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Incubi: quando i brutti sogno possono diventare un disturbo

Oggi voglio trattare una tematica particolare. Gli incubi.

Li avete mai avuti? Se capitano qualche volta, non devono destare preoccupazione. Quando invece diventano ricorrenti, è bene approfondire quale potrebbe essere la causa.

Perché tutti sogniamo, anche se sempre non ricordiamo di averlo fatto. Quello che invece di sicuro di ricordiamo è un brutto sogno.

Gli incubi possono essere causati da stati emotivi particolari vissuti nell’arco della giornata o possono essere spia di disturbi specifici, originati da traumi, periodi stressanti, privazione del sonno o abuso di alcol o particolari medicinali. Quando gli incubi sono ricorrenti, non correlati a patologie specifiche e inficiano la vita quotidiana, si parla di “disturbo da incubi”.

Vediamo nel dettaglio che cosa sono gli incubi e perché facciamo brutti sogni.

Perché sogniamo?

Sognare è un’azione normale e naturale per gli esseri umani, ma gli scienziati ancora oggi si dividono sull’utilità dei sogni. Per alcuni sono inutili, come sostenne lo psichiatra statunitense John Allan Hobson, che nel 1977 pubblicò lo studio The neurobiological origins of psychoanalytic dream theory, secondo cui le deduzioni di Freud circa i sogni erano sbagliate; per altri sono invece molto utili, come ammise lo stesso Sigmund Freud nel 1895, secondo cui i sogni rappresentano i desideri inconsci e, più recentemente, Ernest Hartmann, direttore dello “Sleep Disorders Center di Boston” la cui Teoria Contemporanea del sogno ci dice che i sogni, nel tempo, aiutano a mitigare le emozioni, soprattutto quelle conseguenti a traumi. Per Hartmann il sogno potrebbe avere quasi un’azione lenitiva delle esperienza traumatiche che viviamo nella realtà. La scienza ancora oggi si divide tra chi crede che sognare non abbia nessun significato e chi invece attribuisce ai sogni funzioni fondamentali per i nostri equilibri emotivi, mentali e fisici.

Il motivo per cui sogniamo è tutt’oggi oggetto di investigazioni.

Secondo le varie ricerche fino a oggi effettuate, i sogni agiscono su diversi livelli:

  • Sono una componente importante dei processi mnemonici, perché aiutano l’attività cerebrale nel consolidamento di quanto si è appreso nel corso della giornata;

  • Sono un’estensione della coscienza “sveglia” e riflettono l’esperienza che viviamo durante il giorno;

  • Aiutano la mente a districarsi tra pensieri difficili, emozioni ed esperienze, e a raggiungere l’equilibrio psichico ed emotivo;

  • Proteggono il cervello e lo preparano ad affrontare minacce, pericoli e sfide: vivendo ( e superando) l’incubo, l’individuo impara ad affrontare problemi e pericoli nella vita reale.

Non esiste quindi una risposta univoca e universale sul perché gli esseri umani (e non solo) sognino. I sogni aiutano a livello biologico, cognitivo e psicologico, ma i meccanismi che ne sono alla base e che li generano sono ancora avvolti, in parte, dal mistero.

Così come il sonno può essere interrotto e disturbato, possono esserlo i sogni. Quando generano ansia, terrore e angoscia, i sogni si trasformano in incubi.

Cosa sono gli incubi?

Gli incubi sono sogni che possono essere così terrificanti da interrompere il sonno. Colpiscono occasionalmente il 47% della popolazione adulta e sono ricorrenti nel 5-8% dei casi.
I bambini ne sono più colpiti, ma il fenomeno tende a decrescere con l’avanzare dell’età. Cadere nel vuoto, essere inseguiti da qualcuno di cui abbiamo paura o trovarsi in altre situazioni che generano emozioni disforiche come rabbia, ansia o disgusto può addirittura farci svegliare. Questo tipo di risveglio non va confuso con il pavor nocturnus, il terrore notturno che colpisce prevalentemente durante l’infanzia interrompendo il sonno dei bambini e causandone il risveglio. In questo risveglio, il bimbo non è pienamente cosciente, non risponde ai richiami degli adulti, ha gli occhi sbarrati, ma riesce a riaddormentarsi e in genere, il mattino dopo, non ha memoria di quanto successo. Il risveglio generato dagli incubi, invece, è diverso: si è pienamente coscienti quando ci si sveglia e si ha difficoltà a riaddormentarsi. Gli incubi, di solito, durano tra i 4 e i 15 minuti, si manifestano a notte inoltrata o prima dell’alba e i soggetti al risveglio si ricordano quanto appena sognato.

I principali segnali che ci permettono di capire se siamo di fronte a un incubo sono:

  • il sogno sembra reale ed è sconvolgente: spesso diventa più inquietante man mano che si sviluppa;

  • la trama dei sogni è generalmente correlata a minacce alla sicurezza o alla sopravvivenza, ma può avere altre tematiche inquietanti;

  • il sogno è talmente terrificante da provocare il risveglio;

  • ci si sente spaventati, ansiosi, arrabbiati

  • si suda e si possono avere le palpitazioni;

  • ci si risveglia coscienti, e si possono ricordare tutti i dettagli di quanto sognato;

  • il sogno/incubo provoca angoscia, fino a rendere difficile il riaddormentamento.

Da cosa sono causati gli incubi?

Gli incubi di solito si verificano durante la fase del sonno più profondo, caratterizzata dal movimento rapido degli occhi (Rapid Eye Movement – REM).

La causa esatta degli incubi non è nota, ma si possono identificare alcuni fattori scatenanti, tra cui:

  • stress o ansia: a volte, lo stress ordinario della vita quotidiana, oppure un grande cambiamento, come un trasloco, o ancora un evento traumatico, come la morte di una persona cara, possono causare incubi. I soggetti ansiosi sono più predisposti, in generale, a fare brutti sogni;

  • trauma: gli incubi sorgono spesso in relazione a un incidente, un infortunio, una violenza fisica o verbale o altri eventi traumatici. I brutti sogni sono comuni anche nelle persone che hanno un disturbo da stress post-traumatico (PTSD);

  • privazione del sonno: periodi di sonno e di veglia irregolari (o di insonnia) riducono la quantità e la qualità del sonno e possono aumentare il rischio di incubi;

  • farmaci: alcuni antidepressivi, o i farmaci per la pressione sanguigna, i beta-bloccanti e i farmaci usati per curare il morbo di Parkinson possono scatenare incubi perché alterano i livelli di neurotrasmettitori del sistema nervoso centrale ;

  • abuso di sostanze: l’assunzione di alcol e droghe ricreative può scatenare incubi;

  • altri disturbi: la depressione, le patologie mentali ma anche malattie come quelle cardiovascolari o il cancro possono indurre gli incubi;

  • libri e film spaventosi: per alcune persone, leggere libri o vedere film spaventosi, specialmente prima di andare a letto, può far insorgere brutti sogni.

  • Cene a base di cibi particolarmente pesanti: un pasto abbondante ricco di grassi e zuccheri, soprattutto se consumato poco prima di andare a dormire, può dare luogo a difficoltà digestive che si riflettono sulla qualità del sonno e dei sogni.

Quando l’incubo diventa un disturbo

Se sono occasionali, gli incubi non devono destare preoccupazione: come abbiamo appena visto, la visione di un film horror, un pasto particolarmente pesante e una giornata stressante possono causare sogni agitati e angoscianti, di tanto in tanto.

Quando, invece, gli incubi si manifestano con frequenza e le emozioni negative vissute durante il brutto sogno persistono anche il giorno seguente, potremmo essere di fronte al citato disturbo da incubi, in inglese nominato “Nightmare Disorder”.

Il disturbo da incubi fa parte delle parasonnie, i problemi del sonno correlati a esperienze indesiderate che si verificano durante le diverse fasi del sonno: mentre ci si addormenta, durante il sonno o al risveglio. Oltre al disturbo da incubi, fanno parte delle parasonnie il sonnambulismo, il pavor nocturnus, i crampi improvvisi alle gambe, la sindrome delle gambe senza riposo e le allucinazioni.

Il disturbo da incubi è diagnosticato in assenza di altre cause che possono generare questi sogni in modo frequente e che abbiamo già visto, tra cui l’assunzione di determinati farmaci, i disturbi da stress post-traumatico e altri disturbi psichiatrici.

Occorre inoltre distinguere gli incubi che possono generare il “Nightmare Disorder” da quelli che seguono eventi particolarmente dolorosi o traumatici: dopo la perdita di una persona cara si possono fare sogni angoscianti, ma in questo caso l’emozione prevalente è la tristezza, non la paura o l’ansia. Anche le persone che soffrono di narcolessia possono avere incubi, ma questi sono conseguenza della sonnolenza diurna.

In sintesi, solo quando le cause patologiche e farmacologiche sono escluse, e abbiamo incubi ricorrenti, possiamo parlare di “Nightmare Disorder”.

Nei casi più gravi, le persone possono addirittura temere di addormentarsi per paura di avere gli incubi, generando così un pericoloso circolo vizioso: si dorme poco per il timore di fare brutti sogni, ma la privazione di sonno è una delle cause degli incubi. Così facendo, quindi, gli incubi si manifestano con maggior frequenza proprio perché si dorme poco.

Quando il sonno è influenzato in questo modo, compaiono altri sintomi che causano una compromissione della vita quotidiana: difficoltà di concentrazione, sonnolenza diurna, umore nero, irritabilità e ansia. Per coloro che ne sono afflitti, il disturbo da incubi può sembrare un infernale giro di giostra che non si riesce a fermare.

Gli incubi sono considerati un disturbo solo se non sono correlati a patologie e se:

  • si verificano con frequenza;

  • fanno insorgere problemi di concentrazione o memoria e non si riesce a smettere di pensare a quanto sognato;

  • comportano sonnolenza diurna, affaticamento o spossatezza;

  • inficiano la produttività sul posto di lavoro e le relazioni sociali;

  • fanno insorgere la paura del buio e di andare a dormire.

Se si verificano le situazioni appena menzionate, è bene parlarne con il proprio medico di fiducia.

Il trattamento

Se siamo di fronte a incubi causati da specifiche patologie mentali (malattie psichiche o disturbi da stress post-traumatico), si può lavorare sul disagio psicologico originale: eliminandolo o attenuandolo, si possono limitare anche gli incubi correlati. In alcuni casi, si impiega una terapia cognitivo-comportamentale che ha successo nel 70% dei pazienti.

Se siamo di fronte a un disturbo da incubi, si può tentare anche l’approccio farmacologico che si rivela efficace in alcuni casi, ma che in altri può rivelarsi controproducente: alcuni farmaci utilizzati, come gli antidepressivi, hanno tra gli effetti collaterali proprio gli incubi.
Un altro approccio utile può essere la psicoterapia: una delle tecniche più efficaci per superare gli incubi si chiama terapia di ripetizione immaginativa, una delle tecniche più studiate e che ha prodotto risultati eccellenti nella gestione e trattamento degli incubi.

La terapia si basa sull’alterazione consapevole di alcuni elementi del brutto sogno: attraverso varie fasi (controllare l’incubo, visualizzare scene piacevoli, riscrivere la storia) il paziente riesce a trasformare il brutto sogno in una storia piacevole. L’idea è che, visualizzando tutti i giorni la storia modificata, questa si trasferirà anche nel sogno, sostituendo l’incubo. L’applicazione costante di questa terapia non solo porta a risolvere gradualmente gli incubi, ma migliora anche la qualità del sonno e riduce la sensazione di disagio che si portano dietro le persone che vivono le esperienze degli incubi, specialmente quelli ricorrenti.

 

Fonti:

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Il nuoto NON fa bene…per chi soffre di scoliosi

Il nuoto non fa bene. O meglio, non fa bene a chi soffre di scoliosi. Lo sport più completo del mondo, suggerito per qualsiasi obbiettivo di benessere, da mantenersi in forma a perdere peso, fino alla riabilitazione, non è sempre un toccasana. In alcuni casi, anzi, può peggiorare la salute dell’individuo.
Parliamo dei soggetti che soffrono di scoliosi, una curvatura anormale (laterale) della colonna vertebrale, che nei casi più lievi non inficia le normali attività quotidiane, ma in quelli più gravi può essere particolarmente limitante. Interessa il 3% della popolazione e colpisce soprattutto i soggetti giovani, in particolare le donne.

Non è facile affrontare un argomento simile. Sfatare il mito del nuoto, lo sport che tutto può, tutto concede ed è concesso a tutti, è impresa ardua. A farlo ci hanno pensato Rodolfo Lisi, docente di Scienze Motorie, Specializzato in Posturologia e in Cultura Sportiva, che su questo ci ha scritto un libro: “Il nuoto non fa bene – l’attività natatoria nella scoliosi: miti e tabù da sfatare” (Ed. Il Trifoglio Bianco) insieme a Carmelo Giuffrida, Dottore in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate.

Rodolfo Lisi

Nome omen, gli autori non ci hanno girato intorno fin dal titolo. Armati di conoscenze di medicina, biomeccanica, fluidodinamica, scienze motorie (soprattutto la connessione tra attività sportiva e deformità vertebrale) gli autori hanno provato a suggerire alla comunità medica di andare oltre il mero beneficio dell’attività natatoria dovuto “all’assenza di gravità” per il soggetto scoliotico, ma invitando i medici ad approfondire meglio che cosa succede in acqua, quali meccanismi, pesi e pressioni lavorano sul soggetto mentre nuota. Solo così si può capire perché per i soggetti scoliotici questa attività sportiva sia assolutamente sconsigliata.
Per capire meglio questo concetto messaggio, abbiamo intervistato uno degli autori, Rodolfo Lisi.

Dottor Lisi, non è azzardato affermare che il nuoto addirittura faccia male?

Voglio essere chiaro: il nuoto fa bene, è uno sport assolutamente completo ed è vero che in alcuni casi può essere indicato anche come terapia: per recuperare lesioni muscolari, fare determinati esercizi di fisioterapia, per soggetti che hanno disturbi cardiovascolari o ancora per partorire. L’attività in acqua è preziosa per l’uomo. Ma in alcuni casi, come per chi soffre di scoliosi, il nuoto non dovrebbe essere praticato, se non in via del tutto amatoriale e massimo, massimo, una volta alla settimana.

È piuttosto tranchant su questo aspetto. Ci può spiegare perché a un soggetto scoliotico non si può prescrivere il nuoto come terapia?

Già gli studi dei ricercatori Geyer e Vercauteren negli anni 80’ sono stati illuminanti in questo senso, ma la comunità medica ha continuato ad ignorarli. Geyer realizzò uno studio sulle forze autodeformanti che agiscono sul torace scoliotico. La scoliosi trasforma il torace in un cilindro deformato che tende ad aumentare spontaneamente la sua deformazione ogni volta che vengono esercitate delle forze sulla sua superficie esterna o interna. Le indagini di Vercauteren hanno dimostrato che oltre i 10 millimetri di gibbo dorsale, le forze applicate al torace agiscono in senso autodeformante, come avviene ad esempio nel nuoto.

Spiegato in parole più semplici, cosa significa?

I medici che suggeriscono questo sport a chi soffre di scoliosi fanno leva sul fatto che in acqua non ci sia gravità e che per questo motivo chi soffre di scoliosi può fare sport senza affaticare la colonna vertebrale. Ma non è così. In acqua c’è la forza di gravità, mica si annulla. Noi galleggiamo nell’acqua per il principio di Archimede (ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso del fluido spostato, ndr). Ma in acqua, a differenza della terraferma, non esistono punti fissi su cui appoggiarsi o fare leva: il soggetto scoliotico è in balia dei flutti, non può aggrapparsi a nulla per fare quegli esercizi così fondamentali che si fanno a secco. E la pressione esercitata dall’acqua sulla zona lombare e toracica può peggiorare la patologia.

Quindi il fatto di fluttuare e non avere punti di sostegno può aggravare la scoliosi?

Esatto. Questo sport non consente di controllare le torsioni del rachide. Nell’acqua le gambe tendono ad affondare e per riportarle vicino alla superficie si tende ad accentuare la curva lombare, che in un soggetto scoliotico è già compromessa. In questo modo si peggiora la rotazione delle vertebre. Ma non è solo questo. Il gibbo, la preminenza a destra o sinistra della colonna vertebrale, che indica la presenza di scoliosi, può peggiorare sotto la pressione esercitata dall’acqua. E infine, la respirazione. In acqua la nostra respirazione è forzata, entriamo e usciamo dall’acqua con la testa per poter prendere aria e in questo modo forziamo la normale respirazione, aprendo ancora di più le costole (le ossa della gabbia toracica). Questa accentuazione della respirazione e dell’apertura delle coste può peggiorare ulteriormente il gibbo ed aggravare la scoliosi.

In genere ai soggetti scoliotici si consiglia lo stile dorso. Cosa ne pensa?

No, non va bene nemmeno il dorso. Tutti gli stili sono da evitare a livello agonistico. Come ho detto, va bene praticare nuoto una volta alla settimana per chi soffre di scoliosi, ma non di più. Il nuoto, per chi soffre di scoliosi, può andar bene come sport amatoriale, è un momento di svago e di attività fisica importante per qualsiasi individuo, ma per il soggetto scoliotico non deve essere consigliato come attività riabilitativa e non deve essere praticato a livello agonistico.

Nel libro lei suggerisce che l’esposizione al cloro possa in qualche modo aumentare il rischio di sviluppare la scoliosi. Davvero il cloro può essere così nocivo?

Gli studi epidemiologici mostrano un’associazione statisticamente significativa di scoliosi idiopatica adolescenziale e asimmetria verticale dei processi spinosi in soggetti che hanno utilizzato piscine riscaldate al coperto nei primi dodici mesi di vita. I batteri presenti nell’acqua di una piscina variano la loro presenza in rapporto all’utenza immersa in vasca: la clorazione diventa fondamentale per la prevenzione di gravi problemi di salute causati da virus, batteri, funghi e protozoi. Ma questo indispensabile e difficile equilibrio igienico dell’ambiente natatorio, connesso alla clorazione delle piscine coperte, e riscaldate, produce anche Trialometani neurotossici ( cloroformio, bromodiclorometano, dibromoclorometano, bromoformio, cianogeno cloruro). Inoltre, l’acqua riscaldata della piscina clorurata genera gas neurotossici liposolubili, volatili e clorurati.
Allo stato attuale si può solo ipotizzare quali parti del sistema nervoso centrale del neonato potrebbero essere influenzate da sostanze neurotossiche. Anche se i processi biologici alla base dello sviluppo della scoliosi idiopatica negli adolescenti, in particolare il sesso femminile, sono scarsamente comprensibili, esistono prove e supporti crescenti della possibilità di una influenza derivante da disturbo neurologico. L’ipotesi neurogenica, per la scoliosi idiopatica negli adolescenti sopra esposta, potrebbe dipendere da una disfunzione del cervello e/o del midollo spinale imputabile alle neurotossine provenienti da piscine coperte riscaldate. La conferma dei risultati epidemiologici deve essere comunque approfondita con ricerche interdisciplinari. Sappiamo che il grado di esposizione a sostanze neurotossiche, necessario per causare danni al tessuto neurale sub-letale, è sconosciuto e molto difficile da quantificare.

Come ci si accorge di essere affetti da scoliosi?

Diciamo subito che le cause dell’80% dei casi di scoliosi sono sconosciute. Quando parliamo di scoliosi idiopatica parliamo di una deformazione della colonna vertebrale evolutiva, che inizia durante l’adolescenza e termina nell’età adulta. Potrebbe essere di origine genetica, ma ancora non si è accertato scientificamente. Per capire se siamo di fronte a un soggetto scoliotico dobbiamo prestare attenzione ad alcuni particolari: spalle ad altezza differente, la presenza di una piccola gobba nella zona lombare, fianchi irregolari, inclinazioni del corpo verso un lato. Sono tutti segnali che possono indicare la presenza di scoliosi.

Nel dubbio, un genitore cosa deve fare?

In questi casi è bene far fare una visita al giovane dal medico pediatra (se minorenne) o di medicina generale, il quale farà le opportune verifiche con esami specifici. In caso di diagnosi positiva, si procederà con visite presso ortopedici e fisiatri.

Si può guarire dalla scoliosi?

Non si guarisce dalla scoliosi, ma si può evitare che peggiori. Nei casi più lievi si possono indossare bustini e corsetti per contenere l’evoluzione della patologia. Nei casi più gravi si procede con l’intervento chirurgico dove si inseriscono delle barre metalliche nella colonna vertebrale per tentare di raddrizzarla ed evitare un peggioramento, anche se non si potrà mai arrivare a un raddrizzamento completo.

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Fonti:
• Scoliosis in swimmers. Becker TJ. Clin Sports Med. 1986 Jan;5(1):149-58.
• “Swimming is not a scoliosis treatment: a controlled cross-sectional survey”, studio realizzato da ISICO (Istituto Scientifico Italiano Colonna Vertebrale) presentata in occasione del 40° Congresso annuale dell’International Society for the Study of the Lumbar Spine (Issls) nel 2013
• Geyer B. Scoliose thoracique et sport. Presented at XV Journees du Groupe Kinesitherapique de Travail sur la Scolios. Palavas Les Flots, 1986.
• Ikai M, Ishii K, Miyashita M. An electromyographic study of swimming. Research Journal of Physical Education, vol. 7, n. 4, pp. 47-54, 1964.
• Negrini A, Negrini S: Scoliosi, chinesiterapia e sport. In: Cimino F (ed), La Scoliosi in Età Evolutiva: Attualità e Tecniche di Trattamento a Confronto, pp 21/1-21/4. Modena (Italy): Groupe Kinésithérapique Européen de Travail sur la Scoliose, 1991
• Negrini S, Corigliano A, Panella L. Sport e scoliosi: indicazioni e limiti. La ginnastica medica, Vol. XXXVIII, fasc. 3/4/5/6, pp. 43-45, 1990
• Villani G, Falco A. Il nuoto nel trattamento della scoliosi. La Ginnastica Medica, vol. XXIII, fasc. 3-4-5-6-, 1975
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Coronavirus: facciamo chiarezza

L’OMS ha già parlato di infodemia, vale a dire una diffusione massiccia e capillare di notizie, alcune delle quali false, inerenti il Coronavirus, capaci di generare eccessivo allarmismo, disinformazione e da ultimo, isteria.

L’epidemia da Coronavirus non va sottovalutata, ma prima di preoccuparsi eccessivamente per la propria salute o quella dei proprio cari, è bene conoscere l’argomento di cui stiamo parlando.

Non voglio aggiungere fiumi di parole all’infodemia di cui parla l’OMS ma solo chiarire, con cinque semplici domande, di che cosa stiamo parlando.

Lo faccio con il prezioso aiuto Alberto Enrico Maraolo, ricercatore medico di malattie infettive dell’ Università degli Studi di Napoli “Federico II”

1) Partiamo dalla domanda più semplice: quali sono le differenze tra l’influenza causata dal Coronavirus e quella “comune”?

Iniziamo dalle analogie. Sia il nuovo coronavirus, chiamato 2019-nCoV, sia il virus influenzale (che include diversi sottotipi) possono causare patologie respiratorie di lieve o grave intensità e potenziali complicanze molto rilevanti. Non parliamo del raffreddore comune che, ricordiamo, può essere causato da alcuni tipi di coronavirus che circolano da tempo nella popolazione ma sono diversi da quello venuto recentemente alla ribalta.

Veniamo alle differenze.

Incubazione. L’influenza “tradizionale” ha in genere un periodo di incubazione brevissimo, di circa 2 giorni, mentre per 2019-nCoV i valori medi sono più alti, ossia 5-6 giorni.

Contagio. L’influenza può essere trasmessa da un soggetto asintomatico nelle 24 ore precedenti la comparsa dei sintomi, ma il ruolo dei soggetti asintomatici nel caso di 2019-nCoV è ancora tutto da chiarire, anche se, come afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), essi sicuramente non sono il maggiore mezzo di diffusione del contagio.

Bambini. L’influenza “tradizionale” interessa molto spesso l’età pediatrica, causando, a seconda delle stime, anche fino a 100.000 decessi circa nei bambini al di sotto dei 5 anni ogni anno nel mondo, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Invece, 2019-nCoV sembra risparmiare l’età pediatrica o comunque causare nei soggetti più piccoli quadri clinici molto lievi.

2) E' vero che è letale soprattutto su soggetti già debilitati e anziani?

Fin da quando l’epidemia scoppiata a Wuhan ha raggiunto notorietà mondiale, si è capito che l’infezione era capace di determinare forme cliniche gravi e anche mortali. La morte in genere avviene per grave insufficienza respiratoria a causa di un’importante compromissione della funzione polmonare.

 Sono stati comunque descritti quadri di disfunzione anche di altri organi,  insufficienza renale e danno cardiaco acuto. Nei casi più gravi il decesso può avvenire anche per sovra-infezioni batteriche.

 I meccanismi che sono alla base della patologia ancora non sono del tutto chiariti, perché non si ha a disposizione una massa critica di dati tale da permettere di capire con ragionevole certezza fattori di rischio e categorie più vulnerabili. Tuttavia, dai primi report sembra che i pazienti più sfortunati siano quelli di età avanzata e che soffrono di diverse patologie contemporaneamente, la cosiddetta comorbidità (ad esempio, soffrire di diabete e patologie cardiovascolari). Ciò non sorprende perché avviene lo stesso per l’influenza.

Ovviamente questa è la visione d’insieme, relativa ai grandi numeri: il singolo caso fa sempre storia a sé e, sempre similmente all’influenza, un andamento aggressivo non può essere escluso a priori in ogni soggetto giovane e senza problemi di salute rilevanti, sebbene ciò sia generalmente poco probabile.

3) Se la mortalità, al momento, è allo stesso livello o poco più alta di una "banale" influenza, perché è esplosa l'emergenza sanitaria a livello globale?

In realtà l’influenza “classica” è una malattia tutt’altro che “banale” come purtroppo è scolpita nell’immaginario collettivo. Le stime dell’OMS parlano di un numero di morti da 290.000 a 650.000 ogni anno nel mondo. I numeri ufficiali, come le poche centinaia di casi in Italia, rappresentano largamente una sottostima, legata al fatto che l’influenza spesso non è la causa ultima del decesso, ma ne è il  fattore scatenante. È dimostrato come l’influenza possa innescare, in particolar modo in soggetti con pre-esistenti comorbidità, eventi cardiovascolari come l’infarto. Inoltre, sempre nei soggetti più fragili, è tutt’altro che rara l’ospedalizzazione a cui segue la comparsa, per esempio, di una complicanza come la polmonite nosocomiale (vale a dire che insorge in seguito al ricovero in ospedale) che può essere anche fatale.

Comunque, è innegabile che siamo ormai “assuefatti” all’influenza e al tasso di mortalità, anche se il lavoro da fare è ancora molto, considerando le basse coperture vaccinali e il controverso effetto sulla mortalità da parte degli antivirali a disposizione.

Ciò che ha innescato la reazione vigorosa da parte delle autorità sanitarie mondiali nei confronti di 2019-nCoV è innanzitutto il carattere stesso di novità: ci troviamo dinanzi a un nuovo patogeno, che, per quanto in proporzione bassa rispetto a tanti altri tipi di virus, sta causando dei decessi in persone che viceversa non sarebbero morte. Inoltre, non c’è né vaccino, né terapia.

 Non vi è nemmeno parziale immunità nella popolazione, come accade per l’influenza, i cui virus rappresentano delle varianti di quelle circolate negli anni precedenti.

Infine, consideriamo un dato: la letalità nei casi di Coronavirus notificati è del 2%. È probabile, come affermano tutti gli esperti, che in realtà il denominatore su cui calcolarla sia molto più ampio, perché i casi accertati sono quelli dei pazienti che si ospedalizzano. Ci saranno sicuramente molte persone in Cina con sintomi lievi che non si recano presso le strutture sanitarie. Immaginiamo dunque di diluire i 565 morti notificati al 7 febbraio (fonte https://www.epicentro.iss.it/) nell’ambito di un denominatore ben superiore a quello ufficiale, ad esempio 100.000 persone, numero che rientra peraltro in alcune stime effettuate secondo raffinati modelli matematici. In questo caso la letalità sarebbe dello 0,5%, decisamente bassaMa cosa succederebbe se al mondo fossero colpite 200 milioni di persone? Significherebbe, stando a queste stime, avere un milione di morti, pressoché il doppio di quello dell’influenza di stagione, che colpisce ogni anno circa un miliardo di persone secondo l’OMS.

Ecco perché fermare questo virus in tempo è così importante.

Benché non sia mortale alla stregua di altri patogeni in termini relativi, colpendo un vasto numero di persone può determinare in termini assoluti un numero ragguardevole di decessi su scala globale che altrimenti non sarebbero occorsi.

4) Quali sono le differenze con la SARS? 

Sono entrambi due coronavirus del genere beta. Sembrano condividere lo stesso target quale recettore per entrare nelle cellule bersaglio, ovvero l’enzima ACE2, ampiamente rappresentato nell’apparato respiratorio, specialmente nelle basse vie (trachea, bronchi e polmoni).

Possiamo affermare che le modalità di contagio e il periodo d’incubazione di Coronavirus e SARS siano sovrapponibili.

Tuttavia, balzano all’occhio importanti differenze: il nuovo Coronavirus in poco più di un mese ha doppiato il numero di persone ufficialmente contagiate in circa due anni dal virus responsabile della SARS, risultando molto più diffusivo. D’altro canto, anche la letalità è diversa, ma in questo caso a sfavore della SARS.

Il bilancio ufficiale della SARS fu di 8.098 infetti e 774 morti, ossia il 9,6% dei contagiati. Tra questi, purtroppo anche Carlo Urbani, unica vittima italiana, infettivologo di straordinarie capacità che contrasse il virus responsabile della SARS in Vietnam, ad Hanoi, ove lavorava per l’OMS. Grazie al suo grido d’allarme e al suo sacrificio i riflettori si accesero sull’epidemia di SARS, la cui letalità fu dunque di un valore circa cinque volte superiore a quello desunto dalle cifre ufficiali per 2019-nCoV.

5) Adesso che il virus è stato isolato, cosa si potrà fare in concreto? 

Bisogna fare una precisazione. Il virus è stato isolato in prima battuta da scienziati cinesi già il 10 gennaio, nello specifico da ricercatori dell’Università Fudan di Shangai, che hanno sequenziato in tempi rapidi l’intero genoma di circa 30.000 nucleotidi. In seguito, altri gruppi di ricerca in differenti paesi, in cui si sono diagnosticati casi di infezione da 2019-nCoV, hanno ottenuto lo stesso risultato. In Europa, proprio poco prima dello Spallanzani, l’isolamento è avvenuto all’Istituto Pasteur a Parigi. Ciò ovviamente non va a detrimento dell’eccellente lavoro svolto dal laboratorio di virologia dello Spallanzani: è chiaro che il virus si può isolare solo se si hanno materiali biologici, e secondo logica ciò è avvenuto in Cina che è il cuore dell’epidemia. Ad ogni modo, ottenere molteplici sequenziamenti del virus, da diversi pazienti in differenti posti del mondo, permette di ricostruire con precisione la sua storia evolutiva e la sua capacità di mutazione. Consente altresì di capire meglio quali sono i fattori che produce e che condizionano la virulenza. Queste sono le premesse fondamentali per una terapia e per un vaccino.

Circa, però, le tempistiche, si entra in un campo minato: dimostrare l’efficacia in laboratorio di un antivirale, dopo isolamento e coltivazione di un virus, non significa automaticamente che tale risultato sarà confermato nell’uomo, per tacere del profilo di sicurezza da vagliare con attenzione.

 Anche per i vaccini il discorso è complesso: pur comprimendo il più possibile, fino a 6-12 mesi, la fase di preparazione del composto immunizzante, occorre testarne in vivo efficacia e sicurezza su campioni numerosi. Non bisogna dunque dar credito a notizie miracolistiche sul timing di cure e vaccini, ma concentrarsi sull’infection control per bloccare la catena dei contagi.

Consiglio: Per avere dati sicuri, corretti e aggiornati in tempo reale visitate la pagina di Epicentro Dell'Istituto Superiore di Sanità: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/  
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