchina e sistemo i bambini nei sedili posteriori, sugli appositi seggiolini. Indossano le mascherine, sembrano due piccoli alieni.

Io sembro Alien.

Capelli legati, sguardo stravolto e niente trucco perché tanto la faccia è sempre coperta dalla mascherina e il fondotinta la sporcherebbe. E poi a giugno fa un caldo bestiale, sudo solo a indossarla.

Do un’occhiata nello specchietto retrovisore all’alieno che sono diventata. Quanto durerà? Quanto dureremo? Il virus ha cambiato tutto. Per sempre. Migliaia di morti, migliaia di persone che hanno perso gli affetti da un giorno all’altro. Città intere diventate epicentro di questa catastrofe senza ancora una spiegazione scientifica valida. Ricercatori, medici, scienziati stanno ancora cercando spasmodicamente il vaccino. Ma a maggio, due mesi circa dopo lo scoppio dell’epidemia, ci si è resi conto che i tempi sarebbero stati biblici e che non si poteva chiudere in casa la gente per sempre.

Da qui queste misure draconiane. Mi sembra di vivere in un film di fantascienza, un episodio di Black Mirror ambientato durante un’epidemia. Gli autori di quella serie non avranno difficoltà a sceneggiare nuovi episodi, la realtà intorno a loro è colma di esempi. Purtroppo.

Un “bip” mi segnala che “MiMuovo” si è accorto che mi sto, appunto, muovendo. Questa app segnala tutti i miei spostamenti e rileva le persone con cui sono stata a contatto. Se parlo attivamente con qualcuno (familiare, collega, amico, etc..) entrambi lo dobbiamo segnalare agganciando i nostri dispositivi con il Bluetooth. La tecnologia oggi sarebbe in grado di rintracciare i miei movimenti anche senza queste app, ma così ci responsabilizziamo tutti e diamo comunque informazioni più dettagliate. Questa app può inoltre consentire facilmente di risalire alle persone che sono state in contatto con me, nel caso fossi positiva. E se fossi positiva, le autorità sanitarie lo segnalerebbero subito alla app. Così se me ne vado in giro con il virus, in poco tempo le autorità lo saprebbero. Si rischiano 20 anni di carcere.

La privacy è morta, insieme alle migliaia di morti che si è portato via il virus. Questa è una libertà di cui per un po’ dovremo fare a meno, anche se mi domando se prima del virus ne godessimo davvero.

Metto in moto la macchina, non prima di aver dato un’occhiata ai miei due piccoli alieni: anche se hanno la mascherina, si intuisce che stanno sorridendo. Hanno passato due mesi reclusi in casa, uscire anche solo per andare all’asilo o dalla nonna, per loro è motivo di gioia immensa.

Alessandro e Leonardo sono stati le nostre ancore di salvezza. Per me e Andrea. Nei due mesi di reclusione forzata in casa, tra mille faccende da fare e il lavoro da portare avanti, mi sono spesso chiesta come avrebbero potuto resistere le persone sole a casa.

Giovani e vecchi, non importa: se sei segregato tra quattro mura e puoi parlare con il resto del mondo solo tramite video, come vai avanti? Niente baci, abbracci, niente guerra dei cuscini, niente cucina sporca per sfamare un esercito, niente giochi per terra e acquerelli che ti colorano tutte le pareti di casa. Niente liti con nessuno, niente risate. Solo la tua eco che riecheggia in quelle mura.

E una videochiamata è solo un timido palliativo.

Siamo essere umani fatti per le relazioni, per toccarsi, abbracciarsi, parlarsi da vicino, guardarsi negli occhi. Io sono stata chiusa in casa con Andrea e i miei due figli, un delirio assoluto, ma mi sono sentita viva, sempre. E Alessandro e Leonardo, portatori sani di gioia, capaci di ridere per aver visto una pianta fiorire o aver sentito gli uccellini cantare al mattino, ci hanno aiutato a capire che la vita è più del virus, che la speranza deve per forza vincere, che noi esseri umani siamo altro oltre alla paura. I bimbi ci hanno salvato.

Mentre mi immetto sulla strada principale faccio mente locale: i nonni hanno fatto il tampone lunedì e sono negativi. Devono farlo una volta a settimana se rimangono in casa e ogni volta che escono, se devono recarsi in posti affollati (per motivi eccezionali). Questa regola vale per tutti.  Al momento non si è trovato un altro modo per controllare l’evoluzione del contagio.

Approfitto del semaforo rosso per controllare se in borsa ho il kit per il tampone. È un dispositivo tecnologico che permette di avere il risultato in un’ora: si passa il cotton fioc in bocca e poi si inserisce in questa sorta di scatoletta che, immagino, al suo interno analizzi il campione. Sul piccolo display compare un unico agghiacciante simbolo: più o meno. Stasera a casa lo userò.

Arrivo da mia suocera. È il momento di lasciare il piccolo Ale, che sprizza gioia dai suoi occhioni che spuntano dalla mascherina. Giocare nell’orto della nonna per lui è il paradiso.

Saluto mia suocera con un cenno della mano, ci scambiamo un paio di battute. A distanza.

La distanza di sicurezza è il modo più sicuro per proteggerci. Ce lo hanno ripetuto nei mesi di reclusione, ma il mantra vale anche adesso e varrà ancora per chissà quanto tempo.

Non so più cosa vuol dire abbracciare qualcuno. A parte i miei figli e Andrea, ho messo tra me e il resto dell’umanità un buon metro di distanza.

Mentre salgo in macchina per accompagnare Leo all’asilo, mi cade lo sguardo su un sassolino colorato che giace solo sul sedile del passeggero. E’ rosso scuro, intenso. L’ho raccolto con Leo l’ultima volta che siamo andati a Genova dai nonni, il sabato prima.

Siamo andati al mare. Il mare. C’è qualcosa di più bello da vedere dopo mesi di “Prigionia”? No. Nulla è più liberatorio del mio mar ligure. Nulla. Una distesa blu, con il suono delle onde che riecheggia intermittente, il vento salato che scompiglia i capelli. E le lacrime che scendono copiose dai miei occhi. Perché per molto tempo ho creduto che non lo avrei potuto rivedere mai più.

Il mare, la mia città, la mia famiglia. Mai più.

Prendo in mano quel sassolino, me lo porto al naso. Sento ancora l’odore del mare e del sale.

“Dammelo! Dammelo!”, Leo si agita appena vede quello che ho in mano. Mi tende la mano per prenderlo. Quelle poche volte che andiamo dai nonni, ne prende qualcuno in riva al mare e li mette in un contenitore di vetro che tiene in camera sua. Un ricordo costante dei nonni e del mare, che vede troppo poco.

Ripenso a quando andiamo a trovare i miei in Liguria, facendo sempre attenzione a non abbandonarci a effusioni. Con i nipotini i miei genitori infrangono qualche regola, tenendoli per mano.  E qualche volta scappa un bacio, sulla testa.
Ma io rimango a distanza. Vorrei abbracciarli entrambi, ma non posso. Loro mi guardano sperando di incontrare un moto di cedimento, ma io resisto. Per me e per loro. Il vaccino ci libererà da questo tormento?

Smetto di pensare, sono in ritardo. Rimetto in moto la macchina, saluto con la mano Alessandro e mia suocera e riparto per portare Leonardo all’asilo.

Altro inferno. Fuori dalla scuola c’è il solito cartello:

“Disinfettare le mani del bambino prima di entrare. Fare indossare le ciabattine”.

Le ciabattine. Eh già, visto che non si sa bene se il virus rimanga o meno sotto la suola delle scarpe, per sicurezza i bimbi devono lasciare a chi li porta le loro scarpe e indossare le ciabattine di gomma fornite dall’asilo, sterilizzate ogni giorno. Siamo tornati anche a indossare il grembiule, anche quello lavato e sterilizzato ogni giorno e indossato a scuola. Gesti ripetitivi e stancanti, a cui mio figlio comunque si sottopone ormai con rassegnazione, ridendo e scherzando con gli altri compagni che affrontano la stessa routine, più stoici di noi genitori.

Do un bacio a mio figlio che scappa via verso la sua classe. Per lui è tornata un po’ di normalità. I bimbi a scuola non indossano mascherine. Le maestre e le bidelle sì. Nessuna prende in braccio i bimbi come succedeva prima. Nessuna li prende per mano. E loro, i bimbi, si adeguano. Perché hanno una capacità di adattamento molto superiore a quella di noi adulti.

Vedo Leo che si mette in fila, rigorosamente a “cinque passi” di distanza dai suoi compagni, un modo per provare a segnare un metro di distanza, ma non credo sia davvero un metro. Tra poco, in questa fila indiana distanziata, entreranno in classe. Dove, su banchi anche questi distanziati, faranno le loro attività.

Scappo via e mi rimetto in macchina. Più tardi dovrò venire a prenderlo, devo sbrigarmi. I nonni ovviamente alle scuole non si possono avvicinare. Le persone over 60 devono rimanere in casa e uscire solo ed esclusivamente per ragioni di salute o per emergenze, tutte da certificare. La spesa devono demandarla a figli o parenti o a una rete di volontari gestita dal Comune e che ha come compito quello di assistere gli anziani soli a casa per tutte le faccende.

Non è facile vivere così. Noi “giovani” iperattivi, loro, che vorrebbero essere iperattivi, vivono invece isolati.

Mia suocera mi tiene il bambino, sottoponendosi a un certo rischio. Ha un sistema immunitario che credo potrebbe vaporizzare il virus ancora prima che questo entri nei suoi polmoni, ma in ogni caso mi rendo conto che si sta esponendo. Come lei, altri nonni in Italia si stanno in un certo modo sacrificando. Ma sono monitorati costantemente dai loro medici di famiglia. Quindi siamo sereni. Per il momento. Mio suocero è un po’ più delicato e infatti cerca di non prendere in braccio mio figlio, anche se è dura non toccare un pargoletto di 20 mesi che ti gira intorno e ti tende le braccia continuamente.

È un inferno anche per loro. Ma è meno inferno rispetto a prima, quando eravamo tutti costretti a rimanere in casa senza vedersi per settimane.

Mentre mi immetto nella strada principale verso Milano, penso, come faccio ormai costantemente, a quando tutto questo finirà. Ci sarà un “giorno zero”, da cui potremo ripartire, senza timore della vicinanza?

La radio non la sento più. Fa troppo male. Ho smesso anche di leggere i quotidiani. Leggo solo riviste scientifiche. I contagi stanno calando, ma le morti continuano, seppur in diminuzione. Esperti, virologi e ricercatori fanno a gara a chi azzecca la previsione di quando tutto finirà, e io onestamente non ho più voglia di ascoltarli. Dovrei farlo, perché sono giornalista e scrivo di medicina, ma ultimamente preferisco concentrarmi sui fatti, lasciando fuori elucubrazioni ed esercizi di stile che non servono a nessuno.

Ferma in coda guardo la gente che cammina sul marciapiede. Un nugolo di umanità che prova a riprendere in mano la propria vita. Mascherine a passeggio, fantasmi delle persone che sono state. Chissà se qualcuno sorride o piange dietro quelle mascherine. Tutti a testa bassa, si ha paura persino a incrociare lo sguardo altrui. I negozi finalmente sono aperti, fuori si forma un capannello di tre o quattro persone che devono aspettare per poter entrare.

Soldati dell’esercito vigilano per evitare che si formino assembramenti in qualsiasi luogo.

Domenica scorsa avrei voluto andare al parco, ma ho desistito ancora prima di arrivarci. Un soldato ci è venuto incontro e ci ha fatto segno di no con la testa. Ok, anche per questa domenica ce ne stiamo in terrazza a casa.

L’estate è alle porte e credo che sarà un inferno avvicinarsi a una spiaggia. Ci faremo l’estate a casa e magari ad agosto, quando le città comunque un po’ si svuoteranno, avremo i parchi tutti per noi. Lo spero.

Entro finalmente a Milano, il traffico è pazzesco. Ho appuntamento vicino Cadorna. Trovo facilmente parcheggio grazie a una signora che prontamente mi lascia il posto. Un miracolo.

Mi dirigo verso un bar della zona. Anche quelli hanno riaperto, con le solite restrizioni.

Una guardia all’entrata ( di quelle private però, non un soldato) mi fa cenno di aspettare. Attendo un paio di minuti, escono due persone. Posso entrare.

Il mio appuntamento, un medico che ha voglia di raccontarmi la sua storia nel reparto di terapia intensiva di una grande ospedale milanese, mi sta aspettando seduto ad un tavolino, in fondo al bar.

Di tavolini ce ne sono pochi e sono tutti distanziati di almeno un paio di metri. Al bancone non c’è nessun cliente. Non si può servire al bancone, ma si può prendere il caffè messo sul bancone e berlo ai tavoli “mangia in piedi” o ai tavolini dove ci si può sedere. Massimo due per tavolo. Sempre a distanza.

La matematica della socialità ai tempi del coronavirus è snervante. Sempre a fare i conti con i metri, con i coperti massimi da poter occupare, con il numero delle persone in coda al supermercato.

Prima di sedermi ordino un caffè. La ragazza dietro al bancone, armata di mascherina in tinta blu come il cappellino (ma dove l’ha trovata??) mi sorride e si gira subito verso la macchinetta del caffè. Dieci secondi dopo mi porge la calda tazzina. Direttamente dalle mani. Le faccio cenno di metterla sul bancone.  Mi chiede scusa e mette il caffè sul bancone. Riprende il suo lavoro, girandomi le spalle.

La distanza è snervante. Se poi sei abituato a lavorare con il pubblico, in un locale pubblico, credo che sia inconcepibile. E allora ogni tanto porgi il caffè al cliente facendo finta di dimenticarti che non puoi farlo, sperando che anche il cliente si dimentichi che non deve prenderlo dalle mani, e che in quella confusione ci possa essere un minimo contatto, una scintilla. A confermare che siamo vivi, che non siamo automi.

Perché il contatto è tutto. Ci definisce come animali sociali, ci tempra, ci dà le energie giuste per continuare. Ci fa sentire vivi, in questa epoca di post coronavirus dove siamo tutti un po’ morti.

Porto il mio caffè al tavolino, dove siede il medico che ha già consumato il suo e mi guarda indossando la solita mascherina. Qualche battuta per sciogliere la tensione, poi abbasso il mio bavaglio per bere il caffè, mentre lui intanto mi racconta la sua storia.

Avrei potuto chiamarlo al telefono, ma oggi ho deciso di rischiare. Ho deciso di prendere la macchina e mettere la testa fuori dal triangolo della mia vita che è diventato il tragitto casa-suocera-asilo. Se non troviamo il coraggio di mettere la testa fuori e rimaniamo impauriti davanti allo schermo di un pc, avrà vinto Lui, il virus.
Siamo in guerra contro un nemico potente e invisibile che non aspetta altro che un momento di debolezza per annientarci. L’umanità si risolleverà, i giovani riusciranno a tenerlo a bada mentre gli anziani saranno salvaguardati. Me lo ripeto ogni giorno.

Anche adesso provo a ripetermelo, ma un bip dalla mia borsa mi desta dai miei pensieri: la app “MiMuovo” mi sollecita a mettere in connessione il mio dispositivo con quello del medico che sto intervistando. Mi accingo a farlo, ma il telefono inizia subito a emettere un suono diverso, più forte. E sento anche altri telefoni suonare allo stesso modo. Guardo lo schermo, dove compare  il nome e la foto di una persona che non conosco, con un’indicazione in rosso che mi segnala che si trova a due metri da me.

A due metri da me ci sono altre persone. Rimaniamo tutti immobili, perché sappiamo cosa significa quel messaggio. Alzo lo sguardo dallo schermo e vedo un uomo, vicino al bancone del bar mentre, incurante dei bip che stanno assordando tutta la sala, e molto somigliante al tizio della foto, prende dalle mani della barista un cappuccino fumante. In un attimo arrivano nel locale due poliziotti che circondano l’uomo.

La barista scappa nel retro, l’uomo si abbassa e mette le mani dietro la schiena. I poliziotti lo portano via. Succede tutto in silenzio. Quell’uomo è positivo al coronavirus. Se lo sa la app, lo sa anche lui. E non dovrebbe trovarsi in un bar.

Metto giù la tazzina di caffè che stavo bevendo. Non mi va più.

Mi alzo, saluto il medico e gli dico che lo chiamerò più tardi al telefono. Anche lui si alza per andarsene, così come tutti gli avventori del bar.

Scappo in macchina. Faccio il tragitto inverso per tornare a casa, molto lentamente perché le braccia mi tremano e non riesco né a guidare né a respirare. Mi fermo a metà strada, parcheggio in un’area di sosta.

Mando un messaggio ad Andrea dicendogli che farò tardi. Poi, con le mani che non smettono di tremare, tiro fuori dalla borsa il kit con il tampone.

Lo eseguo. Poi lo rimetto in borsa. Ho un’ora di tempo prima di vedere il risultato.

Prendo il telefono e il pc portatile e chiamo il medico che avevo lasciato poco tempo prima al bar per terminare l’intervista. Cerco di calmarmi, ma anche la voce trema. Il medico mi rassicura.

Ero distante da quell’uomo, non può essere successo nulla.

Vero, ma io continuo a tremare lo stesso. E realizzo che tutti i miei propositi di uscire, andare a Milano e rischiare, sono evaporati. Sono di nuovo davanti lo schermo di un pc. Chiusa in macchina, con le mani tremanti, il terrore di tornare a casa e un tampone in attesa di analisi chiuso nella borsa.

Anche oggi ha vinto Lui.

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Questo è un racconto di fantasia. Ho provato a immaginarmi come potrebbe cambiare la nostra vita nell’epoca post virus. Perché di certo, almeno all’inizio, non potrà essere la normale vita di sempre.

 

 

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Artrosi e artrite: l’attività fisica può fare la differenza?

Artrosi e artrite sono due patologie distinte che riguardano le nostre articolazioni e che possono portare dolore e difficoltà nei movimenti. l’attività fisica può aiutare a potenziare le articolazioni, a diminuire la perdita di osso e può essere utile nel controllare il dolore. Non si può però improvvisare, ma occorre effettuare esercizi mirati di “ginnastica adattata”. Ne abbiamo parlato con Carmelo Giuffrida, Dottore in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate.

Il Dottor Carmelo Giuffrida

Artrosi e artrite, quali sono le differenze?

Artrosi e artrite  sono malattie reumatiche  molto comuni  comportano limitazioni dei movimenti e dolore, a volte in via temporanea, altre volte in modo permanente. Interessano uomini e donne di tutte le età, anche se sono più frequenti nelle persone anziane.

La forma più frequente è l’osteoartrosi, una patologia infiammatoria cronica e progressiva che interessa tipicamente le articolazioni come ginocchio, anca, caviglia, rachide, spalla e le piccole articolazioni delle mani. E’ caratterizzata da degenerazione della cartilagine, dolore articolare, e può peggiorare la qualità della vita.

L’artrite reumatoide è una malattia cronica a carattere erosivo che genera la distruzione della cartilagine articolare e interessa soprattutto le articolazioni mobili. Colpisce le donne tre volte di più rispetto agli uomini ed esordisce tra i 40 e i 60 anni.

I sintomi principali sono:

  • dolore generale

  • rigidità e dolore articolare

  • debolezza

  • stanchezza

  • rossore della cute

  • tumefazione

  • anemia

A questi segnali si possono associare anche positività del fattore reumatoide ( un indicatore di laboratorio, utile per determinare la presenza di un’ infiammazione  o di un’alterazione nel sistema immunitario) e degli anticorpi anti-citrullina per capire se si ha l’artrite reumatoide o altri tipi di artrite. Ci sono poi diversi esami utili per capire di che tipo di malattia reumatica soffre il soggetto.

Artrosi e artrite si possono prevenire con l’attività fisica?

Negli ultimi 30 anni, sia la ricerche scientifiche sia le conoscenze acquisite sul campo hanno attribuito grande valore  all’esercizio fisico usato come trattamento  di parecchie malattie croniche oltre alle patologie dell’apparato locomotore. L’attività fisica adattata è compresa tra i “farmaci equivalenti”, e ha assunto il ruolo di “farmaco” nei disturbi correlati a parecchie sindromi metaboliche (insulino-resistenza, diabete di tipo 2, diabete di tipo 1, ipertensione, obesità), malattie cardiache e polmonari (asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, cardiopatia ischemica, cronica insufficienza cardiaca, claudicatio intermittente), malattie muscolari, ossee e articolari (artrosi, artrite reumatoide, osteoporosi, fibromialgia, sindrome da stanchezza cronica), cancro, depressione, solo per citarne alcuni.

L’esercizio fisico regolare e appropriatamente somministrato potenzia le capacità articolari, diminuisce la perdita di osso e può essere utile nel controllo del dolore. Nei soggetti che hanno artrosi e sono in sovrappeso, l’attività motoria aiuta a dimagrire e quindi a diminuire il peso sulle articolazioni. Per chi soffre di artrite invece sono importanti anche i momenti di riposo, per cui in questo caso è giusto affidarsi a specialisti dell’attività fisica adattata che sappiano bilanciare movimento e riposo nel modo giusto.

Cosa intende per attività fisica adattata (A.F.A)?

Se sostituiamo la parola “adattata” con “modificata” si intende già subito di cosa stiamo parlando: si tratta di una valida modalità didattica che adatta (cioè, modifica) il programma, i compiti e/o l’ambiente, in modo che TUTTI i soggetti possono partecipare pienamente all’attività motoria.

In pratica, in questo tipo di attività, si dà un’enfasi particolare agli interessi e alle capacità degli individui caratterizzati da condizioni fisiche svantaggiate, quali diversamente abili, malati o anziani. E’ quindi un tipo di attività dedicata a persone affette da malattie, menomazioni, disabilità o deficit tali da limitare le capacità di tali individui di praticare le attività fisiche loro congeniali.

E’ importante però ribadire che l‘attività fisica ha come obbiettivo mantenere in salute il paziente, non curare la malattia. 

 L’Attività Fisica Adattata (A.F.A.)  è stata introdotta per la prima volta nel 1973 dall’IFAPA – Federazione Internazionale Attività Fisica Adattata  ed è strettamente legata alla figura professionale del Laureato in Scienze Motorie Specializzato in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate. 

L’A.F.A. quanto può aiutare chi soffre di artrite o artrosi?

L’esercizio fisico svolto regolarmente appropriatamente mira a evitare i sovraccarichi articolari e l’improprio uso delle strutture articolari. L’obbiettivo principale è potenziare le articolazioni: il movimento diminuisce la perdita di sostanza ossea e può essere utile nel controllo del dolore. 

Nei pazienti con artrosi in sovrappeso, l’attività fisica può aiutare a perdere peso  e quindi a fare diminuire progressivamente il sovraccarico e l’usura delle articolazioni.

Nei pazienti con artrite l’attività motoria riveste un ruolo di primaria importanza durante gli attacchi acuti (ma, in questo caso, la competenza operativa è del Dottore in Fisioterapia!).

La totale assenza di esercizio fisico può far aumentare la debolezza muscolare e il dolore articolare. occorre quindi bilanciare le attività di movimento a quelle di riposo. Gli effetti dell’attività fisica sull’organismo umano condizionano la’adattamento fisico del corpo nel corso del tempo. più ci si allena, ,più ci si adatta allo sforzo. Questo, a lungo termine, porta a un importante aumento del massimo consumo di ossigeno. Ciò avviene a qualsiasi età pur variando quantitativamente in funzione delle caratteristiche genetiche soggettive, della situazione di sedentarietà iniziale e del tipo di allenamento programmato.

Uno degli effetti principali dell’allenamento aerobico è la capillarizzazione muscolare. Con l’attività motoria si può incrementare il flusso sanguigno muscolare da 50 a 100 volte i valori riscontrabili a riposo e, in ultima analisi, si possono migliorare i movimenti ed aumentare la forza dei soggetti che vi si sottopongono. Nello specifico l’attività fisica regolare:

  • Riduce o normalizza la disfunzione endoteliale (l’endotelio è il rivestimento cellulare interno dei vasi sanguigni), responsabile dei fenomeni di aterosclerosi.

  • Migliora il movimento delle articolazioni

  • Migliora la coordinazione neuro-muscolare. Ciò va a maggior vantaggio dell’anziano in presenza di patologie disabilitanti.

Per chi volesse intraprendere questo percorso di Attività Fisica Adattata, quali sono i passi da compiere?

Le persone con artrosi o artrite che desiderano intensificare l’attività fisica devono prima di tutto parlare con il proprio medico e con lo specialista, in questo caso i dottore in scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate. Bisogna quindi tenere conto di una valutazione della gravità della patologia articolare e dell’eventuale presenza di malattie concomitanti.

Gli aspetti che devono essere chiariti con chi vuole fare esercizio fisico sono essenzialmente questi:

  • Il ruolo che riveste l’attività fisica all’interno del percorso speciale redatto per il soggetto;

  • La sicurezza nella pratica dell’esercizio fisico: il soggetto deve essere in grado di riconoscere i possibili segni che gli indicano quando è necessario interrompere l’allenamento;

  • La gestione delle aspettative derivanti dall’attività fisica adattata: benefici possibili e limiti;

  • L’importanza di scegliere l’esercizio sulla base delle proprie preferenze e dello stile di vita;

  • la consapevolezza che “attività fisica” non è necessariamente sinonimo di “esercizio ad alto livello o vigoroso”. L’attività motoria è cosa ben diversa dallo “sport” ma include un ampio raggio di occupazioni come il giardinaggio, una lunga passeggiata, salire le scale, ….

Quello che mi sento di dire è che il rapporto con l’attività fisica deve essere incoraggiato. Fare attività fisica fa bene anche per chi soffre di artrosi o di artrite. Ovviamente l’attività andrà svolta sotto stretta osservazione, con controlli mirati su intensità e frequenza e si dovrà modulare secondo le eventuali manifestazioni di dolore dei soggetti. Ci vogliono quindi informazioni corrette, perché svolgere un’attività fisica adattata non può che far bene a chi soffre di artrosi o artrite.

Giornalismo ai tempi del Covid19

Coronavirus: la disinformazione può peggiorare l’epidemia?

Da quando è iniziata l’emergenza per l’epidemia da coronavirus in Italia, la cosiddetta infodemia descritta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, da noi ha preso il sopravvento. Fa quasi ridere parlare di infodemia nel caso italiano.

Per chi è attento alla comunicazione dei nostri media, avrà notato quanto siano cambiati i toni da quando è iniziata l’emergenza a oggi.

Prendo spunto da un dato di fatto, che oggi (oggi) possiamo dare per certo: la maggior parte delle persone che finiscono in terapia intensiva è anziana ma…..ci finiscono anche persone giovani. Questa informazione sta cominciando a circolare, blandamente, sommessamente, in questi ultimi giorni.

Nei primi giorni di follia pura, serpeggiavano ovunque (media, dichiarazione di medici, politici, esperti…) affermazioni da brividi: “E’ morto ma era anziano, è morto ma era un malato oncologico”….tanti ma, inutili “ma”.

Eravamo tutti epidemiologi, anche se gli unici intitolati al ruolo, i professionisti dell’ Istituto Superiore Superiore di Sanità, sono stati convocati dopo. O meglio, si sono espressi “dopo” aver fatto i dovuti controlli, autopsie e analisi. Come è giusto che sia.

Quella che in apparenza sembrava un’epidemia che colpiva in modo grave anziani e soggetti con malattie croniche, si è rivelata capace di colpire chiunque.

Questa disinformazione di massa ha generato, inevitabilmente, un senso di sicurezza nei giovani italiani che si sono sentiti quasi intoccabili dalla malattia e si sono comportati di conseguenza. Non tutti naturalmente, ma una buona parte ha sottovalutato e sta ancora sottovalutando il problema. Io stessa per un certo periodo ho creduto di essere praticamente immune. In questi giorni, ma per trovare queste notizie bisogna davvero impegnarsi, scopro che anche io corro dei rischi. Forse non come mio padre che ha 70 anni e fuma, ma li corro comunque.

Gli adolescenti si considerano immortali – ha commentato Massimo Galli, infettivologo e direttore del Reparto Malattie Infettive del l’Ospedale Luigi Sacco di Milano – Ma ci sono anche giovani in rianimazione con problemi decisamente seri. Trentenni e anche più giovani. Pochi casi, ma ci sono“. All’ospedale San Raffaele di Milano c’è addirittura un ragazzo di 18 anni. D’altronde il paziente uno di Codogno ha 38 anni e sono servite più di due settimane perché tornasse a respirare in autonomia, senza l’utilizzo della ventilazione automatica.

Anche un’analisi dell’Istituto superiore di sanità conferma questo scenario. “In questi giorni le cronache riportano molti esempi di violazioni delle raccomandazioni, soprattutto da parte dei giovani – sottolinea Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss -. Questi dati confermano come tutte le fasce di età contribuiscono alla propagazione dell’infezione, e purtroppo gli effetti peggiori colpiscono gli anziani fragili. Rinunciare a una festa o a un aperitivo con gli amici, non allontanarsi dall’area dove si vive e rinunciare a rientrare a casa è un dovere per tutelare la propria salute e quella degli altri, soprattutto i più fragili”. Dall’analisi, su 8342 casi positivi al 9 marzo alle ore 10, emerge che l’1,4% ha meno di 19 anni, il 22,0% è nella fascia 19-50, il 37,4% tra 51 e 70 e il 39,2% ha più di 70 anni, per un’età mediana di 65 anni. Il 62,1% è rappresentato da uomini. Sono 583 gli operatori sanitari positivi. il 22% di chi è risultato positivo al tampone ha tra i 19 e i 50 anni. Non solo, ma il 56% delle persone decedute fino ad ora aveva più di 80 anni e due terzi soffrivano già di altre patologie croniche. Se si leggono con attenzione, questi dati significano che muore anche chi non è poi così vecchio (il 44% delle persone decedute) e non aveva nessuna malattia pregressa (l’ultimo terzo).

Se invece che rincorrere la notizia o fare a gara a chi faceva uscire per primo il numero di morti aggiornato, ci fossimo soffermati di più sul motivo delle morti e avessimo sospeso il giudizio in attesa di capire il profilo reale delle persone colpite dall’epidemia, forse avremmo svolto un servizio di informazione più chiaro. Pochi numeri all’inizio, informazioni minime ma chiare e certe, avrebbero forse smorzato certi allarmismi e responsabilizzato tutti, senza far credere ai giovani di essere immuni. E senza far credere agli anziani e ai malati di essere dei morti viventi.

L’informazione, credo, non ha il compito di tranquillizzare, addolcire la pillola o, al contrario, terrorizzare. L’informazione, soprattutto quella in ambito medico e scientifico, ha il compito di informare sulla base di numeri certi e certificati, sulla base di evidenze scientifiche e affidandosi a fonti riconosciute e utili per l’informazione che si vuole approfondire. Chiedere a un pediatra quando terminerà l’epidemia o domandare a un oncologo, seppur di fama mondiale, come agisce il virus, ha poco senso. Sventolare il microfono a chiunque abbia una laurea in medicina non serve. I medici non sono tuttologi, passano anni a specializzarsi in una determinata branca della medicina perché vogliono diventare esperti in quel settore e non in un altro. Utilizziamo questa logica quando vogliamo intervistare qualcuno in ambito medico.

Spero che dopo questa emergenza l’informazione in ambito medico cambi radicalmente, adottando toni appropriati, fermandosi a controllare dieci volte le fonti, accertandosi dei dati e selezionando gli esperti da intervistare in modo congruo. Sospendendo il giudizio, le frasi causa effetto e eliminando qualsiasi tentazioni di ergersi ad epidemiologi. E, da ultimo, scegliendo di NON scrivere in caso di dubbio.

Oggi più che mai la Società ha bisogno di un’informazione corretta, trasparente, che non cerca il sensazionalismo o il click, ma che ha come unico obbiettivo quello di informare.

Oggi, in questa marea di informazioni, il ruolo del giornalista è prezioso come non lo è mai stato. Possiamo fare la differenza ed essere noi i primi ad arginare le “Infodemie”.

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Disfunzione erettile: un disturbo dalla causa ancora incerta

La disfunzione erettile colpisce il 13% degli uomini italiani, insorge dopo i 45 anni, ma la causa scatenante ad oggi non è nota. Esistono fattori di rischio, come stili di vista scorretti o patologie croniche, che possono facilitarne l’insorgenza. Ma in Italia la Disfunzione Erettile rimane ancora un tabù, qualcosa di cui gli uomini continuano a vergognarsi. I farmaci possono aiutare e si sta studiando un gel speciale dagli esiti promettenti. Ne parliamo con il dottor Andrea Boni, Urologo e Andrologo presso la S.C. Inter-aziendale di Clinica Urologica (Perugia-Terni).

La disfunzione da cosa dipende e chi colpisce?

La definizione di disfunzione erettile (DE) è basata sull’ autopercezione del paziente, più che su dati numerici standardizzabili. Potremmo identificarla come una persistente o ricorrente incapacità di raggiungere o mantenere un’erezione sufficiente ad ottenere una prestazione sessuale soddisfacente.

Nel linguaggio comune, la DE spesso è definita come impotenza, ma credo sia un termine usato impropriamente e che può generare frustrazione. È una disfunzione che ha luogo nelle varie fasi della risposta sessuale: desiderio, eccitamento, orgasmo e risoluzione. In queste fasi entrano in ruolo fattori psicogeni, oppure fattori organici come il sistema endocrino, quello nervoso, la muscolatura dei corpi cavernosi e del pavimento pelvico. Per questo la DE può essere di diverso tipo: organica, psicogena e mista.

E questo per rispondere a come si manifesta. Capire le cause, invece, è un po’ più complicato.
Iniziamo col dire che la DE colpisce dopo i 45 anni e che in più dell’80% dei casi è di natura organica ed imputabile a più fattori coesistenti nello stesso soggetto. Alla base della DE vi è sicuramente la disfunzione vascolare endoteliale. Vanno poi analizzati i fattori di rischio che predispongono maggiormente a questa disfunzione e che distinguiamo in:

  • Modificabili: fumo, obesità, sedentarietà, farmaci interferenti con la funzione erettile

  • Non modificabili: età, diabete mellito, ipertensione arteriosa, cardiopatia ischemica, dislipidemia (un livello elevato di lipidi come colesterolo e trigliceridi), patologie neurologiche.

A questi si aggiungono altri fattori di rischio quali ipogonadismo, depressione e LUTS (Lower Urinary Tract Symptoms –un insieme di sintomi del basso tratto urinario).
Il diabete mellito, dopo l’età, è il fattore di rischio più comune per la DE e agisce con un meccanismo multifattoriale; negli ipertesi, la prevalenza di DE raggiunge anche il 68% mentre in chi fuma il rischio di sviluppare DE aumenta da 1,5 a 2 volte. La stretta correlazione tra il deficit erettile e le patologie cardiovascolari, fa considerare questa problematica come una sorta di marker spia per futuri potenziali eventi cardiovascolari.

Gli effetti possono incidere anche sulla sfera psicologica?

La sessualità, come ho spiegato in questo articolo, è alla base del benessere fisico, psicologico e sociale della persona. Quello a cui assistiamo, da una parte, è il rifiuto da parte delle persone di “medicalizzare” le problematiche sessuali e, dall’altra, a una bassa considerazione da parte dell’ambiente scientifico di questa  condizione. Quando gli uomini, a prescindere dall’età, sono colpiti dalla DE o da altri disturbi che pregiudicano l’attività sessuale, tendono a chiudersi in sé stessi e non hanno il coraggio di rivolgere domande e chiedere consigli ad uno specialista.

Se le donne, già dall’adolescenza sono abituate ad avere una figura di riferimento nel proprio ginecologo, gli uomini si rivolgono all’ urologo solo in età adulta quando le disfunzioni risultano stabilizzate, più difficili da trattare, ed impossibili da prevenire. 
Per un uomo, desiderare la propria partner ma non raggiungere una potenza soddisfacente, causa uno stato di ansia, con un’attenzione eccessiva sul proprio organo genitale e, di conseguenza, sulla prestazione in generale. Ciò interferisce con il coinvolgimento sessuale e con la normale risposta fisiologica, divenendo essa stessa da conseguenza a fonte del problema temuto. L’uomo, quindi, non si focalizza sulle proprie sensazioni e sul proprio piacere, ma sulla dinamica dell’atto stesso (movimenti del proprio corpo, turgore del pene) e principalmente sul raggiungimento della gratificazione del partner.

La fase precedente il rapporto sessuale è quindi spesso vissuta con uno stato ansioso di allerta ma una tale focalizzazione instaura il circolo vizioso della cosiddetta ansia da prestazione, che porta a peggiorare la situazione. Per la DE, quindi, occorre un approccio multidisciplinare, che prenda in considerazione anche gli aspetti psicologici della problematica disfunzionale andrologica. Il sistema di ricompensa cerebrale, infatti, è una struttura funzionale complessa dipendente da quei centri cerebrali implicati nel comportamento emozionale.

A volte può essere presente una vera disregolazione di impulsi e comportamenti sessuali che causano marcato stress e disfunzione nelle aree personale, familiare, sociale, lavorativa o in qualsiasi area importante di funzionamento del soggetto. Purtroppo tali alterazioni comportamentali, anche legate all’eccessivo consumo di informazioni in Rete, si osservano come problematica emergente tra i giovani.

 Ad oggi come si può curare la DE?

Per il trattamento della disfunzione erettile si utilizzano terapie farmacologiche. La valutazione urologica di base è indispensabile perché esclude tutte le potenziali problematiche organiche, in seguito l’urologo decide dove indirizzare il paziente come seconda linea, sempre dopo aver tentato una soluzione terapeutica temporanea.

Tra le principali terapie farmacologiche troviamo:

  • Gli inibitori della fosfodiesterasi (PDE5-i), rappresentati da sildenafil, tadalafil, vardenafil e avanafil. Questi farmaci, tramite l’inibizione enzimatica, potenziano notevolmente l’effetto dell’ossido di azoto endogeno, rilasciato in seguito alla stimolazione sessuale. Quando l’ossido di azoto viene liberato, l’inibizione del PDE-5 da parte dei farmaci determina un rilassamento della muscolatura liscia e un afflusso di sangue, con conseguente erezione.

  • I farmaci a base di prostaglandine che si iniettano nel corpo del pene (iniezione intracavernosa) o attraverso l’uretra (iniezione transuretrale): necessitano di addestramento del soggetto e di solito sono di seconda scelta perché il loro utilizzo è spesso interrotto dal paziente a causa di alcuni effetti come erezione innaturale e dolore al pene.

    Entrambe le terapie possono essere efficaci ma, come abbiamo già ribadito, occorre un approccio multidisciplinare per la DE e per questo si consiglia di essere affiancati da un counselling sessuologico, anche nel contesto di coppia. L’OMS definisce il couselling come attività di sostegno che consenta di essere consapevoli delle proprie risorse interiori e trasformarle in stili di vita soddisfacenti e in comportamenti responsabili. Sconsiglio in modo categorico l’acquisto di farmaci online, perché possono essere rischiosi per la salute in quanto possono contenere ingredienti attivi al di sotto degli standard, di scarsa qualità o in quantità non corretta. Possono inoltre essere contaminati da eccipienti non idonei in quanto non sottoposti all’appropriata valutazione di qualità, sicurezza ed efficacia richiesta dalle autorità regolatorie.

 Si stanno tentando nuove terapie?

Fino a che non si individui con certezza una causa scatenante, qualsiasi terapia non può considerarsi totalmente risolutiva. Negli ultimi anni è emerso l’utilizzo delle onde d’urto focalizzate (ESWT) per stimolare la vascolarizzazione del pene, con buoni effetti soprattutto durante il trattamento, che vengono però persi progressivamente con la sua interruzione. Per questo sono necessarie numerose sedute di trattamento.
Recentemente è stato proposto un gel topico glicerilico allo 0,2%, formulato in un sistema di somministrazione topica ad assorbimento potenziato per il trattamento della disfunzione erettile, che sembrerebbe essere stato associato a significativi miglioramenti rispetto al placebo: in circa la metà dei pazienti, l’inizio dell’erezione è stato notato entro 5 e 10 minuti dalla somministrazione. Dobbiamo però aspettare ulteriori sviluppi per dare un giudizio sull’utilità di tale terapia.
In termini di prospettive future, sembrerebbe fondamentale prevenire questi disturbi tramite un’adeguata educazione sessuale e relazionale nei più giovani, lavorando sulla consapevolezza della propria persona e facendo conoscere anatomicamente e fisiologicamente le varie componenti che hanno luogo durante l’atto sessuale. Contestualmente, andrebbero incoraggiati stili di vita adeguati ad evitare disfunzioni organiche e metaboliche che possono sfociare in un futuro disturbo della sfera sessuale.

Questa intervista è stata pubblicata anche sul magazine online Medici Oggi, rivista fondata da Springer  con cui collaboro.

Foto Credits | StockSnap

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Scoliosi e sport: quali sono le attività che si possono praticare?

Scoliosi e sport vanno d’accordo? A questa domanda non è semplice rispondere, perché la prima cosa da considerare è quanto la disciplina sportiva interessa la colonna vertebrale, quali movimenti sono implicati, se c’è una rotazione della colonna o se questa è soggetta a qualsivoglia tipo di pressione.

Oggi approfondisco il tema, provando a illustrarvi quali siano gli sport più indicati per chi soffre di questo disturbo.

La scoliosi deriva dal termine greco skolíosis ‘incurvamento’, che a sua volta deriva da skolíos ‘curvo’. Indica per l’appunto una curvatura laterale della colonna vertebrale associata alla rotazione delle vertebre (corpi vertebrali). Colpisce il 3% della popolazione generale e interessa soprattutto la fascia d’età tra i 10 e i 20 anni, in particolar modo le femmine.

Se soffri di scoliosi e ami fare sport è meglio non praticare attività a livello agonistico, soprattutto se si tratta di discipline che sollecitano particolarmente la colonna vertebrale o una sua rotazione, come nuoto e danza classicaE se puoi, indossa il corsetto quando fai sport.

Vediamo quali attività sportive si possono fare e quali invece è bene evitare o limitare.

Lo sport serve?

Lo sport serve sempre, ma partendo dal presupposto che non può essere visto come terapia a sé stante, è utile per mantenersi in forma. Ci sono però dei fattori da prendere in considerazione se si soffre di scoliosi e si vuole praticare sport: se l’attività prevede rotazione della colonna vertebrale, asimmetria costale e dorso piatto, è meglio evitarli.

Se invece sono presenti solo due di questi fattori, con un buon riscaldamento e una corretta preparazione (e continuando a portare il corsetto) puoi fare nuoto anche se hai la scoliosi. si può proseguire l’attività sportiva. tieni presente però che oltre al riscaldamento e alla preparazione muscolare, devi fare attenzione anche all’alimentazione: la corretta idratazione (almeno due litri di acqua al giorno) associata all’assunzione di alimenti a base di proteine animali, legumi e frutta, è importante.

Sport e scoliosi

Se soffri di scoliosi sarebbe meglio evitare di praticare sport a livello agonisticosoprattutto quelle discipline che implicano un’ alta mobilizzazione del rachide, vale a dire torsioni, flessioni o estensioni della colonna vertebrale, perché rendono la colonna più flessibile e quindi più facilmente deformabile. Come danza e nuoto.

Negli altri casi, che sono per fortuna molto più numerosi e frequenti (casi, cioè, nei quali la scoliosi non ha raggiunto una riconosciuta gravità e l’attività sportiva è praticata solo a livello amatoriale), si può fare sport, senza però trascurare gli esercizi di cinesiterapia.

Nuoto e scoliosi

In passato, ma accade ancora oggi, a un ragazzo scoliotico veniva prescritto il nuoto come terapia per la scoliosi. A livello però di ricerche scientifiche, non esistono evidenze certe che questo sport possa aiutare chi soffre di scoliosi. Anzi, come ho avuto modo già di ribadirlo in questo articolo, potrebbe addirittura peggiorarla. Alcuni studi già negli anni 80’, come quello pubblicato su Spine nel 1982, hanno infatti dimostrato l’infondatezza di tale convinzione. Più recentemente, l’ISICO – Istituto Scientifico Italiano della Colonna Vertebrale ha ribadito il concetto nello studio pubblicato nel 2013, che sottolinea  come il nuoto non deve essere consigliato come terapia per la scoliosi e che, se praticato in eccesso, può causare mal di schiena.

Il nuoto, infatti, esclude qualsiasi ricostruzione posturale perché in acqua non si può fare leva su punti fissi come accadrebbe all’asciutto. Questo limita anche il controllo delle torsioni della colonna vertebrale, le inevitabili anti versioni del bacino e le forze vettoriali  dei muscoli del dorso. Inoltre, le bracciate simultanee e bilaterali tipiche del “nuoto a farfalla o delfino” potrebbero incidere negativamente, in ragione di un eccessivo sviluppo dei muscoli pettorali, su una preesistente accentuata curvatura dorsale. Lo stesso vale per lo stile “a rana” che potrebbe avere un effetto cifotizzante (vale a dire che accentua la curvatura della colonna vertebrale a livello toracico) e provocare dolore. Questo perché il movimento di estensione del capo per inspirare accentua la lordosi cervicale e, di conseguenza, anche la lordosi lombare.

Sollevamento pesi e scoliosi

Il tradizionale sollevamento pesi mette sotto sforzo la schiena, per cui non te lo consigliamo. Il rachide di una persona scoliotica è già fragile, e il sollevamento pesi può determinare un carico sulle vertebre molto elevato.  Così come dovresti evitare esercizi come squat e affondi che agiscono sulla parte inferiore del corpo mettendo sotto sforzo la schiena, già compromessa per la scoliosi. È importante, in generale, evitare gli esercizi asimmetrici, da eseguire, eventualmente, solo su indicazioni dell’ortopedico. Durante l’esecuzione degli esercizi consigliati, inoltre, devi fare attenzione a non andare in iperlordosi lombare.

Equitazione e scoliosi

L’equitazione, se da una parte può essere utile perché aiuta a migliorare il controllo posturale, a stimolare l’equilibrio e a sviluppare una muscolatura più specifica della colonna vertebrale, dall’altra però può essere deleteria per chi soffre di una scoliosi di media o grave entità: il cavaliere è sottoposto a continui sbalzi dalla sella determinando in questo modo un notevole trauma a livello della colonna.

Arti marziali e scoliosi

Arti marziali e scoliosi non vanno troppo d’accordo. Non tanto per i movimenti tipici di queste discipline, ma per il rischio di ricevere colpi alla schiena che possono determinare delle lesioni a livello della colonna vertebrale. Inoltre, in alcune arti marziali, l’atleta può cadere, accidentalmente o a causa di un colpo: questo trauma può essere comunque deleterio per un soggetto scoliotico.

Tennis e scoliosi

Il tennis agonistico, che oggi si inizia già da ragazzini, negli anni della crescita viene praticato anche per due-tre ore al giorno. In un bambino scoliotico, questo eccessivo allenamento negli anni della crescita può comportare un  potenziamento asimmetrico dei gruppi muscolari del cingolo scapolare (la parte anatomica che comprende scapola, omero e clavicola). Le frequenti torsioni tipiche di questo sport (si pensi al “rovescio”) potrebbero aggravare una scoliosi nella sua fase iniziale.

 

Scherma e scoliosi

Quello che si può notare in chi pratica scherma è l’abbassamento della spalla dal lato del braccio dominante, ma questo è dovuto a un movimento di rotazione della scapola e non è assolutamente da ricondurre alla presenza di una scoliosi.
La scherma, tuttavia, può comportare uno sviluppo maggiore dei muscoli più sollecitati in questa pratica sportiva, come la  muscolatura del tronco superiore. In questi casi può insorgere l’ipertrofia muscolare. Ma indossando il corsetto, la scherma si può comunque praticare.

Golf e scoliosi

Gli effetti benefici del golf, anche in virtù dell’ambiente nel quale si gioca, lo rendono consigliabile a qualunque età. E anche a chi è affetto da scoliosi.
Se usi il corsetto puoi praticare questo sport anche in presenza di una curva scoliotica importante. In questa disciplina l’elemento di rotazione della colonna vertebrale è presente soprattutto nel back-swing, termine con cui si identificano i   movimenti che consentono di portare il bastone ad un punto dal quale è possibile farne iniziare la discesa per colpire la palla nel modo corretto. Durante questi movimenti, se fatti in assenza di corsetto ed esercizi correttivi, il soggetto scoliotico potrebbe aggravare la propria scoliosi.
Per cui, il golf va bene, ma se soffri di scoliosi non dimenticare di indossare il corsetto.

Danza e scoliosi

Statisticamente, nella danza classica e in attività simili (ginnastica ritmica e artistica) molti ballerini risultano affetti da scoliosi con doppia curva (DMC, Double Major Curve). Si tratta di una scoliosi in cui la colonna vertebrale forma due curve, come una S, il cui angolo è quasi uguale. In generale chi è affetto da DMC pratica più attività sportiva rispetto a chi ha una scoliosi a forma di C, a curva singola (SMC, single major curve). In generale, in caso di scoliosi evolutiva, la danza, soprattutto quella classica, sarebbe da evitare.
Come ha affermato Leon Scott, assistant professor on Scott, assistant professor presso il Clinical Orthopedics & Rehabilitation Vanderbilt University Medical Center, nonché  ex membro del team medico del Boston Ballet: “Nella mia esperienza, il modo in cui a chi studia danza classica viene richiesto di tenere la schiena è il contrario delle curve naturali della colonna vertebrale. Se si comincia a studiare danza classica in età molto giovane, la maggiore frequenza delle sessioni di studio e l’aumentata durata della danza sono associate con un maggiore rischio di sviluppare la curvatura anormale tipica della scoliosi”. Quindi nella danza classica, l’inversione delle curve fisiologiche può peggiorare una scoliosi preesistente o addirittura determinarne l’insorgenza.

Si può fare sport con il corsetto?

Sì, si può fare sport con il corsetto praticamente per tutte le discipline anche se potrebbe far bene dedicare l’ora libera per lo sport senza indossarlo. Questo perché il corsetto, se portato a lungo, tende a irrigidire la colonna vertebrale e a indebolire la muscolatura di sostegno. Fare sport, una o due ore a settimana, senza portarlo potrebbe aiutare a sviluppare le abilità neuromotorie della colonna vertebrale, libera dalla costrizione del bustino. Ma in ogni caso sono molti i giovani che lo indossano senza particolari problemi e in modo del tutto naturale. In caso di nuoto, sarà il medico a indicare se sia il caso di togliere o mantenere il bustino.
Chi indossa per alcuni anni, e per molte ore al giorno, il corsetto, se non pratica sport e non esegue esercizi specifici tende a “irrigidirsi” nella posizione del bustino, mantenendola anche quando non lo indossa. Lo sport ha, tra i tanti, il grande pregio di aiutare a mantenere la scioltezza e la naturalezza nei movimenti del tronco.

Di sport e scoliosi ne ho parlato anche sul magazine online Ohga!

Foto Credits:

Hebi B.Nicola Giordano |Daniel Tay | skeezePexels | Alexandr Ivanov

Articolo realizzato con il contributo del dottorRodolfo Lisi, docente di Scienze Motorie, Specializzato in Posturologia e in Cultura Sportiva

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La scoliosi: oggi quali trattamenti sono possibili?

Il nome scoliosi deriva dal termine greco skolíosis ‘incurvamento’, che a sua volta deriva da skolíos ‘curvo’. Da un punto di vista anatomico, il rachide (termine tecnico per la colonna vertebrale) di una persona si presenta perfettamente allineato sul piano frontale. Quando soffri di scoliosi, invece, la tua colonna vertebrale, sempre visualizzata  di fronte, presenta delle curvature laterali.

La scoliosi interessa soprattutto i soggetti giovani e tende poi a stabilizzarsi nell’età adulta. Per riconoscerla da altre patologie della colonna vertebrale (polimorfismi, chiamati anche atteggiamenti scoliotici) occorre individuare il “gibbo”, tratta di un’asimmetria toracica che si nota quando il bambino, visto di spalle, si piega in avanti a mani giunte.  E devono essere presenti le rotazioni dei corpi vertebrali. In assenza di questi elementi potremmo trovarci di fronte a polimorfismi, atteggiamenti posturali scorretti che tendono a sparire spontaneamente durante la crescita.

Alcune indicazioni di scoliosi nei bambini possono essere una spalla più alta dell’altra, una spalla sembra sporgente, un fianco più alto dell’altro, la testa del bambino non è centrata

Esistono diversi tipi di scoliosi.

  • Scoliosi idiopatica. Interessa l’80% delle persone con scoliosi e si manifesta tra i 10 e i 18 anni. È più comune nelle femmine. Questo tipo di scoliosi tende a stabilizzarsi con il raggiungimento dell’età matura, ma in casi di curvature del rachide che superano i 50 gradi, la scoliosi potrebbe progredire anche in età adulta. Le cause di questo tipo di scoliosi sono sconosciute.
  • Scoliosi congenita. Si verifica solo in un neonato su diecimila e può associarsi ad altre patologie, come insufficienza renale e problemi alla vescica.
  • Scoliosi neuromuscolare. Causata da disturbi del cervello, del midollo spinale e del sistema muscolare, si manifesta soprattutto nei soggetti affetti da spina bifida, paralisi cerebrale, sindrome di Marfan o paralisi. Questo tipo di scoliosi impedisce a nervi e muscoli di mantenere un corretto equilibrio
  • Scoliosi degenerativa o scoliosi ad insorgenza adulta. Questo tipo di scoliosi si verifica soprattutto dopo i 65 anni, ed è provocata dalla degenerazione delle faccette articolari, che spostano la colonna vertebrale lateralmente. Il rachide in questo caso può essere interessato anche da osteoporosi, fratture da compressione e degenerazione del disco.

I trattamenti 

I trattamenti della scoliosi hanno come  obbiettivo quello di arrestare l’evoluzione della patologia. Si possono adottare approcci ortopedici (il cosiddetto metodo “incruento”) o chirurgici (metodo “cruento”). In generale, per verificare se persiste o evolve la deviazione della colonna vertebrale sono necessari esami e visite mediche.

Il corsetto ortopedico o l’apparecchio gessato

L’utilizzo di questi sistemi di correzione è indicato quando la curva della colonna vertebrale è compresa tra i  20-25° e 30-35°. L’azione fondamentale del corsetto è quella di correggere la deviazione della colonna, consentendo l’accrescimento corretto della stessa. Il tipo di corsetto e il tempo della sua utilizzazione dipenderanno dall’accrescimento vertebrale residuo e dalle condizioni generali del paziente. Per quanto concerne il corsetto ortopedico amovibile, ce ne sono diversi modelli. Alcuni, ultimamente, sono stati sviluppati senza comprendere il rachide cervicale (i cosiddetti corsetti corti) e risultano un po’ più belli da indossare. I corsetti gessati, invece, da un punto di vista correttivo sono sicuramente più efficaci. Pur considerando che, negli ultimi anni, il loro utilizzo è stato in parte ridimensionato, rappresentano ancora un valido strumento di correzione nelle scoliosi gravi e nei periodi più delicati dell’accrescimento.

L’intervento chirurgico

La chirurgia diventa necessaria quando la curva arriva a 40-50° o più e  quando il corsetto (quello ortopedico o quello gessato) non riesce più a impedire la progressione della scoliosi. Nel 1962 Paul R. Harrington eseguì il primo trattamento chirurgico con impiego di una barra di acciaio che permetteva la correzione della scoliosi, in seguito al quale però occorreva comunque indossare il bustino gessato per 10-12 mesi. Nel 1983, i due ortopedici transalpini Yves Cotrel e Jean Dubousset proposero un nuovo sistema  che consentiva di evitare di indossare tutele esterne come i bustini, dopo l’intervento. Il paziente, in tal modo, poteva essere dimesso pochissimi giorni dopo l’operazione. Questo è il tipo di intervento che si esegue ancora oggi.

Altri trattamenti

Al momento, non esistono altri trattamenti efficaci per la scoliosi. Gli esercizi correttivi (cinesiterapia), danno buoni risultati nel trattamento della scoliosi idiopatica dell’adolescente, soprattutto in associazione con il corsetto. Si tratta di esercizi di educazione psicomotoria che migliorano la postura del soggetto. Ovviamente, sarebbe assurdo pretendere di correggere in questo modo una deformità vertebrale come la scoliosi; ma si può ridurre o perlomeno cercare di frenarne l’evoluzione.

Si può fare sport con la scoliosi? Sì, ma è meglio praticarlo indossando il corsetto ed evitare di farlo a livello agonistico. In questo articolo spiego quali sono le attività sportive più indicate per chi soffre di scoliosi.

Foto Credits | Sven Lachmann | Giulia Marotta

Articolo realizzato con il contributo del dottorRodolfo Lisi, docente di Scienze Motorie, Specializzato in Posturologia e in Cultura Sportiva

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